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Documenti e Risorse contiene articoli, documenti, programmi di interesse della Esperanto Radikala Asocio

TRATTATO SULL’UNIONE EUROPEA

TRATTATO SULL’UNIONE EUROPEA

(versione consolidata)  30.3.2010 IT Gazzetta ufficiale dell’Unione europea C 83/1

Numerose informazioni sull’Unione europea sono disponibili su Internet consultando il portale Europa (http://europa.eu).

L'opuscolo in Allegato contiene le versioni consolidate del trattato sull’Unione europea e del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, nonché dei loro protocolli e allegati, quali risultano a seguito delle modifiche introdotte dal trattato di Lisbona firmato il 13 dicembre 2007 ed entrato in vigore il 1º dicembre 2009. Vi sono anche contenute le dichiarazioni allegate all’atto finale della Conferenza intergovernativa che ha adottato il trattato di Lisbona.

La pubblicazione contiene inoltre la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea proclamata a Strasburgo il 12 dicembre 2007 dal Parlamento europeo, dal Consiglio e dalla Commissione. Ai sensi dell’articolo 6, paragrafo 1, primo comma, del trattato sull’Unione europea, la Carta proclamata nel 2007 ha lo stesso valore giuridico dei trattati.

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Udienza pubblica sulla liceità della colonizzazione linguistica inglese di Atenei e Scuole italiane.

AVVISO DI UDIENZA PUBBLICA

Corte costituzionale Cancelleria
p.zza del Quirinale, 41 - Roma
tel. 064698324 - fax 064698918
e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

AVVISO DI UDIENZA PUBBLICA

Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca c/ Angelotti Adriana ed altri
art. 2, c. 2°, lett. 1), legge 30/12/2010 n. 240
A norma dell'art. 8 ed ai fini dell'art. 10 delle Norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale, comunico che il sig. Presidente ha fissato la discussione del giudizio sopra indicato alla UDIENZA PUBBLICA del 20 settembre, alle ore 9,30.

D i f e n s o r i
per Angelotti Adriana ed altri
Avv. CABIDDU Maria Agostina, SORRENTINO Federico c/o Avv. SORRENTINO Federico Lungotevere delle Navi, 30
Avv. STATO BASILICA Federico c/o Avvocatura Generale dello Stato Via dei Portoghesi, 12
15-6183

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Occupazione anglofona. Ecco l'Ordinanza del Consiglio di Stato che rinvia alla Corte Costituzionale.

REPUBBLICA     ITALIANA
II Consiglio di Stato in sede giurisdizionale
SEZIONE VI

Avviso di deposito di ordinanza collegiale

Si comunica che in data 22/01/2015 e' stata depositata presso questa Segreteria l'ordinanza collegiale numero 242/2015 con il seguente esito:
Sospende Giudizio con Rinvio Alla Corte Costituzionale, sui ricorso indicato al Numero Registro Generale: 515112013

Parti                                                                                    Avvocati
Ministero Dell'Istruzione Dell'Universita' E Della Ricerca,  Avvocatura Generale Stato

Parti                                                                                    Avvocati
ANGELOTTI ADRIANA, ed altri                                               Sorrentino Federico, Cabiddu Maria Agostina

  1. 00242/2015 REG.PROV.COLL.
  2. 05151/2013 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Sesta)

ha pronunciato la presente

ORDINANZA

sul ricorso numero di registro generale 5151 del 2013, proposto da:

Ministero dell'istruzione dell'università e della ricerca in persona del ministro in carica, Politecnico di Milano in persona del legale rappresentante in carica, rappresentati e difesi dall'Avvocatura generale dello Stato, domiciliataria in Roma, via dei Portoghesi, 12;

contro

Adriana Angelotti, Anna Maria Antola, Anna Anzani, Sergio Arosio, Cesare Mario Arturi, Francesco Augelli, Valeria Bacchelli, Arturo Baron, Francesco Basile, Giovanni Baule, Eleonora Bersani, Serena Biella, Antonello Boatti, Pellegrino Bonaretti, Marco Borsotti, Federica Boschetti, Maria Antonietta Breda, Maria Agostina Cabiddu, Enrico Gianluca Caiani, Christian Campanella, Fabrizio Campi, Paola Caputo, Edoardo Carminati, Aldo Castellano, Graziella Leyla Ciagà, Maria Antonietta Clerici, Luigi Pietro Maria Colombo, Giancarlo Consonni, Emilia Amabile Costa, Fiammetta Costa, Stefano Crespi Reghizzi, Giancarlo Cusimano, Alessandro Dama, Aurora Scotti Aurora, Roberto Giacomo Sebastiano, Maria Beatrice Servi, Francesco Siliato, Maria Cristina Tanzi, Graziella Tonon, Raffaella Trocchianesi, Michele Ugolini, Ada Varisco, Vincenzo Varoli, Massimo Venturi Ferriolo, Daniele Vitale, Fabrizio Zanni, Salvatore Zingale, Luca Alfredo Casimiro Bruché, Alessandro Antonio Porta, Lorenzo De Stefani, Anna Caterina Delera, Valentina Dessi', Luca Maria Francesco Fabris, Maria Rita Ferrara, Simone Ferrari, Maria Fianchini, Mario Fosso, Marco Frontini, Gian Luca Ghiringhelli, Lorenzo Giacomini, Maria Cristina Gibelli, Elisabetta Ginelli, Giorgio Goggi, Elena Granata, Francesco Ermanno Guida, Franco Guzzetti, Maria Pompeiana Iarossi, Arturo Sergio Lanzani, Marinella Rita Maria Levi, Andrea Lucchini, Marco Lucchini, Cesira Assunta Macchia, Luca Piero Marescotti, Emilio Matricciani, Stefano Valdo Meille, Lorenzo Mezzalira, Laura Montedoro, Gianni Ottolini, Antonella Valeria Penati, Gianfranco Pertot, Paolo Pileri, Silvia Luisa Pizzucaro, Marco Politi, Gennaro Postiglione, Fulvia Anna Premoli, Maurizio Quadrio, Procopio Luigi Quartapelle, Giuliana Ricci, Fabio Rinaldi, Roberto Rizzi, Michela Rossi, Raffaele Scapellato, Fausto Carlo Testa, Enrico Tironi, Maria Cristina Tonelli, Stefania Varvaro, Fabrizio Fanti, Cristina Tedeschi, rappresentati e difesi dagli avvocati Maria Agostina Cabiddu e Federico Sorrentino, presso quest'ultimo elettivamente domiciliati in Roma, lungotevere delle Navi, 30;

per la riforma

della sentenza del T.A.R. LOMBARDIA - MILANO: SEZIONE III n. 1348/2013, resa tra le parti, concernente approvazione linee strategiche di ateneo 2012-2014.

