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L’Europa multilingue ha bisogno di una lingua comune.

Atlante.

di Alessandro Orsini.

L’Europa multilingue.

Trump ha deciso di ritirarsi dagli accordi climatici senza temere la reazione dell’Europa. I suoi modi sprezzanti ci irritano perché ci fanno sentire inferiori. Presa coscienza che il nostro risentimento verso Trump nasce da un complesso di inferiorità, dobbiamo procedere con moderazione. I rapporti dell’Unione Europea con gli Stati Uniti devono rimanere stretti per due ragioni. La prima è che Trump non è gli Stati Uniti. E stato eletto con 2,9 milioni di voti in meno rispetto a Hillary Clinton ed è possibile che non venga rieletto. La seconda ragione è che Trump svolge una funzione positiva perché mette in luce i limiti dell’Unione Europea, i cui paesi hanno un Pil superiore a quello degli Stati Uniti e una popolazione più numerosa. Anche sotto il profilo militare, l’Un ione Europea potrebbe essere una forza temibile. La Francia ha un esercito di tutto rispetto, con tanto di bomba atomica. Ha anche un seggio permanente nel consiglio di sicurezza Onu. Eppure, l’Unione Europea non ha mai avuto una politica estera comune e, pertanto, ha sempre avuto un peso politico risibile. In Siria, l’Iran conta più di tutti i paesi dell’Unione Europea messi insieme. Per cambiare la storia, l’Unione Europea dovrebbe eleggere un presidente con i poteri di Trump. La ragione decisiva, per cui non può accadere, è l’assenza di una lingua comune. Ciò che fonda una comunità politica sono le emozioni e i sentimenti che vengono suscitati attraverso le parole. Che poi le immagini siano più potenti delle parole è tutto da discutere. Il film "salvate il soldato Ryan" aiuta a comprendere l’orrore della guerra meglio dei discorsi di un professore. Tuttavia, un italiano, che veda quel film in una lingua sconosciuta, non proverà nessuna emozione particolare. Quasi tutto ciò che sappiamo sul mondo non deriva dalla nostra esperienza diretta, ma dalle parole altrui. I media occidentali hanno accusato per anni la Turchia di non combattere contro lo Stato Islamico. E, invece, la Turchia è il paese della coalizione occidentale che ha combattuto più duramente contro l’Isis. Nel mese di agosto 2016, ha addirittura sconfinato in Siria, dove ha ingaggiato una serie di battaglie violentissime con i militanti del Califfato. I paesi europei non hanno inviato un solo soldato a ingaggiare il corpo a corpo contro i miliziani dell’Isis. Il nostro giudizio sulla Turchia era costruito in base alle parole che ascoltavamo in televisione. Attraverso le parole, possiamo capovolgere la realtà. La menzogna, che è un insieme di parole, può addirittura causare lo sterminio di milioni di innocenti. Le parole di Hitler evocarono una congerie di emozioni e di sentimenti che forgiarono una realtà particolare, in cui gli ebrei erano i grandi nemici della Germania. Il risultato è stato l’Olocausto. Si dice che le parole volano. Che incredibile assurdità. Il mondo si regge sulle parole. Tuttavia, se le parole non vengono comprese, le emozioni e i sentimenti non possono essere evocati. Quando Trump parla, stabilisce un rapporto emozionale diretto con gli americani. Le parole di Junker suscitano una reazione emotiva vicina allo zero nei giovani italiani, che devono ricorrere ai sottotitoli. Nelle democrazie basate sul suffragio universale, il rapporto emotivo tra elettori e governanti è essenziale. Merkel, Macron, Prodi, avrebbero molte carte in regola per svolgere un ruolo di guida, ma quale cittadino europeo potrebbe essere persuaso da parole che non comprende? Un presidente degli Stati Uniti d’Europa sarebbe ostaggio delle parole dei partiti nazionali. Trump non è per sempre. Cerchiamo di intrattenere i migliori rapporti possibili con gli Stati Uniti. Le parole creano il mondo. Le parole possono distruggerlo.
(Da Il Messaggero, 4/6/2017).

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Giorgio Pagano (Radicali, ERA): 2 ottobre 2017 la nonviolenza linguistica alle Nazioni Unite.

Dichiarazione di Giorgio Pagano, Segretario dell'Associazione Radicale Esperanto e Responsabile della Campagna del PRNTT per la lingua comune della specie umana.

