Papa Francesco riafferma: «Bisogna fedelmente comunicare ad un determinato popolo, tramite la sua propria lingua, ciò che la Chiesa ha inteso comunicare ad un altro per mezzo della lingua latina». In evidenza

Papa Francesco riafferma: «Bisogna fedelmente comunicare ad un determinato popolo, tramite la sua propria lingua, ciò che la Chiesa ha inteso comunicare ad un altro per mezzo della lingua latina».

Il Papa lascia la traduzione dei testi liturgici agli episcopati.

Con il Motu proprio «Magnum Principium» Francesco stabilisce che la Sede apostolica interviene non per la revisione ma per la conferma.

di Iacopo Scaramuzzi.

Il Papa ha modificato la normativa canonica relativa alla traduzione in lingua volgare dei libri liturgici con il Motu proprio «Magnum Principium», che il Vaticano ha pubblicato oggi ed entra in vigore il prossimo 1° ottobre. Un provvedimento nel quale, richiamando il Concilio Vaticano II, Francesco stabilisce che la traduzione, approvata dalle Conferenze episcopali nazionali, non vada più sottoposta ad una revisione da parte della Sede apostolica (recognitio), ma alla sua conferma (confirmatio), che «non si configura pertanto – spiega Arthur Roche, arcivescovo segretario della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti – come un intervento alternativo di traduzione, ma come un atto autoritativo con il quale il dicastero competente ratifica l’approvazione dei vescovi».
L’obiettivo del Motu proprio, si legge, è fare in modo che la disciplina canonica attualmente vigente nel canone in questione «sia resa più chiara» e «alcuni principi trasmessi fin dal tempo del Concilio siano più chiaramente riaffermati e messi in pratica». Il provvedimento papale modifica i paragrafi 2 e 3 del canone 838 del Codice di Diritto Canonico.
«L’importante principio, confermato dal Concilio ecumenico Vaticano II, secondo cui la preghiera liturgica, adattata alla comprensione del popolo, possa essere capita, ha richiesto il grave compito, affidato ai Vescovi, di introdurre la lingua volgare nella liturgia e di preparare ed approvare le versioni dei libri liturgici», scrive il Papa in introduzione del Motu proprio.
La Chiesa Latina era consapevole dell’incombente sacrificio della perdita parziale della propria lingua liturgica, adoperata in tutto il mondo nel corso dei secoli, tuttavia aprì volentieri la porta a che le versioni, quali parte dei riti stessi, divenissero voce della Chiesa che celebra i divini misteri, insieme alla lingua latina. Allo stesso tempo, specialmente a seguito delle varie opinioni chiaramente espresse dai Padri Conciliari relativamente all’uso della lingua volgare nella liturgia, la Chiesa era consapevole delle difficoltà che in questa materia potevano presentarsi». Da qui una serie di provvedimenti emanati nel corso dei decenni dalla Sede apostolica.
Il Motu proprio sottolinea l’importanza della fedeltà ai testi originali: «Bisogna fedelmente comunicare ad un determinato popolo, tramite la sua propria lingua, ciò che la Chiesa ha inteso comunicare ad un altro per mezzo della lingua latina». In altre parole: «Ogni traduzione dei testi liturgici deve essere congruente con la sana dottrina».
«Non ci si deve stupire – prosegue il Pontefice – che, nel corso di questo lungo percorso di lavoro, siano sorte delle difficoltà tra le Conferenze episcopali e la Sede Apostolica. Affinché le decisioni del Concilio circa l’uso delle lingue volgari nella liturgia possano valere anche nei tempi futuri, è oltremodo necessaria una costante collaborazione piena di fiducia reciproca, vigile e creativa, tra le Conferenze episcopali e il dicastero della Sede Apostolica che esercita il compito di promuovere la sacra Liturgia, cioè la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. Perciò, affinché continui il rinnovamento dell’intera vita liturgica, è sembrato opportuno che alcuni principi trasmessi fin dal tempo del Concilio siano più chiaramente riaffermati e messi in pratica».