Visti gli atti di costituzione in giudizio delle parti intimate;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 25 novembre 2014 il consigliere Roberta Vigotti e uditi per le parti gli avvocati dello Stato Gentili e Basilica e l'avvocato Cabiddu;

Il Ministero dell'istruzione dell'università e della ricerca e il Politecnico di Milano chiedono la riforma della sentenza, in epigrafe indicata, con la quale il Tribunale amministrativo della Lombardia ha accolto il ricorso dei docenti del Politecnico di Milano, odierni resistenti, volto all'annullamento della deliberazione del Senato accademico del 21 maggio 2013 nella parte in cui, confermando quanto già stabilito con precedenti determinazioni, ha reso obbligatorio l'insegnamento in lingua inglese nei corsi di laurea magistrale e di dottorato di ricerca a partire dall'anno accademico 2014-2015, in attuazione dell'obiettivo di internazionalizzazione degli atenei previsto dall'art. 1, comma 2, lett. 1) della legge 30 dicembre 2010, n. 240 (Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l'efficienza del sistema universitario).

La norma appena citata dispone che le università statali provvedano, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge, a modificare i propri statuti in materia di organizzazione e di organi di governo dell'ateneo, con l'osservanza dei seguenti vincoli e criteri direttivi: ..

rafforzamento dell'internazionalizzazione anche attraverso una maggiore mobilità dei docenti e degli studenti, programmi integrati di studio, iniziative di cooperazione interuniversitaria per attività di studio e di ricerca e l'attivazione, nell'ambito delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente, di insegnamenti, di corsi di studio e di forme di selezione svolti in lingua straniera.

I) La sentenza impugnata, dopo aver respinto alcune eccezioni preliminari svolte dalle Amministrazioni resistenti, ha rilevato:

a) il contrasto dell'obbligatorietà dell'insegnamento in lingua inglese con il principio, di rilevanza costituzionale, desumibile dall'art. 6 Cost., che prevede la tutela delle minoranze linguistiche, e da altre disposizioni di legge costituzionale, della centralità e dell'ufficialità della lingua italiana;

b) la necessità di garantire che la lingua italiana non subisca trattamenti deteriori rispetto a lingua straniere non oggetto di specifiche norme di tutela, necessità della quale è espressione, per gli insegnamenti universitari, l'art. 271 del regio decreto 31 agosto 1933, n. 1592, secondo il quale "la lingua italiana è la lingua ufficiale dell'insegnamento e degli esami in tutti gli stabilimenti universitari" e che non può ritenersi incompatibile, e quindi abrogato ai sensi dell'art. 15 delle disposizioni preliminari al codice civile, dalla norma del 2010, altrimenti dovendosi dubitare della legittimità costituzionale dell'art. 2 comma 2 lett. 1) della medesima legge n. 240;

c) la non collocazione, per effetto di quest'ultima disposizione, della lingua italiana in posizione subordinata rispetto a lingue straniere, perché l'uso della congiunzione "anche", nel testo della norma, esclude la tassatività dell'indicazione, in coerenza sia con l'autonomia ordinamentale delle università, sia con la vocazione della norma stessa, volta a porre criteri direttivi, sicché l'uso della lingua straniera deve affiancare, e non sostituire, quello dell'italiano.

Il Tribunale amministrativo ha quindi accolto il ricorso, avendo riscontrato l'incoerenza della valorizzazione della lingua straniera con il quadro appena delineato: i provvedimenti impugnati hanno infatti escluso per la parte specialistica della preparazione universitaria l'utilizzabilità della lingua italiana, tanto in fase di insegnamento, quanto in sede di esame, così marginalizzandone in maniera indiscriminata l'uso, che il sistema normativo vuole, invece, preminente e che è anche funzionale alla diffusione dei valori che ispirano lo Stato italiano. Una corretta applicazione dei principi sopra esposti avrebbe dovuto consentire, secondo il Tar, la scelta tra l'apprendimento in italiano e quello in lingua straniera, mentre l'imposizione di quest'ultima in via esclusiva viola anche la libertà di insegnamento garantito dall'art. 33 della Costituzione. Inoltre, l'imposizione generalizzata non tiene conto della specificità di alcuni insegnamenti, che mal si prestano all'uso dell'inglese e impedisce la diffusione, pur essa da comprendere nell'obiettivo dell'internazionalizzazione, della didattica italiana all'estero: la scelta del Politecnico, quindi, non riflette neppure l'obiettivo perseguito, mentre sacrifica in misura eccedente rispetto a tale obiettivo gli interessi dei docenti e quelli degli studenti.

Con l'appello in esame il Ministero e il Politecnico di Milano ripropongono le eccezioni di irricevibilità e di inammissibilità del ricorso per carenza di interesse, disattese dal primo giudice, e evidenziano la irrilevanza del principio della tutela delle minoranze linguistiche, postulata dalla legge 15 dicembre 1999, n. 482, invece valorizzato dalla sentenza impugnata. Negano, quindi, l'effetto di marginalizzazione della lingua italiana, che resta quella utilizzata nei corsi di laurea triennale e, quindi, nella maggior parte dei corsi di studio del Politecnico il quale, con i provvedimenti impugnati, si prefigge di favorire il principio costituzionale del diritto alla formazione e all'elevazione professionale del lavoratori (art. 35 Cost.) anche mediante la possibilità di accedere, in condizioni di uguaglianza, alle procedure concorsuali per l'assunzione all'impiego (art. 51 Cost.), senza impingere sulla libertà di insegnamento.

Le eccezioni preliminari riproposte con l'appello non sono fondate. Con ha ritenuto la sentenza impugnata, la deliberazione del Senato accademico in data 21 maggio 2012 non può ritenersi meramente riproduttiva della volontà già espressa con le linee strategiche approvate il 15 dicembre 2012, dal momento che essa è stata assunta all'esito di un procedimento rinnovato, con ampia discussione collegiale, su impulso di un gruppo di docenti che avevano chiesto al rettore il riesame delle linee strategiche, nella parte concernente appunto l'uso esclusivo della lingua inglese, e di altri analoghi atti propulsivi, dei quali il provvedimento stesso dà contezza.