Il 2 ottobre è stata proclamata nel 2007 dalle Nazioni Unite giornata internazionale della nonviolenza perché compleanno del Mahatma Gandhi, leader del movimento per l'indipendenza indiana e pioniere della filosofia e la strategia della nonviolenza.
Il prossimo anno saranno 10 anni esatti da quella proclamazione da parte dell'Assemblea Generale per diffondere il messaggio della nonviolenza ma dovrà essere anche l'anno in cui la nonviolenza s'incarna nella lingua comune della specie umana.
Fu proprio Gandhi nel 1908 a sottolineare come "Insegnare l'inglese a milioni di persone equivale a schiavizzarle", Churchill nel 1943, infatti, arrivò a parlare dei nuovi Imperi come "Imperi della mente" in cui "Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento". Oggi, che anche l'italiano è in via di dialettizzazione e scomparsa, proprio dal mondo Radicale che nel simbolo del proprio partito ha effigiato Gandhi in molteplici lingue, parte un messaggio di salvezza per tutte le lingue e i popoli del mondo, quello di una battaglia che vuole porre fine all'attuale schiavismo delle menti che ha soppiantato quello dei corpi. 
Tutte le specie animali hanno una lingua comune, forse anche le piante. La specie umana no. Pur non avendo né ali, né branchie, né gambe particolarmente forti, oggi però l’uomo viaggia nello spazio, scende nelle profondità marine, corre veloce sulla terra più di qualsiasi altro essere vivente ma, appunto, non ha una lingua comune in quanto specie umana e, il non averla, costringe ciascun popolo a subire linguisticamente la legge del “più forte” che, spesso, vuole ergersi a “più giusto” definendo con il termine “internazionalizzazione” ciò che, nella sostanza, è la nazionalizzazione linguistica di altri Stati e popoli, un colonialismo delle menti che produce linguicidio, discriminazione ed effetti socio-economici, politici e culturali devastanti.
Per assicurare la pace, la fratellanza ed il benessere all’umanità l’organizzazione progenitrice delle Nazioni Unite, la Società delle Nazioni, vide all’opera durante le prime due Assemblee Generali, i delegati di Brasile, Belgio, Cile, Cina, Colombia, Cecoslovacchia (oggi Slovacchia e Repubblica Ceca), Haiti, Italia, Giappone, India, Persia (oggi Iran), Polonia, Romania e Sud Africa portare avanti risoluzioni che suggerivano alla Lega delle Nazioni di raccomandare universalmente l’insegnamento dell’Esperanto nelle scuole come lingua internazionale ausiliaria. La maggioranza dei Paesi membri era favorevole all'adozione della Lingua Internazionale (detta Esperanto) come lingua di lavoro, tuttavia il veto della Francia (il francese era la lingua della diplomazia in quegli anni) impedì la realizzazione di tale progetto ma, comunque, nel 1922 la Lega delle Nazioni approvò unanimemente durante la sua terza Assemblea Generale il Rapporto sull’Esperanto come International Auxiliary Language che vide anche il supporto convinto di Lord Robert Cecil, insignito del Nobel della Pace nel 1937.
Il 2017 è anche anniversario della morte, a Varsavia il 14 aprile 1917, di Ludwik Lejzer Zamenhof, il creatore dell'unica lingua viva non etnica che oggi l'umanità ha a disposizione  e dovrà essere, anche per la nostra associazione radicale che farà 30 anni di vita, il modo di far parlare tra loro le persone in quanto persone, senza essere dominati dalle cose, affinché la subordinazione di alcune persone ad altre cessi per sempre.
Ad un anno dalla morte di Pannella continuiamo a lottare perché la sua famosa frase del 1993 "Che il bambino del Bangladesh, il bambino più ricco della società britannica o americana, insieme, abbiano una seconda lingua, che l'anglofono abbia una seconda lingua è urgente" si inveri.

 

 

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Una Convenzione per riaprire il capitolo della Costituzione europea scritta in una lingua nuova, quella della Nuova Europa.

Una sola moneta, una sola lingua per unire l'Europa.

Roberto Sommella.

