Lingue minoritarie in Sardegna:"Uniti per sopravvivere superiamo i campanilismi". Un appello all’unità tra le diverse varianti linguistiche dell’isol... continua >

Alto Adige. Inglese all'asilo, coinvolti 3500 bimbi italiani. La giunta provinciale di Bolzano investe 1,4 milioni di euro nel progetto. In tutte l... continua >

Lo studio della grammatica è fondamentale. Lettera. di redazione. Mario Bocola – Per migliorare le competenze linguistiche degli studenti è sempre p... continua >

Perché ci sono così tante lingue al mondo. Attualmente la nostra specie parla circa settemila lingue separate: il progetto Ethnologue ne ha mappate 6... continua >

ITALIANS. Montaguto (AV): un TG in dialetto “internazionale”. risponde Beppe Severgnini. Partnership culturale Italia-Canada: da Montaguto a Toront... continua >

Brexit, via da Londra sulle Authority è scontro in Europa. L’uscita del Regno Unito, con la necessità di ricollocare le prestigiose agenzie di banche... continua >

Due parole in croce. di Luigi Accattoli. Il nome del Mario. Mario Delpini, nuovo arcivescovo in Milano, si dice inadeguato “già dal nome”: elenca q... continua >

Ambiente. La strage silenziosa degli ecologisti: una vittima ogni due giorni. di Lucia Capuzzi. Oltre duecento attivisti sono stati massacrati nel 2... continua >

La mappa sul numero di lingue ufficiali nei paesi del mondo. La maggior parte degli stati del mondo ha soltanto una lingua ufficiale, ma ci sono paes... continua >

Un patrimonio comune a bosniaci, croati, montenegrini e serbi. La lingua senza nome dei Balcani. La dissoluzione della Jugoslavia e l’esacerbazione ... continua >

Geert Lovink: «Internet non crea democrazia»

Geert Lovink: «Internet non crea democrazia»

Lovink: «Internet non crea democrazia»

Da solo «non porta cambiamenti». I social? Seducendo ci trascinano nell'abisso. Il teorico Lovink: «Servono network alternativi, l'unica strada per tornare liberi».

di Barbara Ciolli | Lettera 43 | 19 Novembre 2016. 

Neppure gli osservatori e i teorici più critici di Internet pensavano potesse andare così male, ma un riscatto è sempre possibile.
Il capitalismo è sbarcato sulle grandi piattaforme web, anche quelle di cosiddetta «condivisione».
Miliardi di dati vengono rubati o rivenduti alle multinazionali e all'intelligence, anche perché miliardi di utenti postano sui social media selfie e quanto di più, si credeva un tempo, intimo e riservato, ben consapevoli di essere setacciati.
GOLPE FATTI E SVENTATI. «Un golpe, sì, che ormai può essere fatto o sventato anche con Internet e le sue reti di comunicazione di massa», afferma Geert Lovink, fondatore dell'Institute for Network Cultures che da 30 anni indaga le dinamiche della cultura digitale.
Ma il saggista olandese, considerato l'ideatore del mediattivismo alla base della controinformazione in Rete, non è un nichilista. «Dobbiamo assolutamente fermare e invertire il meccanismo che si è creato, altrimenti saremo condannati per sempre a Facebook», racconta a Lettera43.it.
«L'ABISSO DI FACEBOOK». «Spero che la gente abbia imparato la lezione anche da quanto è accaduto in Turchia, anche se ci vorrà del tempo per reagire», avvisa l'autore de L'abisso dei social media, presentato all'Internet Festival di Pisa, «le competenza tecniche dei giovani si stanno abbassando e invece sono indispensabili per costruire network alternativi. È l'unica strada per tornare liberi, perché Google certo non vi proteggerà».