Del pari infondata è l'eccezione di carenza di interesse al ricorso, sollevata in ragione (contrastante con il contenuto della prima eccezione) della pretesa natura programmatica della deliberazione impugnata, come tale priva di portata immediatamente lesiva. E' sufficiente leggere il contenuto dell'atto, nel quale si dispone che dall'anno 2014-2015 la lingua inglese sarà la lingua esclusiva per i corsi di laurea magistrale e per i dottorati di ricerca, per avvertirne la portata cogente e, quindi, immediatamente lesiva degli interessi dedotti in causa. IV) Nel merito, osserva il Collegio che l'art. 2, comma 2, lett. 1) della legge n. 240 del 2010, sopra riportato, legittima l'applicazione che ne è stata data dal Politecnico, giacché l'attivazione di corso in lingua inglese, nella lettera della norma, non è soggetta a limitazioni né a condizioni. Tale conclusione è avvalorata da quanto dispone l'art. 31 dell'allegato n. 2 al decreto ministeriale 23 dicembre 2010, n. 50, che, sia pure atto privo di forza di legge, nondimeno vale a chiarire il senso della disposizione legislativa in esame. Il citato art. 31, in deroga al divieto per le università di istituire nuovi corsi di studio posto dal precedente art. 30, consente, al fine di favorire l'internazionalizzazione delle attività didattiche, la possibilità di attivare corsi che ne prevedano l'erogazione "interamente in lingua straniera", sia pure, come ha osservato il Tribunale amministrativo, nelle sedi nelle quali sia già presente un omologo corso. Poiché, peraltro, la legge n. 240 del 2010, successiva al decreto appena ricordato, non contiene una simile condizione, l'applicazione datane dal Politecnico appare, sotto questo aspetto, legittima.

Le contrarie considerazioni sulle quali si fonda la sentenza impugnata, che ha negato un effetto di abrogazione tacita della norma risalente, non sembrano condivisibili: la portata dell'art. 2, comma 2, lett. 1) è di innovazione del sistema e del principio del quale è espressione l'art. 271 del regio decreto n. 1592 del 1933, che, sul punto, appare superato dalla possibilità di istituire corsi in lingua diversa dall'italiano; così come la congiunzione "anche" nel testo della norma del 2010 non vale a sminuirne la portata innovativa, nel senso postulato dal Tar, dato che, comunque, legittima "anche" l'istituzione di corsi in lingua straniera, istituzione che appartiene alla libera scelta dell'autonomia universitaria, esercitata dal Politecnico nel senso che si è detto.

V) L'applicazione del parametro normativo alla fattispecie in esame, così precisato, comporterebbe l'accoglimento dell'appello; il Collegio, peraltro, dubita della conformità alla Costituzione della norma.

V.1) L'art. 2, comma 2, lett. 1) della legge n. 240 del 2010, nella parte in cui consente l'attivazione generalizzata ed esclusiva (cioè con esclusione dell'italiano) di corsi in lingua straniera, non appare manifestamente congruente, innanzitutto, con l'art. 3 della Costituzione, dal momento che si applica allo svolgimento dell'attività didattica per tutti i corsi (magistrali e di dottorato) del Politecnico, come ha evidenziato l'istruttoria disposta dal Collegio con l'ordinanza n. 1779 del 2014. Se, infatti, per alcuni insegnamenti può predicarsi il vantaggio di un uso più spinto della lingua inglese, e la conseguente attrazione della forma linguistica nel contenuto stesso dell'insegnamento, il pari trattamento generalizzato non tiene conto delle diversità esistenti tra i corsi, tali da postulare, invece, per alcuni di essi una diversa trasmissione del sapere, maggiormente attinente alla tradizione e ai valori della cultura italiana, della quale il linguaggio è espressione. E soprattutto ingiustificato appare, nell'ottica considerata, l'abolizione integrale della lingua italiana per i corsi considerati.

V.2 La giurisprudenza della Corte Costituzionale da tempo ha affermato che la Costituzione conferma per implicito che il nostro sistema riconosce l'italiano come unica lingua ufficiale (sentenze 22 maggio 2009, n. 159 e 20 gennaio 1982, n. 28). Pur in presenza del principio di tutela delle minoranze linguistiche, sancito dall'art. 6 della Costituzione, la Corte ha ribadito che "la consacrazione, nell'art. 1, comma 1, della legge n. 482 del 1999, della lingua italiana quale «lingua ufficiale della Repubblica» non ha evidentemente solo una funzione formale, ma funge da criterio interpretativo generale delle diverse disposizioni che prevedono l'uso delle lingue minoritarie, evitando che esse possano essere intese come alternative alla lingua italiana o comunque tali da porre in posizione marginale la lingua ufficiale della Repubblica; e ciò anche al di là delle pur numerose disposizioni specifiche che affermano espressamente nei singoli settori il primato della lingua italiana". Se quindi questa è la scala di valori, che pur in presenza di una specifica norma di rango costituzionale a tutela di una diversa lingua pone quella italiana in posizione di supremazia, tanto più tale criterio deve valere nei confronti di una lingua straniera, nei confronti della quale non esiste, ovviamente, alcun obbligo di tutela (mentre è necessaria la "preservazione del patrimonio linguistico e culturale della lingua italiana": Corte Cost., sentenza n. 159 del 2009).

V.3) L'imposizione dell'uso esclusivo dell'inglese (che nel verbale del consiglio di corso di studio in ingegneria elettrica del 21 novembre 2013, depositato in atti, viene addirittura qualificato "lingua ufficiale di erogazione") appare anche non manifestamente congruente con la libertà di insegnamento, sancita dall'art. 33 della Costituzione. Il riservare ai docenti l'attività didattica per i corsi avanzati, già di per sé, non appare giustificato alla luce di tale principio; né l'obbligo di cui si discute appare rispettoso della libera espressione della comunicazione con gli studenti, dal momento che elimina qualsiasi diversa scelta, eventualmente ritenuta più proficua da parte dei professori, ai quali appartiene la libertà, e la responsabilità, dell'insegnamento.

VI) La questione di costituzionalità dell'art. 2, comma 2, lett. 1) della legge 30 dicembre 2010, n. 240 appare, quindi, rilevante e non manifestamente infondata; il giudizio deve, di conseguenza, essere sospeso in attesa della definizione del relativo giudizio da parte della Corte Costituzionale.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta), non definitivamente pronunciando:

  • solleva questione di legittimità costituzionale dell'art. 2, comma 2, lett. 1) della legge 30 dicembre 2010, n. 240, nella parte di cui in motivazione, in riferimento agli articoli 3, 6, e 33 della Costituzione;
  • sospende il giudizio e ordina la trasmissione degli atti alla Corte costituzionale;
  • dispone che, a cura della segreteria, la presente ordinanza sia notificata alle parti in causa e al Presidente del Consiglio di ministri e sia comunicata ai Presidenti delle due Camere del Parlamento.

