Italiano: lingua ed economia - Ci conviene parlare italiano

Italiano: lingua ed economia - Ci conviene parlare italiano

Promuovere il made in Italy attraverso la lingua italiana, l’arte e la cultura: argomenti all'ordine del giorno per le nostre istituzioni. Non si tratta ‘solo’ di imparare a conoscere e mantenere vitale la nostra cultura millenaria, nelle sue meravigliose produzioni materiali e immateriali. Si può anche pensare a quanto materialmente valgano il nostro idioma e la sfera artistico culturale che gli ruota attorno.

Mancano solo 10 giorni al 21 febbraio, ricorrenza stabilita dall'UNESCO come Giornata internazionale della lingua madre. La data fu scelta nel 1999 per ricordare il 21 marzo 1948, quando il governatore del Pakistan occidentale proclamò l’urdu come lingua ufficiale di tutto il Pakistan. Le proteste della popolazione, prevalentemente di lingua bengali, ebbero un tragico esito il 21 febbraio di quattro anni dopo. Un gruppo di studenti persero allora la vita per difendere la loro lingua e il loro diritto di continuare ad esprimersi attraverso di essa, conservando le tracce della loro cultura.

A tale diritto -sacrosanto per ogni popolo- si ricollegano anche le questioni unitarie che l’Italia ha conosciuto meno di due secoli fa. Oggi abbiamo una lingua unica, che è nata nei secoli grazie al fondamentale apporto di Dante e degli altri grandi padri dell’italiano. Una lingua che non esprime soltanto ‘bellezza’ e armonia, ma anche un valore economico e materiale.

Nel 2012 il CENSIS ha affrontato la spinosa questione del valore economico di beni non tradizionalmente economici in una ricerca dal titolo La ricchezza della bellezza. Perché in Italia occorre ricominciare a produrre bellezza. Il lavoro fu realizzato con la Fondazione Marilena Ferrari, per osservare il bello come uno strumento di crescita socioculturale.  La potenzialità -che è propria di numerose espressioni dell’estetica- di generare un indotto produttivo è il cuore delle politiche economico-culturali degli ultimi decenni.

La ricerca restituisce un risultato interessante: «Solo il 10 % degli italiani quando pensa al patrimonio artistico del nostro Paese lo associa ad un potenziale business, mentre il 21,5% lo considera principalmente un’attrazione turistica». Il 41% dei nostri connazionali, però, «sente che le cose meravigliose che sono presenti nel nostro Paese possono costituire la molla che ci farà ripartire e che potrebbe permettere un rilancio dell’Italia». Il potenziale è riconosciuto, ma... quanto vale la bellezza?

La risposta di CENSIS e FMR è che i prodotti di oreficeria, abbigliamento o turismo possono valere fino al 70% in più se sono belli. Nell'industria meccanica le proporzioni sono chiaramente diverse e la ricerca pesa il fattore estetico per una percentuale del 5,4% (cioè 74,2 miliardi di euro) nella produzione di ricchezza nazionale. La bellezza paesaggistica sembra abbia contribuito all'agroalimentare per il 5% (2,3 miliardi di euro), ai settori di abbigliamento e tessile valevano 6,8 miliardi di euro.

Possiamo dunque dire che il valore della bellezza non sia soltanto immateriale, ma quanto vale la lingua italiana? Non è soltanto la lingua della cultura, della musica, dell’opera lirica. Parla italiano anche l’export di tecnologia o dei prodotti della meccanica, della chimica e del settore farmaceutico. La nostra lingua è necessaria all'interscambio commerciale dell'Italia, che resiste ancora alla crisi.

Si potrebbe obiettare che basta conoscere l’inglese, ma questa lingua veicolare è esposta a molte critiche. L’Europa, in modo un po’ ambiguo (le lingue della UE sono essenzialmente inglese e francese) indica la diversità linguistica come una ricchezza. Conoscere le lingue è una necessità negli scambi commerciali delle imprese. I risultati dello studio europeo ELAN  sono chiari e preoccupanti: «La Commissione europea stima infatti come l’11% delle piccole e medie imprese perda contratti a causa della carenza di competenze linguistiche». Danni per milioni di euro, senza considerare la perdita di posti di lavoro.

L’idea dell’inglese come lingua franca ha dunque perso prestigio: da un lato perché non è così conosciuta e poi perché le lingue veicolano culture. Conoscere la propensione al dolce da parte di tedeschi e italiani, per esempio, porta Ferrero a produrre Nutella con più o meno zucchero per i due mercati.