Si dice che il diavolo sta nei dettagli, spesso in finanza è nascosto nei termini inglesi. Due esempi su tutti: il "bail in", letteralmente "salvataggio dall'interno", che dal 2016 cambierà profondamente i rapporti tra risparmiatori e banche; e il "Fiscal Compact", accordo semi-blindato il quale, a dispetto del nome da gioco di società, ha inchiodato i governi all'austerità di bilancio. Nel primo caso, molto attuale di questi tempi, un italianissimo "autosalvataggio" avrebbe spiegato meglio a Parlamento e cittadini cosa accadrà di brutto ai clienti di un istituto di credito prossimo al fallimento (parliamo di azionisti, obbligazionisti e depositanti sopra i 100.000 euro). Nel secondo esempio, è di tutta evidenza che un bel ''vietato spendere'' sarebbe stato molto più chiaro, anche se sul punto gli esecutivi hanno trovato il modo di aggirare l'ostacolo.
Il problema della decrittazione degli oscuri termini burocratici di Bruxelles vale per tutti i paesi e non è solo un nodo tecnico perché esso ostacola di fatto la libera circolazione delle idee. Mai come oggi in Europa c'è invece bisogno di confrontarsi senza traduttori che rendono tutto una Babele comprensibile solo agli sherpa degli Ecofin. Non bastano una moneta unica, una politica unica, una difesa unica. Serve anche - forse soprattutto - un "linguaggio unico", accessibile a tutti i 500 milioni di abitanti dell'Unione. Tanto per dire, l'Isis una lingua ce l'ha e non è nemmeno uno stato.
Uscendo dai paradossi, i risultati della costruzione europea senza kit di utilizzo sono purtroppo sotto gli occhi di tutti e provengono spesso da una lettura senza prospettive di lungo periodo delle direttive e delle raccomandazioni comunitarie. Non è più sufficiente sapere l'inglese o il francese (che spadroneggiano tra Strasburgo e Francoforte), occorre tradurre nel giusto modo i cambiamenti epocali che coinvolgono i propri amministrati, conoscere l'idioma delle diverse culture, utilizzare quei vocaboli unici che rendono viva una comunità fatta di storie tanto diverse. E, soprattutto, una volta recepita la norma europea, è necessario avere consapevolezza delle conseguenze. Basta guardarsi allo specchio di questi ultimi 14 anni.
I paesi fondatori dell'euro hanno ceduto sovranità monetaria e non possono più decidere il loro livello di debito pubblico; le banche centrali stampano moneta su input della Bce, non stabiliscono più il livello dei tassi e vigilano solo sulle banche medio-piccole; tutti gli istituti di credito, dopo la Grande Crisi e gli esborsi per evitare la Grexit, sottostanno ai diktat di Francoforte sui requisiti di capitale per evitare nuovi crack; i risparmiatori scoprono solo ora che se il loro sportello fallisce dovranno salvarlo di tasca propria mentre, nello stesso tempo, non conoscono chi, da qui al 2020, effettivamente garantirà il rimborso dei loro soldi depositati sul conto corrente. Può reggere una moneta unica che di unico ha solo il conio, ma quando si tratta di salvarla in forma di deposito, banca o titolo di stato, ridiventa lira, franco, marco? No. E l'hanno capito per primi Matteo Renzi e Francois Hollande, che giustamente hanno incalzato Angela Merkel affinché si apra almeno la necessaria discussione sulla tutela unica dei depositi. Senza quella non c'è un solo euro ma tante monete di affidabilità differente a seconda della solidità della banca dove vengono custodite; come senza Schengen non c'è più l'Unione ma un crogiolo di regolamenti e direttive. E, in assenza di una lingua madre, come accade dalla fondazione negli Stati Uniti, non c'è modo di sentirsi davvero uniti anche solo per cantare un Inno alla gioia.
Al prossimo Consiglio europeo si dovranno affrontare di petto due argomenti chiave quali la strategia che di qui al 2024 ci porterà ad un sistema comune di garanzia dei conti correnti e una "exit strategy" per ridurre l'esposizione degli istituti di credito in titoli sovrani. Ben fatto, se accadrà. Se fosse possibile, per dare anima a questi provvedimenti fondamentali per la sopravvivenza dell'Ue, servirebbe però una nuova Convenzione che riaprisse il capitolo della Costituzione europea e che questa fosse scritta in una lingua nuova, quella della Nuova Europa. Non è un progetto troppo ambizioso. Questa volta ci viene in soccorso proprio un'espressione anglosassone: "When you're in trouble think big". "Se hai problemi, pensa in grande". E usa una sola voce.
(Da huffingtonpost.it, 23/12/2015).