Spese al definitivo.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 25 novembre 2014 con l'intervento dei magistrati:
Stefano Baccarini, Presidente
Giulio Castriota Scanderbeg, Consigliere
Roberta Vigotti, Consigliere, Estensore
Andrea Pannone, Consigliere
Marco Buricelli, Consigliere

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 22/01/2015
IL SEGRETARIO
(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

 

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Manicomio: Stefania Giannini voleva l'italiano nella Costituzione!!!

Manicomio: Stefania Giannini voleva l'italiano nella Costituzione.
Questo è il testo integrale del disegno di legge costituzionale che Stefania Giannini presentò il 26 luglio dello scorso anno. Sarebbe il caso che per l'udienza del 25 novembre al Consiglio di Stato se ne tenesse conto, soprattutto per i passi evidenziati qui in giallo.

Senato della Repubblica XVII Legislatura

N. 973

DISEGNO DI LEGGE COSTITUZIONALE

d’iniziativa dei senatori Giannini, Susta, Zanda, Morra, Casini, Marcucci, Micheloni, Albertini, Bondi, De Poli, Di Biagio, Di Maggio, D’onghia, Giro, Gotor, Guerrieri Paleotti, Ichino, Lanzillotta, Liuzzi, Maran, Mussini, Olivero, Padua, Romano, Maurizio Rossi, Luciano Rossi, Tocci, Villari E Zavoli

 COMUNICATO ALLA PRESIDENZA IL 26 LUGLIO 2013

Modifica all’articolo 12 della Costituzione in materia di riconoscimento dell’italiano quale lingua ufficiale della Repubblica

ONOREVOLI SENATORI. – Il presente disegno di legge costituzionale intende inserire nella nostra Costituzione il riconoscimento dell’italiano quale lingua ufficiale della Repubblica, nel rispetto delle garanzie che essa e le leggi costituzionali già riconoscono alle minoranze linguistiche.

Come si legge nel testo del parere trasmesso dall’Accademia della Crusca, in seguito all’audizione sul tema, presso la I commissione affari costituzionali della Camera dei deputati, presieduta dall’onorevole Violante, nella XV legislatura, «diversamente da quanto è accaduto negli Stati che, costituitisi come tali per tempo, hanno potuto affiancare e promuovere con azioni politiche il processo di formazione di una lingua nazionale, nel caso italiano è stata proprio l’esistenza costante e indiscussa di una lingua unitaria di robusta cultura che ha preparato la successiva riunificazione politica e ha permesso anche di individuare lo spazio del nuovo Stato».

Il tema del riconoscimento della lingua italiana a livello costituzionale è stato già affrontato dalle Camere, che non sono, tuttavia, mai pervenute a un’approvazione definitiva delle iniziative legislative esaminate.

Di seguito, un breve excursus sui più recenti precedenti parlamentari.

Nel corso della XIII legislatura la Camera dei Deputati ha approvato in prima lettura, il 26 luglio 2000, la proposta di legge costituzionale atto Camera n. 4424 (on. Mitolo ed altri) di modifica dell’articolo 12 della Costituzione.

Il progetto, approvato nel testo originario, fu trasmesso al Senato (atto Senato n. 4778), dove, il 19 ottobre dello stesso anno, la commissione affari costituzionali concluse i lavori, senza apportare modifiche al testo e dando mandato alla relatrice, senatrice Pasquali, a riferire favorevolmente sul disegno di legge all’Assemblea.

Nella XIV legislatura, per l’esattezza in data 8 marzo 2002, l’Assemblea della Camera ha iniziato la discussione del testo unificato – elaborato dalla Commissione Affari costituzionali – di tre proposte di legge costituzionale di iniziativa parlamentare (atto Camera n. 750, on. Angela Napoli, atto Camera n. 1396, on. La Russa ed altri, e atto Camera n. 2289, on. Boato ed altri).

L’accoglimento di un emendamento nel corso dell’esame in Assemblea ha portato all’introduzione di un ulteriore comma nell’articolo 12 della Costituzione, ai sensi del quale «la Repubblica valorizza gli idiomi locali». Nel testo così integrato, il progetto di legge costituzionale veniva approvato dalla Camera, in prima deliberazione, e trasmesso al Senato (atto Senato n. 1286). Il richiamo alla valorizzazione degli idiomi locali ha formato oggetto di dibattito e di opinioni diversificate nel corso dell’esame in sede referente presso la 1ª commissione del Senato; quest’ultima tuttavia non ha ritenuto di apportare ulteriori emendamenti al testo, licenziandolo per l’assemblea nella seduta del 3 luglio 2002. Il relatore, senatore Pastore, nella relazione scritta all’assemblea, ha rilevato come la «valorizzazione degli idiomi locali» costituisca «una formulazione che può apparire ambigua, ma deve essere letta come individuazione delle diverse forme della lingua nazionale». Tale formula, infatti, «nonostante le perplessità manifestate nel corso del dibattito, ad una più approfondita analisi lessicale risulta equilibrata, perché consente di individuare esperienze linguistiche locali che, pur non assurgendo al livello di lingue, sono meritevoli di riconoscimento da parte della Repubblica. Si potranno adeguatamente valorizzare, in tal modo, anche realtà artistiche e culturali locali».

L’Assemblea del Senato non ha, tuttavia, avviato l’esame del provvedimento.

Nella XV legislatura, infine, l’Assemblea della Camera ha avviato la discussione del testo unificato, il 12 dicembre 2006 – elaborato dalla commissione affari costituzionali – di quattro proposte di legge costituzionale di iniziativa parlamentare: atto Camera n. 648 (On. Angela Napoli), atto Camera n. 1571 (On. La Russa ed altri), atto Camera n. 1782 (On. Boato) e atto Camera n. 1849 (On. Zaccaria ed altri). Il progetto, approvato il 28 marzo 2007, fu trasmesso dal Presidente della Camera dei deputati alla Presidenza del Senato il 29 marzo 2007 (atto Senato n. 1445) e assegnato alla 1ª Commissione permanente (Affari Costituzionali) in sede referente il 4 aprile 2007. La Commissione del Senato non ha avviato l’esame del provvedimento.