Il provvedimento papale di quattro paragrafi precisa che regolare la sacra Liturgia «compete propriamente alla Sede Apostolica e, a norma del diritto, al Vescovo diocesano» (1); che è «di competenza della Sede Apostolica ordinare la sacra liturgia della Chiesa universale, pubblicare i libri liturgici, rivedere gli adattamenti approvati a norma del diritto dalla Conferenza episcopale, nonché vigilare perché le norme liturgiche siano osservate ovunque fedelmente» (2); che «spetta alle Conferenze Episcopali preparare fedelmente le versioni dei libri liturgici nelle lingue correnti, adattate convenientemente entro i limiti definiti, approvarle e pubblicare i libri liturgici, per le regioni di loro pertinenza, dopo la conferma della Sede Apostolica» (3); e, infine (4), che «al Vescovo diocesano nella Chiesa a lui affidata spetta, entro i limiti della sua competenza, dare norme in materia liturgica, alle quali tutti sono tenuti».
Il terzo paragrafo, in particolare, ha «conseguenze sull’art. 64 comma 3 della Costituzione Apostolica Pastor Bonus » (nonché sulle altre leggi, in particolare quelle contenute nei libri liturgici, in materia di traduzioni e adattamenti), che stabiliva che la congregazione del Culto divino e della Disciplina di sacramenti, attualmente guidata dal cardinale Robert Sarah, «rivede la traduzioni dei libri liturgici ed i loro adattamenti, preparati legittimamente dalle Conferenze episcopali».
Nella nuova formulazione del canone in questione, spiega ancora in una nota monsignor Roche, «si pone più adeguata distinzione, quanto al ruolo della Sede apostolica, tra l’ambito proprio della “recognitio” e quello della “confirmatio”, nel rispetto di quanto compete alle Conferenze episcopali, tenendo conto della loro responsabilità pastorale e dottrinale, come anche dei loro limiti di azione». La “recognitio” «implica il processo di riconoscimento da parte della Sede apostolica dei legittimi adattamenti liturgici, compresi quelli “più profondi”, che le Conferenze episcopali possono stabilire e approvare per i loro territori, nei limiti consentiti. Su questo terreno d’incontro tra liturgia e cultura, la Sede apostolica è chiamata dunque a recognoscere, cioè a rivedere e valutare tali adattamenti, in ragione della salvaguardia dell’unità sostanziale del rito romano».
La “confirmatio” «riguarda invece le traduzioni dei testi liturgici che, in base alla “Sacrosanctum concilium” (n. 36 paragrafo 4), compete alle Conferenze episcopali preparare e approvare; il § 3 del canone 838 precisa che le versioni devono essere compiute “fideliter” secondo i testi originali, raccogliendo così la preoccupazione principale dell’istruzione “Liturgiam authenticam” ». E richiamando il diritto e l’onere della traduzione affidato alle Conferenze episcopali, il Motu Proprio «ricorda altresì che le stesse Conferenze «devono far sì e stabilire che, salvaguardata l’indole di ciascuna lingua, sia reso pienamente e fedelmente il senso del testo originale».
La “confirmatio” della Sede apostolica – spiega l’arcivescovo – non si configura pertanto come un intervento alternativo di traduzione, ma come un atto autoritativo con il quale il Dicastero competente ratifica l’approvazione dei vescovi. «Supponendo ovviamente una positiva valutazione della fedeltà e della congruenza dei testi prodotti rispetto all’edizione tipica su cui si fonda l’unità del rito, e tenendo conto soprattutto dei testi di maggiore importanza, in particolare le formule sacramentali, le preghiere eucaristiche, le preghiere di ordinazione, il rito della messa, e via dicendo».
(Da lastampa.it, 9/9/2017).

Ultima modifica ilLunedì, 11 Settembre 2017 18:56
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