DOMANDA. In generale, a oggi, Internet può ancora definirsi uno strumento di democrazia?
RISPOSTA. No, è già una tesi assodata che Internet in sé non stia portando cambiamenti democratici, né che da sola li porterà. Il cosiddetto «soluzionismo tecnologico» - l'idea cioè che la tecnologia in se stessa, introdotta in un Paese, dia soluzioni ai problemi - non ha ovviamente funzionato. Anzi, anche nei Paesi occidentali, sta creando tensioni su tensioni, polarizzando il dibattito.
D. E questo è un male per la democrazia?
R.
Al contrario, è espressione della democrazia e non può certo minare il potere del parlamento e dei partiti politici, il sistema di regole democratiche. Non mi fa paura questo, ma il fastidio che ormai provoca la Rete. Internet mette alla prova la nostra tolleranza: questo è il problema.
D. Stanno cambiando le relazioni umane.
R. L'altro non è più esotico per noi. Di cosa è fatto Internet ormai? Di quanto spazio viene concesso per disturbare gli altri. L'altro non è più insolito, forse lo è solo ormai qualche rifugiato dall'Africa. L'altro si sta infastidendo...
D. Internet vuol dire anche globalizzazione?
R. Esattamente. Oggigiorno non ci si stanca mai di dire la nostra sui social network, di mettersi in mostra. Dobbiamo iniziare a convivere con questa realtà e in qualche modo c'è bisogno, non di tollerarla, ma di una nuova via per ignorare gli altri, ritrovare spazi di libertà. Ma la censura beninteso non è la soluzione.
D. Il web contiene miliardi e miliardi di informazioni, una massa enorme di dati in continua evoluzione.
R.
Sì, ma tutte queste informazioni possono essere filtrate, censurare la Rete è molto semplice. Internet può essere monitorata ed è censurata ovunque nel mondo. Però è anche da ingenui concepirla come uno spazio non fluido ma statico, che se tu la fermi diventa silente. Perciò la soluzione non è l'assoluto controllo di Internet ma il progetto di una nuova forma di data management di Internet. Anche se svilupparvi ulteriormente spazi di libertà è molto difficile.
D. La Rete viene anche usata con successo da gruppi terroristici come l'Isis.
R.
È come una guerra tra il gatto e il topo. Twitter è uno strumento abbastanza buono per identificarli: sono state sviluppate tecniche per risalire ai titolari degli account, all'inizio non era così. Ma riescono sempre a ricrearne di nuovi in una piattaforma della mole di 200-300 milioni di utenti.
D. La censura non funziona sempre. Ma recentemente abbiamo visto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan che ha impugnato un iPhone e sostiene di aver fermato un golpe con Skype. È davvero possibile?
R.
Per me sì, soprattutto con Twitter. Erdogan ha avuto successo, perché è un maestro nella manipolazione e nella censura di Internet. Quanto accaduto questa estate non è niente di nuovo nella Turchia che sperimenta il blocco di Youtube e Twitter da 10 anni: un caso che resterà attuale per anni, c'è molto da imparare dalla Turchia.
D. Gli apparati di sicurezza hanno impiegato gli stessi social network usati dai dimostranti delle rivolte che chiedevano la democrazia, allo scopo di bloccarli e manipolarli.
R.
E di arrestarli anche, non lo dimentichi. Per questo l'apparato d'intelligence turco ha messo in piedi un grosso team di esperti della Rete. È terribile che siano riusciti ad arrestare così velocemente decine di migliaia di persone: tutta questa gente era stata già identificata, sapevano esattamente chi andare a cercare. Una storia, in questo, simile a quella di Siria ed Egitto, dove pure i movimenti civili di protesta inseguivano promesse di democrazia.
D. Però in luoghi come la Palestina i social restano uno strumento di espressione primario. Gli account sono controllati, ma intanto i palestinesi possono comunicare con l'esterno con un'immediatezza prima impossibile.
R.
Certo, questo è verissimo.
D. Ma in linea di massima, complessivamente per lei è un bene o un male questo spazio virtuale di espressione, così com'è?
R.
Nelle mie ricerche mi ero proposto di esplorare la «banalità del male», un'importante nozione della filosofa Hannah Arendt che si occupò molto di cosa sia la democrazia. Banalità del male che, nel contesto di Internet, ritengo sia molto potente. La tendenza non è positiva.
D. Attraverso i social media dilagano fenomeni come il bullismo, voyeurismo, esibizionismo...
R. Siccome non penso che la censura servirà, è necessario creare consapevolezza tra i giovani sui pericoli di Internet sia attraverso l'alfabetizzazione ai media nelle scuole, sia dando loro strumenti tecnici per costruirsi una nuova, propria Rete.
R. Non è troppo tardi?
D.
Il meccanismo si può invertire, ci vorrà del tempo ma è fattibile. Negli ultimi anni vediamo i giovani usare sempre di più la Rete ed esserne via via sempre meno consapevoli e tecnicamente preparati.
D. L'appiattimento verso il basso favorisce la manipolazione.
R. Sì, assistiamo a qualcosa di completamente diverso da quello che ci aspettavamo alla nascita di Internet. Senza competenze tecniche le nuove generazioni saranno condannate a Facebook.
D. Ma Facebook avrà ancora lunga vita?
R. Monitoro questo tema dalla nascita. Dal blogging Facebook e gli altri social sembravano crescere sempre più e invece sono diventati una realtà sempre più ristretta, con meno player. All'inizio pensavamo anche che i giovani si sarebbero presto stufati, che sarebbero passati ad altri social. E invece stiamo capendo che la gente non è in grado uscire da Facebook, è spaventoso.
D. Ammesso che una persona sia stufa e voglia chiudere la propria pagina, ci sono contatti che può trovare e mantenere solo attraverso Facebook.