Il presente disegno di legge intende oggi raccogliere le istanze emerse nelle precedenti legislature e le diverse sensibilità maturate in merito a un tema di rinnovata centralità politica: il profilo dell’identità linguistica e culturale del Paese, di cui la lingua è espressione primaria.

La lingua è identità. La lingua, prima e più di ogni altra proprietà cognitiva o di altre importanti istituzioni sociali, delimita i confini dell’appartenenza a una determinata comunità. In questa fase storica, valorizzare questo potente e naturale strumento di identificazione e di appartenenza per i membri di una comunità nazionale consentirà di superare localismi anacronistici e imprudenti spinte autonomistiche, che sono contro la storia dei singoli Stati nazionali, così come della costituenda unità politica e culturale degli Stati Uniti d’Europa.

Riconoscere il ruolo della lingua italiana quale elemento costitutivo e identificante della comunità nazionale della Repubblica italiana significa, pertanto, dare un importante contributo alla piena realizzazione di questo processo.

Si tratta, peraltro, di recuperare la lezione della storia, della nostra storia.

Lo Statuto albertino del 1848 contiene un richiamo alla lingua. L’articolo 62 recita:

«La lingua italiana è la lingua ufficiale delle Camere. È però facoltativo di servirsi della francese ai membri che appartengono ai paesi in cui questa è in uso e in risposta ai medesimi» e, anche in questo caso, il riferimento alla lingua voleva essere un richiamo ad un elemento integrante di un Parlamento neonato in una nazione neonata.

I Costituenti non ritennero di inserire il riconoscimento della lingua ufficiale già nella carta originaria. I motivi sono stati ben chiariti nel succitato parere della Crusca: «La risposta sta nella scarsa urgenza del problema in quel momento, nel carattere incontestato e pacifico dell’affermazione di quanto ora si richiede e anche, si può pensare, nell’opportunità di non marcare troppo un tratto che il nazionalismo linguistico del fascismo aveva esasperato, tant’è vero che si ritenne invece, e opportunamente, di tutelare in Costituzione le minoranze linguistiche. Ciò che allora poté sembrare superfluo o inopportuno, oggi invece appare necessario perché le questioni linguistiche hanno acquistato una centralità prima impensabile e le lingue dei grandi paesi hanno bisogno di acquisire una più precisa riconoscibilità».

Nella medesima Costituzione, però, disposizioni in materia di lingua furono inserite nell’articolo 3, che stabilisce il principio di eguaglianza di tutti i cittadini «senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di reli­gione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali» e nell’articolo 6, con il quale viene affidata alla legge ordinaria la disciplina della tutela delle minoranze linguistiche.

Con carattere innovativo, quindi, rispetto all’ordinamento precedente, la Carta costituzionale poneva le basi per la tutela delle minoranze linguistiche grazie alla norma fondamentale contenuta nell’articolo 6 della Costituzione che recita: «La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche».

Fino al 1999, l’attuazione del dettato dell’articolo 6 della Costituzione è stata realizzata con l’approvazione di norme specifiche per la tutela di alcuni gruppi linguistici: in particolare, la comunità germanofona del­l’Alto Adige, quella francofona della Valle d’Aosta e gli sloveni della Venezia Giulia. Con la legge 15 dicembre 1999, n. 482, sono state, inoltre, introdotte nonne generali valide per tutte le minoranze linguistiche storiche esistenti nel territorio italiano.

La legge ordinaria suddetta, infatti, ha dato attuazione proprio a fondamentali princìpi costituzionali All’articolo 1, comma 1, si legge: «La lingua ufficiale della Repubblica è l’italiano». Essa, inoltre, prescrive sia la valorizzazione del patrimonio linguistico e culturale della lingua italiana, sia la promozione delle altre lingue e culture tutelate dalla legge.

La difesa delle lingue minoritarie ha trovato, poi, un ulteriore radicamento di rango costituzionale nell’approvazione degli statuti speciali delle regioni Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige e, più recentemente, con la riforma del titolo V della parte seconda della Costituzione nel 2001, attraverso l’inseri­mento nell’articolo 116, primo comma, della doppia denominazione delle regioni stesse (Trentino-Alto Adige/Südtirol e Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste).

La presente nuova disposizione costituzionale, se approvata dal Parlamento, completerà il quadro dei principi costituzionali, in maniera sinergica e complementare rispetto all’articolo 6 della Costituzione.

In tale complementarità dei princìpi che sanciscono l’autonomia costituzionale delle minoranze linguistiche e il riconoscimento dell’italiano quale lingua ufficiale della Repubblica, si colloca la non più rinviabile valorizzazione normativa e culturale del patrimonio linguistico del nostro Paese, della storia e dell’evoluzione delle sue varietà regionali, dialettali e locali.

L’affermazione di un principio di identità linguistica e culturale comune e condivisa assume aspetti di rinnovata importanza nell’attuale contesto sociale e politico, caratterizzato da plurilinguismo e multiculturalismo. In esso, la lingua italiana rappresenta il primo strumento di autentica integrazione e, insieme alle regole fondamentali della convivenza civile, essa costituisce il veicolo per la costruzione del diritto di cittadinanza dal punto di vista civile e politico.

Come rileva il parere summenzionato elaborato dall’Accademia della Crusca: «Da quanto detto sin qui segue che l’inserimento in Costituzione, nell’articolo 12, della menzione dell’italiano come lingua ufficiale della Repubblica è un gesto opportuno e auspicabile, perché riconosce e sintetizza una realtà di fatto secolare, voluta e condivisa da tutte le aree culturali del nostro Paese e non può in nessun modo essere inteso come un ’imposizione o un gesto di "separazione" da nuclei di popolazione portatori di altre tradizioni linguistiche. È quanto chiedeva già anni fa l’allora Presidente dell’Accademia della Crusca, Giovanni Nencioni, con una petizione firmata anche da altre personalità del nostro Paese.

L’inserimento di tale menzione, oltre che un riconoscimento di un fatto storico, nella realtà italiana trova anche altri motivi a suo favore, per l’effetto di concreto richiamo che esso esercita su:

– una larga parte della popolazione che nel nostro "giovane" stato è meno a conoscenza dei fatti storico-culturali da noi prospettati nella prima parte di questo documento;

– sui responsabili dell’istruzione scolastica e delle attività di formazione del personale destinato alla scuola;

– sui responsabili della comunicazione istituzionale dell’uso dei grandi mezzi di comunicazione;

– sui responsabili di ogni azione di politica estera, specialmente nelle sedi europee, nelle quali è quotidiano il confronto con la pressione di altre lingue che tendono a togliere spazio all’italiano».