Se un’azienda straniera che apre la sua sede in Italia avrà una cultura imprenditoriale certamente diversa dalla nostra, questa sarà veicolata prevalentemente nella sua lingua madre. Vale anche per le aziende italiane che esportano o che producono all'estero: un’azienda italiana che produce ed esporta macchine per imballaggio o rubinetteria, turbine a gas o altri prodotti siderurgici (nel 2011 abbiamo surclassato la Germania) avrà manuali operativi pensati in italiano. Sarà bene che chi li acquista possa conoscere la nostra lingua, sia per intrattenere buoni e durevoli rapporti commerciali, sia per eventuali problemi di localizzazione, ma anche per comprendere a fondo le istruzioni per l'uso. Gli imprenditori italiani all'estero si possono avvalere di maestranze locali, scegliendo di esprimersi un italiano veicolare, per tutti questi motivi.

La nostra lingua si studia all'estero presso gli Istituti Italiani di Cultura, le Scuole e le Cattedre di italiano presso le Università straniere, i Comitati della Società Dante Alighieri. Molte di queste sono anche sedi di certificazione della conoscenza della lingua italiana (PLIDA, CILS, CELI o IT) e organizzano corsi specifici di italiano destinato ai lavoratori.

La nostra lingua gode di una popolarità crescente nel mondo, anche per motivazioni economiche. "Eurobarometro", sondaggio della Commissione europea negli stati della UE, riferiva che nel 2006 l’italiano era parlato dal 13% dei cittadini comunitari, cioè lo stesso numero dei parlanti inglese, e su scala mondiale si trattava del sesto posto tra le lingue straniere più parlate (cosiddette L2, cioè ‘lingua seconda’). 

Sorprendente, ma solo per alcuni, la stima di Ethnologue, che monitora lo stato delle lingue di tutto il mondo: in Argentina oltre 1.500.000 di persone parlano italiano, seconda lingua dopo lo spagnolo, in Canada l’italiano è la terza. In Giappone si può studiare italiano in un’ottantina di università diverse, mentre spopolano i programmi televisivi e radiofonici che servono ad apprendere la nostra lingua.

Sono oltre 500 le imprese italiane che lavorano in Tunisia. Ma fino a dieci anni fa emigravano all'estero il 12,5% dei laureati, di cui circa uno su tre erano medici. Gran parte di loro ha completato gli studi nel nostro Paese, sostenendo rette universitarie e mantenendosi affittando case, consumando alimenti e servizi, onorando la nostra fiscalità.

Quello linguistico è insomma un mercato importante: la nostra lingua serve al mondo degli affari, è lingua veicolare e ‘tecnica’ nei manuali di prodotti esportati, non la parla solo Rigoletto nella celebre opera verdiana. 

E se l'italiano ha una sua diffusione, quanto ci costa studiare l’inglese per stare in Europa? Citiamo Winston Churchill quando ad Harvard, nel 1943, disse che «Dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente».

La storia ci ha insegnato che è vero. Se scegliamo l'inglese anche se non è necessario, se lo parliamo in modo superficiale, se conosciamo sempre meno la nostra lingua facciamo anche un danno economico all'Italia. 

Secondo un’interrogazione parlamentare presentata da Marco Beltrandi nel 2012, «l'apprendimento della lingua inglese agli italiani costa 60 miliardi di euro l'anno e nell'Unione europea 350 miliardi di euro annui». Il vantaggio derivante a Inghilterra e stati anglofoni (ma anche francofoni) dal fatto che le istituzioni europee ‘parlino’ e impieghino nella comunicazione e nei bandi di finanziamento soprattutto due delle lingue d’Europa completa il quadro. L’interrogazione, del 2012 chiedeva al Governo se intendesse «avviare immediatamente uno studio economico che, oltre a dettagliare il risparmio per l'Italia e l'Europa dello «scenario Esperanto» stimato in 25 miliardi annui (Grin, L'insegnamento delle lingue straniere come politica pubblica), ne approfondisca altresì gli effetti e i guadagni per la crescita e lo sviluppo sia in chiave interna ed europea che mondiale». La risposta?

http://www.lindro.it/economia/2014-02-12/118210-italian

 

Ultima modifica ilGiovedì, 13 Febbraio 2014 15:05
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