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Jeronim Capaldo a RR: TTIP = Disintegrazione europea, disoccupazione e instabilità. In evidenza

Da sinistra: Jeronim Capaldo, Giorgio Pagano Da sinistra: Jeronim Capaldo, Giorgio Pagano

TTIP = Disintegrazione europea, disoccupazione e instabilità.
Questi i risultati di uno studio redatto secondo il modello econometrico della Nazioni Unite da Jeronim Capaldo.

Oggi a Radio Radicale ho invitato, in uno speciale della mia Rubrica “Patria Europea”, Jeronim Capaldo, ricercatore presso l’Istituto di Globalizzazione e sviluppo sostenibile (GDAE) dell’Università Tufts di Boston, per discutere, anche con gli ascoltatori, del suo studio - sorprendente - sul TTIP, scaricabile nel formato di carta europeo A4 in fondo a questo articolo.
Il perché sia sorprendente lo Studio di Capaldo lo spiegherò tra breve, intanto facciamo però il punto della situazione.

In questi mesi l’Unione Europea e gli Stati Uniti stanno negoziando il Trattato di Partenariato Transatlantico su Commercio e Investimenti (TTIP), un importante accordo commerciale che dovrebbe portare ad una maggiore integrazione delle due (o meglio tra una e 28) economie.
Come avviene solitamente quando si discutono trattati commerciali, anche nel caso del TTIP i negoziati sono accompagnati da una serie di studi econometrici secondo i quali l’accordo porterà vantaggi netti per tutti i paesi convolti. I sostenitori europei del TTIP citano normalmente quattro principali studi che prevedono vantaggi netti, anche se quantitativamente trascurabili e distanti nel tempo.
Essi prevedono inoltre che l’aumento del commercio transatlantico avverrà al prezzo di una riduzione del commercio intra-europeo. La Commissione Europea, la più energica sostenitrice del TTIP, si trova così in una situazione paradossale: invece di favorire l’integrazione dell’Europa, la sua politica commerciale rischia di causarne la disintegrazione.
Inoltre recenti studi hanno mostrato che le quattro principali analisi dell’accordo sono sostanzialmente inaffidabili perché utilizzano modelli economici che hanno portato a seri errori quando, in passato, sono stati utilizzati per valutare le potenziali conseguenze di altre liberalizzazioni commerciali.

Alla luce di queste critiche e per capire meglio le conseguenze del TTIP, Jaronim Capaldo ha fatto delle proiezioni usando un modello economico diverso da quello degli studi ufficiali, scegliendo il Global Policy Model delle Nazioni Unite (GPM), che incorpora ipotesi decisamente più realistiche rispetto ai modelli degli studi ufficiali. Tanto per capirne alcuni madornali errori, ad esempio, nella maggior parte delle analisi ufficiali si esclude in partenza qualsiasi cambiamento del livello di occupazione assumendo che, un eventuale calo della domanda, possa causare solo una riduzione dei salari e di altri prezzi. Invece il GPM ammette che un calo della domanda, per esempio dovuto ad un maggiore afflusso di merci competitive provenienti dagli Stati Uniti, possa provocare una riduzione dell’occupazione.
Calcolati con il GPM, gli effetti del TTIP sono radicalmente diversi da quelli ufficiali.
In primo luogo il TTIP appare causare, nel giro di dieci anni, una perdita in termini di esportazioni nette: le economie nordeuropee registrerebbero le perdite più grosse (2,1% del PIL) seguite da Francia (1,9%), Germania (1,14%) e Regno Unito (0,95%). Conseguentemente il TTIP causerebbe una perdita netta in termini di PIL, anche in questo caso più alta per i paesi nordeuropei (‐0,5%) che per la Francia (‐0,48%) e la Germania (‐0,29%).
I risultati più importanti però riguardano gli effetti sul lavoro. Il TTIP causerebbe una perdita di reddito da lavoro variabile da 3.400 Euro pro-capite annuali in Germania a 5.500 Euro in Francia.
Quel ch’è peggio, però, si registrerebbe sul piano occupazionale, una riduzione netta dell’occupazione nell’Unione Europea, secondo i calcoli di Capaldo, di circa 600.000 posti di lavoro. I paesi nordeuropei sarebbero i più colpiti con una perdita di 223.000 posti di lavoro, seguiti da Germania (-134.000), Francia (-130.000) ed Europa meridionale (-90.000). Questo dovrebbe interessare, e molto, tutto il mondo sindacale europeo che, da subito, dovrebbe muoversi per scongiurare la firma del TTIP.
Con redditi più bassi e una disoccupazione più alta, profitti e rendite aumenterebbero in proporzione al totale dei redditi, rafforzando una tendenza alla concentrazione del reddito che ha contribuito a creare l’attuale fase recessiva. Questo significa che, proporzionalmente, avrebbe luogo un trasferimento di reddito dal lavoro al capitale, particolarmente alto nel Regno Unito (con il 7% del PIL che passerebbe dai salari ai profitti), in Francia (8%), in Germania e Nord Europa (4%).
Non mancherebbero le conseguenze sul gettito fiscale.
In seguito alla riduzione del PIL e dei redditi personali le imposte indirette (come l’IVA) si ridurrebbero in tutti i paesi dell’Unione Europea, mentre i disavanzi fiscali aumenterebbero, con buona pace dei parametri di Maastricht.
Infine, il TTIP rischierebbe di causare maggiore instabilità finanziaria e l’accumulazione di pericolosi squilibri.
La riduzione di esportazioni nette, redditi da lavoro e gettito fiscale richiederebbe che la domanda aggregata fosse sostenuta da profitti e investimenti. Tuttavia, il basso livello dei consumi, realisticamente, porterebbe a bassi ricavi e bassi profitti d’impresa. È allora più probabile che profitti ed investimenti siano sostenuti, invece che dalle vendite commerciali, da una crescita dei prezzi finanziari eventualmente facilitata da provvedimenti di deregolamentazione che incoraggiano prestiti rischiosi.
Dopo la crisi finanziaria del 2008-2009, la potenziale instabilità macroeconomica che deriva da questa combinazione di fattori è tristemente nota.
Le proiezioni dello studio di Capaldo dipingono, quindi, un quadro scoraggiante per le autorità di politica economica. Alle quali rimarrebbero solo tre opzioni per stimolare l’economia: la prima, favorire un aumento del credito privato, con il rischio di creare nuovi squilibri finanziari; la seconda, provare la strada di una svalutazione del cambio, con il rischio di provocare una guerra valutaria o, infine, una combinazione delle due opzioni precedenti.
Secondo questi calcoli, quindi, in primo luogo le analisi ufficiali del TTIP non offrono una buona base per decidere su un cambiamento di politica economica così importante e, secondariamente e più in generale, cercare di aumentare il volume del commercio internazionale non rappresenta un’efficace strategia di crescita economica per l’UE.
Nell’attuale situazione, caratterizzata da alta disoccupazione e bassa crescita, l’aumento ulteriore della pressione sui redditi da lavoro non può che danneggiare l’economia.
In definitiva, i risultati dell’analisi di Capaldo secondo il modello economico delle Nazioni Unite, indicano che, affinché una strategia di ripresa economica in Europa sia praticabile, è necessario un impegno consapevole della politica economica in supporto dei redditi da lavoro.

Roma, 8 novembre 2014.

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Jeronim Capaldo ospite di Patria Europea a Radio Radicale.
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