La comparazione internazionale sul tema supporta il merito della presente proposta legislativa. Quasi tutti i Paesi dell’Unione hanno nella propria Costituzione norme in materia di lingua. Sei fra essi, prevedono il riconoscimento di una (Austria, Francia, Portogallo e Spagna) o più lingue (Finlandia e Irlanda) ufficiali o nazionali. La Costituzione del Belgio non prevede alcuna lingua ufficiale, ma divide il territorio nazionale in quattro regioni linguistiche.

In Francia l’introduzione della disposizione relativa alla lingua nazionale è relativamente recente: nel 1992, in sede di ratifica del Trattato di Maastricht, è stata approvata la legge costituzionale 92-554 che, oltre ad aggiungere alla costituzione del 1958 un titolo dedicato alle comunità europee e all’Unione europea, ha inserito un nuovo comma all’articolo 2 della Costituzione per cui la lingua della Repubblica è il francese.

L’attuale crisi economica in corso ha evidenziato la necessità di un profondo consolidamento dell’Unione sia in termini di progressivo allargamento che di costruzione e rafforzamento di nuovi strumenti economico-istituzionali. Ciò incide su alcuni aspetti nevralgici degli apparati nazionali di governo politico-economico, ma anche su princìpi fondanti le singole società. In tale ambito, la lingua riveste un carattere simbolico. L’Europa e tutto il processo di integrazione europea si fondano sul principio del multiculturalismo e del multilinguismo ed è proprio per questa ragione che diversi Paesi europei hanno sentito la necessità di inserire nelle proprie Costituzioni il riferimento alla lingua ufficiale fin dall’approvazione del Trattato di Maastricht.

Da ultimo, il Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa affrontava la questione linguistica sin dai suoi princìpi fondamentali (articolo I-3 recante gli obiettivi dell’Unione) e poneva l’accento sul rispetto della ricchezza e della diversità culturali e linguistiche.

Il senso principale di questa nuova previsione legislativa si coglie, quindi, proprio nella prospettiva internazionale, ove emerge con maggiore evidenza la necessità di un impegno a sostenere ulteriormente in Italia e nel mondo lo studio della lingua e della cultura italiana.

Il riconoscimento costituzionale dell’italiano quale lingua ufficiale è anche, tra le altre cose, un atto di attenzione che il Parlamento rivolge alla lingua, alla sua cura e alla sua tutela e al suo insostituibile ruolo di identificazione della nostra identità, dentro e fuori i confini nazionali.

Per concludere, mutuando le parole dell’Accademia della Crusca: «l’affermazione decisa e nitida posta nell’articolo 12, di così alto valore definitorio della nostra Carta Costituzionale, rappresenta il pieno riconoscimento, a distanza di settecento anni, della visione che Dante aveva già offerto della nostra lingua, allora nascente, come lingua non imposta da poteri autoritari ma nata per consenso degli spiriti nobili della "nazione" culturale e accolta e coltivata dappertutto in essa come principio di unione interna, veicolo di cultura nel mondo, forma concreta di rispetto delle diversità».

 

DISEGNO DI LEGGE COSTITUZIONALE

Art. 1.

1. All’articolo 12 della Costituzione è aggiunto, in fine, il seguente comma:

«L’italiano è la lingua ufficiale della Repubblica».

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Linguicidio al Politecnico: il Consiglio di Stato Ordina nuovi documenti e nuova udienza al 25 novembre 2014.

 

 

 

N. 01779/2014 REG.PROV.COLL.

N. 0515112013 REG.RIC.

 

REPUBBLICA ITALIANA

Il Consiglio di Stato, in sede giurisdizionale (Sezione Sesta) ha pronunciato la presente

 

ORDINANZA

sul ricorso numero  di registro generale 5151 del 2013, proposto da:

Ministero dell’istruzione dell'università  e della ricerca in persona  del ministro  in carica e Politecnico  di Milano in persona  del rettore  in carica, rappresentati e difesi dall'Avvocatura  generale della Stato, domiciliataria in Roma, via dei Portoghesi, 12;

contro

Adriana Angelotti, Anna  Maria Antola, Anna Anzani, Sergio Arosio, Cesare  Mario  Arturi,  Francesco  Augelli, Valeria  Bacchelli,  Arturo Baron,  Francesco  Basile, Giovanni  Baule, Eleonora  Bersani, Serena Biella, Antonello  Boatti,  Pellegrino  Bonaretti,  Marco  Barsotti, Federica    Boschetti,    Maria   Antonietta   Breda,    Maria   Agostina Cabiddu,  Enrico   Gianluca  Caiani,  Christian  Campanella,  Fabrizio Campi, Paola Caputo, Edoardo Carminati, Aldo Castellano, Graziella Leyla Ciaga, Maria Antonietta  Clerici, Luigi Pietro  Maria Colombo, Giancarlo    Consonni,  Emilia   Amabile   Costa,   Fiammetta    Costa, Stefano  Crespi  Reghizzi,  Giancarlo  Cusimano,  Alessandro   Dama, Aurora  Scotti Aurora,  Roberto  Giacomo  Sebastiana,  Maria Beatrice Servi, Francesco  Siliato, Maria Cristina Tanzi, Graziella Tonon, Raffaella  Trocchianesi,  Michele   Ugolini,  Ada   Varisco,   Vincenzo Varoli, Massimo Venturi Ferriolo, Daniele Vitale, Fabrizio Zanni, Salvatore Zingale,   Luca   Alfredo   Casimiro   Bruche',   Alessandro Antonio  Porta, Lorenzo De Stefani, Anna Caterina Delera, Valentina Dessi',  Luca  Maria  Francesco   Fabris,  Maria  Rita  Ferrara,  Simone Ferrari, Maria Fianchini, Mario Fossa, Marco Frontini, Gian Luca Ghiringhelli, Lorenzo Giacomini, Maria Cristina Gibelli, Elisabetta Ginelli, Giorgio Goggi, Elena Granata, Francesco Ermanno Guida, Franco  Guzzetti,  Maria Pompeiana Iarossi, Arturo  Sergio Lanzani, Marinella Rita Maria Levi, Andrea  Lucchini, Marco Lucchini, Cesira Assunta Macchia, Luca Fiero Marescotti, Emilio Matricciani, Stefano Valda Meille, Lorenzo Mezzalira, Laura Montedoro, Gianni  Ottolini, Antonella Valeria Fenati, Gianfranco Pertot, Paolo Pileri, Silvia Luisa Pizzucaro,  Marco  Politi, Gennaro Postiglione,  Fulvia Anna  Premoli, Maurizio Quadrio,  Procopio  Luigi Quartapelle,  Giuliana Ricci, Fabio Rinaldi,  Roberto   Rizzi, Michela  Rossi,  Raffaele  Scapellato,  Fausto Carlo Testa, Enrico  Tironi,  Maria Cristina Tonelli, Stefania Varvaro, Fabrizio Fanti, Cristina Tedeschi, rappresentati e difesi dagli avvocati Maria Agostina  Cabiddu  e Federico  Sorrentino, presso  quest'ultimo elettivamente  domiciliati in Roma, Lungotevere delle Navi 30;