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Italiano: lingua ed economia - Ci conviene parlare italiano

Promuovere il made in Italy attraverso la lingua italiana, l’arte e la cultura: argomenti all'ordine del giorno per le nostre istituzioni. Non si tratta ‘solo’ di imparare a conoscere e mantenere vitale la nostra cultura millenaria, nelle sue meravigliose produzioni materiali e immateriali. Si può anche pensare a quanto materialmente valgano il nostro idioma e la sfera artistico culturale che gli ruota attorno.

Mancano solo 10 giorni al 21 febbraio, ricorrenza stabilita dall'UNESCO come Giornata internazionale della lingua madre. La data fu scelta nel 1999 per ricordare il 21 marzo 1948, quando il governatore del Pakistan occidentale proclamò l’urdu come lingua ufficiale di tutto il Pakistan. Le proteste della popolazione, prevalentemente di lingua bengali, ebbero un tragico esito il 21 febbraio di quattro anni dopo. Un gruppo di studenti persero allora la vita per difendere la loro lingua e il loro diritto di continuare ad esprimersi attraverso di essa, conservando le tracce della loro cultura.

A tale diritto -sacrosanto per ogni popolo- si ricollegano anche le questioni unitarie che l’Italia ha conosciuto meno di due secoli fa. Oggi abbiamo una lingua unica, che è nata nei secoli grazie al fondamentale apporto di Dante e degli altri grandi padri dell’italiano. Una lingua che non esprime soltanto ‘bellezza’ e armonia, ma anche un valore economico e materiale.

Nel 2012 il CENSIS ha affrontato la spinosa questione del valore economico di beni non tradizionalmente economici in una ricerca dal titolo La ricchezza della bellezza. Perché in Italia occorre ricominciare a produrre bellezza. Il lavoro fu realizzato con la Fondazione Marilena Ferrari, per osservare il bello come uno strumento di crescita socioculturale.  La potenzialità -che è propria di numerose espressioni dell’estetica- di generare un indotto produttivo è il cuore delle politiche economico-culturali degli ultimi decenni.

La ricerca restituisce un risultato interessante: «Solo il 10 % degli italiani quando pensa al patrimonio artistico del nostro Paese lo associa ad un potenziale business, mentre il 21,5% lo considera principalmente un’attrazione turistica». Il 41% dei nostri connazionali, però, «sente che le cose meravigliose che sono presenti nel nostro Paese possono costituire la molla che ci farà ripartire e che potrebbe permettere un rilancio dell’Italia». Il potenziale è riconosciuto, ma... quanto vale la bellezza?

La risposta di CENSIS e FMR è che i prodotti di oreficeria, abbigliamento o turismo possono valere fino al 70% in più se sono belli. Nell'industria meccanica le proporzioni sono chiaramente diverse e la ricerca pesa il fattore estetico per una percentuale del 5,4% (cioè 74,2 miliardi di euro) nella produzione di ricchezza nazionale. La bellezza paesaggistica sembra abbia contribuito all'agroalimentare per il 5% (2,3 miliardi di euro), ai settori di abbigliamento e tessile valevano 6,8 miliardi di euro.

Possiamo dunque dire che il valore della bellezza non sia soltanto immateriale, ma quanto vale la lingua italiana? Non è soltanto la lingua della cultura, della musica, dell’opera lirica. Parla italiano anche l’export di tecnologia o dei prodotti della meccanica, della chimica e del settore farmaceutico. La nostra lingua è necessaria all'interscambio commerciale dell'Italia, che resiste ancora alla crisi.

Si potrebbe obiettare che basta conoscere l’inglese, ma questa lingua veicolare è esposta a molte critiche. L’Europa, in modo un po’ ambiguo (le lingue della UE sono essenzialmente inglese e francese) indica la diversità linguistica come una ricchezza. Conoscere le lingue è una necessità negli scambi commerciali delle imprese. I risultati dello studio europeo ELAN  sono chiari e preoccupanti: «La Commissione europea stima infatti come l’11% delle piccole e medie imprese perda contratti a causa della carenza di competenze linguistiche». Danni per milioni di euro, senza considerare la perdita di posti di lavoro.