R.
Si è ormai dentro la gabbia dei social media e il nostro ambiente sociale è una pressione a restarci, ma non si tratta solo di questo.
D. Non dipende dalle nostre relazioni?
R.
Gli studi mostrano che le compagnie stanno sviluppando ricerche sempre più sofisticate su come far annegare la gente dentro questi social media. Invece che uscirne fuori, ne veniamo trascinati dentro. Osservi i giovani quando entrano in ascensore.
D. O si siedono nella metro.
R. La prima cosa tirano fuori lo smarphone e controllano il loro status su Facebook, un comportamento ormai in larga parte inconsapevole, qualcosa di corporale.
D. Cioè ancora più di un impulso incontrollabile, una parte fisica di noi?
R. Voglio sottolineare proprio l'aspetto corporale di ciò. Non si tratta neanche più di poter scegliere.
D. Alcuni la definiscono dipendenza.
R
. Molti esperti lo fanno, ma io non mi spingerei a questo. Vado un po' cauto con questa retorica: è facile parlare di dipendenza. Certo, in alcuni casi esiste davvero una dipendenza da social media come per l'eroina o l'alcol. Ma questo comportamento generale è un fenomeno molto più diffuso, si tratta ormai di centinaia di milioni di persone coinvolte: ha senso parlare di dipendenza?
D. Stranamente ormai la gente sa bene che i dati su Internet sono controllati e passati di mano: lo scandalo sulle mail di Yahoo! è di dominio pubblico [milioni di mail girate a servizi segreti americani] elenchi. Eppure si postano lo stesso foto e informazioni sensibili, anche se è pericoloso.
R. Selfie da nudi specialmente, non è divertente? Noi la chiamiamo la banalità della seduzione: è così dura cestinare queste immagini, quando le hai davanti non puoi davvero resistere, le posti. C'è un elemento seduttivo in questo comportamento ormai automatizzato, ripetitivo, la ripetitività è molto importante.
D. Perché?
R. Perché nel caso dei selfie nudi, per esempio, dobbiamo interrompere questa ripetizione. È la parte più difficile, occorre mobilitare un sacco di energia fisica per non postarli online.
D. Sono i modelli imposti dalle grandi piattaforme della Rete a dominare e plasmare i corpi e le menti, e vale anche per le reti nate con l'intento di convididere servizi, rendendoli più accessibili. In realtà, nel caso di Airbnb e Uber, diventate vere e proprie multinazionali della sharing economy: possiamo parlare di una nuova forma di capitalismo?
R.
Ovviamente tutte queste attività rientrano adesso nella fase del capitalismo delle piattaforme, una fase successiva di capitalismo. Tuttavia resta la promessa che la gente, in Rete, possa costruirsi delle piattaforme alternative sul modello cooperativo: in questo modo, per esempio, i tassisti, possono organizzarsi online contro Uber.
D. Poter smantellare queste grosse piattaforme è un vantaggio.
R.
Assolutamente. Soprattutto a livello locale, il meccanismo delle grandi piattaforme può essere fermato da nuove forme di cooperativismo, attraverso la nascita di social network alternativi. A lungo termine è una strada percorribile.
D. Compito delle nuove generazioni?
R.
Per avere più democrazia è necessario tornare nella cabina di comando di Internet, riacquisendo competenze tecnologiche: le reti decentrate devono essere costruite e mantenute. È l'unica strada: non potete aspettarvi che Google e gli altri vi proteggano, perché certo non lo faranno.
D. Però i regimi e gente come Erdogan potranno sempre usare in futuro Internet per gestire e imporre il potere, con la censura.
R.
Ma spero che la gente abbia imparato la lezione e col tempo sviluppi altri tipi di network, perché è chiaro che non possiamo più fidarci dei social media.
D. Le grandi compagnie del web sono legate ai servizi segreti?
R.
Il caso di Edward Snowden ha portato alla luce le operazioni di spionaggio dell'Nsa condotte attraverso Internet ma poi sono rimasto deluso da tutto quello che non si è fatto dopo Snowden, anche se non ne do la responsabilità a lui. Tuttora c'è solo una vaga nozione di questi legami, il che alimenta la cultura della paranoia: che la grande macchina ci sta spiando, scandagliando... Nessuno si è preso la briga di dimostrare se è vero oppure no.
D. Non ci sono prove?
R.
Tutt'altro, ce ne sono troppe. Si parla di tsunami data, c'è un sacco di materiale da mettere insieme, analizzare in modo sistematico e filtrare. Un buon esempio è stato il lavoro di processing sui Panama papers, lì almeno si è tentato di affrontare la massa di informazione con un team di giornalisti, a livello mondiale: 200 o 300 al lavoro, un numero incredibile. Nell'era digitale, anche il mondo dell'informazione richiede nuove forme di organizzazione, oltre il giornalismo investigativo individuale e dei singoli giornali.

Ultima modifica ilLunedì, 21 Novembre 2016 11:32
Torna in alto

"Esperanto" Radikala Asocio


Associazione Radicale Esperanto
Esperanto Radical Association

Senza scopo di lucro dal  25 aprile 1987
O.N.L.U.S. dal 1998
Codice fiscale 97104360587
Organizzazione Non Governativa con statuto consultivo di categoria speciale, presso il Consiglio economico e sociale (Ecosoc) delle Nazioni Unite.
Conto corrente postale 60397007
Conto bancario presso Poste italiane IBAN:
IT07N0760103200000060397007
Associazione costituente del Partito Radicale
nonviolento, transnazionale e transpartito

Via di Torre Argentina 76 Roma 00186
Tel. 0668979797 fax 0623312033
Cell. 3275576333 Email scrivici[at]eraonlus.org

 

Bonifico sul conto con IBAN:
IT07N0760103200000060397007

Versamento tramite il classico
Bollettino postale:

Scaricalo da qui già precompilato