per la riforma

della sentenza  del T.A.R. LOMBARDIA- MILANO: SEZIONE III n. 1348/2013, resa tra le patti, concernente approvazione linee strategiche di ateneo 2012-2014.

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio dei soggetti intimati, in epigrafe indicati;

Viste le memorie difensive; Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 11 marzo 2014 il consigliere Roberta Vigotti uditi per le parti l'avvocato  della Stato Giannini e 1’avvocato Cabiddu;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue;

Il Ministero dell'istruzione, dell'università e della  Ricerca e il Politecnico di Milano chiedono  la riforma  della sentenza, in epigrafe indicata, con la quale il Tribunale  amministrativo della Lombardia ha accolto   il ricorso   presentato  da  alcuni  docenti   avverso   la deliberazione  del Senato accademico  del21 maggio 2013, che ha reso obbligatorio  l’insegnamento in lingua inglese nei corsi eli laurea magistrale  e di  dottorato eli  ricerca  a partite  dall'anno  accademico 2014-2015, cosi interpretando l'obiettivo eli internazionalizzazione degli atenei previsto  dall'art. 2, comma  2, lettera 1) della legge 30 dicembre 2010, n. 240.

Il Collegio ritiene necessaria, al fine di decidere, acquisire agli atti la seguente documentazione, in originale o copia autentica:

- elenco completo degli insegnamenti compresi nel corso eli studi relativo alle lauree magistrali o ai dottorati eli ricerca esistenti presso il Politecnico di Milano, con la specificazione di quelli per i quali e previsto l'uso esclusivo della lingua inglese e eli quelli per quali sia eventualmente previsto l'affiancamento con corsi in lingua italiana;

-  relazione  di  chiarimenti, a  firma del rettore del politecnico di Milano e del ministro appellante, necessaria ad appurare l'attualità dell'interesse  all'appello, alia luce della deliberazione  del Senato accademico   di  cui  al  verbale   in  data 20 gennaio 2014 relativa all'offerta  formativa  2014-15  (dalla quale  risulta  che  dal giorno  16 gennaio  2014, "a  seguito  di una  modifica  nell'applicativo  ANVUR­MIUR per  l'offerta   formativa...e possibile  inserire  quale  lingua  di erogazione di un corso di studio anche la doppia lingua “italiano­ inglese”"  e circa i conseguenti  provvedimenti adottati,  in tal senso, per  i singoli  corsi  di laurea,  nonché  circa la durata  temporale  -se condizionata, o a regime- delle stessa modificazione;

- provvedimento di “modifica dell’applicativo ANVUR-MIUR”, con i  relativi  allegati anche  relativi  al  testa  dell’ “applicativo”  prima  e dopa  la modifica.

A tali adempimenti le Amministrazioni appellanti dovranno adempiere entro 90 giorni dalla comunicazione in via amministrativa della presente ordinanza.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta), non definitivamente pronunciando sull'appello in epigrafe indicato,  salva e riservata  ogni  ulteriore  pronuncia  in  rito,  in merito  e sulle spese, ordina alle Amministrazioni appellanti, ognuna  per la parte di propria competenza, di depositare  presso la segreteria della sezione la documentazione in motivazione  indicata,  nel perentorio termine  già precisato.

Rinvia l'ulteriore trattazione dell'appello alla pubblica udienza del 25 novembre 2014.

Ordina che la presente ordinanza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Cosi deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 11 marzo 2014 con l'intervento dei magistrati:

Stefano Baccarini, Presidente,

Maurizio Meschino, Consigliere,

Gabriella De Michele, Consigliere,

Roberta Vigotti, Consigliere, Estensore,

Carlo Mosca, Consigliere.

 

 

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 11/04/2014

 

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

 

 

 

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Ricorso al TAR dei 100 docenti contro il genocidio linguistico italiano al Politecnico di Milano

Prof. Avv. Maria Agostina Cabiddu 

Al Tribunale Amministrativo Regionale della Lombardia Sede di Milano

 RICORSO

nell’interesse dei Signori: […]

tutti rappresentati e difesi dall’Avv. Maria Agostina Cabiddu, anche ricorrente in proprio, come da mandati in calce al presente atto, con domicilio eletto presso il suo studio in Milano, P.zza E. Duse, 1 […]; pec: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

contro

Politecnico di Milano, in persona del Rettore pro tempore;

Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, in persona del Ministro pro tempore;

per quanto occorra, Ministero dell’Economia, in persona del Ministro pro tempore;

Presidenza del Consiglio dei Ministri, in persona del Presidente pro tempore

PER L'ANNULLAMENTO PREVIA SOSPENSIVA

E CON RISERVA DI MOTIVI AGGIUNTI

 - della delibera, adottata in data 21 maggio 2012 (doc.1), nella parte in cui – respingendo l’appello a difesa della libertà di insegnamento (doc. 1, all. 1); la mozione della Scuola di Architettura e Società (doc. 1, all. 2); l’appello del Prof. Giancarlo Ferrigno dell’1.05.2012 (doc. 1, all. 3), il parere espresso da alcuni rappresentanti degli studenti (doc. 1, all. 4) e le osservazioni dei Proff. Piercarlo Palermo (Preside della Scuola di Architettura e società) e Ilaria Valente (Presidente del CCS della Laurea Magistrale di Architettura) del 10.04.2012 – il Senato Accademico del Politecnico di Milano, ha confermato i contenuti delle delibere di approvazione delle Linee strategiche di Ateneo 2012-2014 (doc. 2) e delle prime azioni sull’internazionalizzazione dell’Ateneo (doc. 3), al fine di rendere obbligatorio – senza alternative - l’insegnamento in lingua inglese in tutti i corsi di Laurea magistrale dell’Ateneo, a partire dall’A.A. 2014/2015;