L’idea dell’inglese come lingua franca ha dunque perso prestigio: da un lato perché non è così conosciuta e poi perché le lingue veicolano culture. Conoscere la propensione al dolce da parte di tedeschi e italiani, per esempio, porta Ferrero a produrre Nutella con più o meno zucchero per i due mercati.

Se un’azienda straniera che apre la sua sede in Italia avrà una cultura imprenditoriale certamente diversa dalla nostra, questa sarà veicolata prevalentemente nella sua lingua madre. Vale anche per le aziende italiane che esportano o che producono all'estero: un’azienda italiana che produce ed esporta macchine per imballaggio o rubinetteria, turbine a gas o altri prodotti siderurgici (nel 2011 abbiamo surclassato la Germania) avrà manuali operativi pensati in italiano. Sarà bene che chi li acquista possa conoscere la nostra lingua, sia per intrattenere buoni e durevoli rapporti commerciali, sia per eventuali problemi di localizzazione, ma anche per comprendere a fondo le istruzioni per l'uso. Gli imprenditori italiani all'estero si possono avvalere di maestranze locali, scegliendo di esprimersi un italiano veicolare, per tutti questi motivi.

La nostra lingua si studia all'estero presso gli Istituti Italiani di Cultura, le Scuole e le Cattedre di italiano presso le Università straniere, i Comitati della Società Dante Alighieri. Molte di queste sono anche sedi di certificazione della conoscenza della lingua italiana (PLIDA, CILS, CELI o IT) e organizzano corsi specifici di italiano destinato ai lavoratori.

La nostra lingua gode di una popolarità crescente nel mondo, anche per motivazioni economiche. "Eurobarometro", sondaggio della Commissione europea negli stati della UE, riferiva che nel 2006 l’italiano era parlato dal 13% dei cittadini comunitari, cioè lo stesso numero dei parlanti inglese, e su scala mondiale si trattava del sesto posto tra le lingue straniere più parlate (cosiddette L2, cioè ‘lingua seconda’). 

Sorprendente, ma solo per alcuni, la stima di Ethnologue, che monitora lo stato delle lingue di tutto il mondo: in Argentina oltre 1.500.000 di persone parlano italiano, seconda lingua dopo lo spagnolo, in Canada l’italiano è la terza. In Giappone si può studiare italiano in un’ottantina di università diverse, mentre spopolano i programmi televisivi e radiofonici che servono ad apprendere la nostra lingua.

Sono oltre 500 le imprese italiane che lavorano in Tunisia. Ma fino a dieci anni fa emigravano all'estero il 12,5% dei laureati, di cui circa uno su tre erano medici. Gran parte di loro ha completato gli studi nel nostro Paese, sostenendo rette universitarie e mantenendosi affittando case, consumando alimenti e servizi, onorando la nostra fiscalità.

Quello linguistico è insomma un mercato importante: la nostra lingua serve al mondo degli affari, è lingua veicolare e ‘tecnica’ nei manuali di prodotti esportati, non la parla solo Rigoletto nella celebre opera verdiana. 

E se l'italiano ha una sua diffusione, quanto ci costa studiare l’inglese per stare in Europa? Citiamo Winston Churchill quando ad Harvard, nel 1943, disse che «Dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente».

La storia ci ha insegnato che è vero. Se scegliamo l'inglese anche se non è necessario, se lo parliamo in modo superficiale, se conosciamo sempre meno la nostra lingua facciamo anche un danno economico all'Italia. 

Secondo un’interrogazione parlamentare presentata da Marco Beltrandi nel 2012, «l'apprendimento della lingua inglese agli italiani costa 60 miliardi di euro l'anno e nell'Unione europea 350 miliardi di euro annui». Il vantaggio derivante a Inghilterra e stati anglofoni (ma anche francofoni) dal fatto che le istituzioni europee ‘parlino’ e impieghino nella comunicazione e nei bandi di finanziamento soprattutto due delle lingue d’Europa completa il quadro. L’interrogazione, del 2012 chiedeva al Governo se intendesse «avviare immediatamente uno studio economico che, oltre a dettagliare il risparmio per l'Italia e l'Europa dello «scenario Esperanto» stimato in 25 miliardi annui (Grin, L'insegnamento delle lingue straniere come politica pubblica), ne approfondisca altresì gli effetti e i guadagni per la crescita e lo sviluppo sia in chiave interna ed europea che mondiale». La risposta?

http://www.lindro.it/economia/2014-02-12/118210-italian

 

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