- delle delibere di approvazione delle Linee strategiche di Ateneo 2012-2014 (doc. 2)

- delle prime azioni sull’internazionalizzazione dell’Ateneo (doc. 3) di tutti gli atti presupposti, connessi e conseguenti, anche allo stato non conosciuti;

 PREMESSA

 Oggetto del presente ricorso è la delibera del Senato Accademico del Politecnico di Milano, con la quale si conferma il piano triennale dell’Ateneo 2012-2014 e, in particolare, la previsione “che la lingua ufficiale dell’Ateneo per le Lauree Magistrali ed i corsi di Dottorato sia esclusivamente in lingua inglese” (doc. 2, p. 8), con la conseguente estromissione della lingua italiana dall’insegnamento superiore, in funzione, si dice, dell’internazionalizzazione della stessa Università e di una formazione dei propri studenti più “adeguata e solida, visto il contesto lavorativo sempre più internazionale con il quale dovranno confrontarsi” (doc. 2, p. 2).

I ricorrenti sono, naturalmente, consapevoli del fatto che la scarsa attenzione dedicata nei programmi ministeriali alla conoscenza delle lingue straniere più diffusamente parlate gravi pesantemente sull’educazione dei nostri giovani, con ovvie conseguenze negative anche sul fronte occupazionale e condividono gli sforzi affinché la raccomandazione rivolta dall’Unione europea a ciascun cittadino per accrescere tali conoscenze sia effettivamente perseguita. Sono anche convinti dell’opportunità (divenuta, forse, oggi una necessità) della sufficiente conoscenza, soprattutto da parte dei giovani, della lingua inglese ormai universalmente studiata, parlata e compresa, obiettivo che, come docenti e ricercatori universitari, già li vede attivamente coinvolti - talvolta anche in prima persona – all’interno dello stesso Ateneo, dove ormai diversi corsi di laurea sono integralmente offerti in quella lingua. Tuttavia, non ritengono che ciò implichi – per le ragioni che saranno meglio esposte di seguito - l’opportunità e tanto meno la necessità di imporre in modo generalizzato ed esclusivo l’uso dell’inglese, anziché dell’italiano, per tutti gli insegnamenti.

In effetti, tali provvedimenti, imponendo l'uso esclusivo della lingua inglese per l'erogazione degli insegnamenti magistrali, appaiono non solo inutilmente lesivi delle disposizioni legislative e costituzionali che riconoscono l’italiano come unica lingua ufficiale della Repubblica ma anche dei principi di cui agli artt. 3, 33 e 34

Costituzione, oltre che contrari ad altre e diverse disposizioni, come meglio si vedrà

sia in punto di diritto che in

FATTO

I ricorrenti sono tutti, a vario titolo, docenti presso il Politecnico di Milano, con il seguente profilo risultante dal sito della stessa Università (doc. 4):  Adriana Angelotti, ricercatoreAdriana Angelotti, ricercatore;  Anna Maria Antola, professore associato;  Anna Anzani, professore associato;  Sergio Arosio, professore ordinario;  Cesare Mario Arturi, professore ordinario;  Francesco Augelli, ricercatore;  Valeria Bacchelli, professore associato;  Arturo Baron, professore ordinario;  Francesco Basile, ricercatore;  Giovanni Baule, professore ordinario;  Eleonora Bersani, ricercatore;  Serena Biella, ricercatore;  Antonello Boatti, professore associato;  Pellegrino Bonaretti, professore ordinario;  Marco Borsotti, ricercatore;  Federica Boschetti, ricercatore;  Maria Antonietta Breda, ricercatore;  Luca Alfredo Casimiro Bruchè, professore associato ;  Maria Agostina Cabiddu, professore ordinario ;  Enrico Gianluca Caiani, ricercatore;  Christian Campanella, professore associato;  Fabrizio Campi, professore associato;  Paola Caputo, ricercatore;  Edoardo Carminati, professore associato;  Aldo Castellano, professore ordinario;  Graziella Leyla Ciagà, ricercatore;  Maria Antonietta Clerici, ricercatore;  Luigi Pietro Maria Colombo, ricercatore;  Giancarlo Consonni, professore ordinario;  Emilia Amabile Costa, ricercatore;  Fiammetta Costa, ricercatore;  Stefano Crespi Reghizzi, professore ordinario;  Giancarlo Cusimano, professore ordinario;  Alessandro Dama, ricercatore;  Lorenzo De Stefani, ricercatore;  Anna Caterina Delera, professore associato;  Valentina Dessì, ricercatore;  Luca Maria Francesco Fabris, ricercatore;  Maria Rita Ferrara, ricercatore;  Alessandro Ferrari, docente a contratto;  Simone Ferrari, ricercatore;  Maria Fianchini, ricercatore;  Mario Fosso, professore ordinario;  Marco Frontini, professore associato;  Gian Luca Ghiringhelli, professore ordinario ;  Lorenzo Giacomini, docente a contratto Maria ;  Cristina Gibelli, professore associato;  Elisabetta Ginelli, professore associato;  Giorgio Goggi, professore associato;  Elena Granata, ricercatore;  Francesco Ermanno Guida, ricercatore;  Franco Guzzetti, professore associato;  Valeria Maria Iannilli, ricercatore;  Maria Pompeiana Iarossi, ricercatore;  Arturo Sergio Lanzani, professore straordinario;  Marinella Rita Maria Levi, professore ordinario;  Andrea Lucchini, ricercatore;  Marco Lucchini, ricercatore;  Cesira Assunta Macchia, professore ordinario;  Luca Piero Marescotti, professore associato;  Emilio Matricciani, professore associato;  Stefano Valdo Meille, professore ordinario;  Lorenzo Mezzalira, professore associato;  Marina Molon, professore ordinario;  Laura Montedoro, ricercatore;  Gianni Ottolini, professore ordinario;  David Palterer, ricercatore;  Antonella Penati, professore ordinario;  Gianfranco Pertot, professore associato;  Paolo Pileri, professore associato;  Silvia Luisa Pizzocaro, professore associato;  Marco Politi, professore associato;  Alessandro Antonio Porta, ricercatore;  Gennaro Postiglione, professore associato;  Fulvia Premoli, docente a contratto;  Maurizio Quadrio, professore associato;  Procopio Luigi Quartapelle, professore associato;  Giuliana Ricci, professore ordinario;  Fabio Rinaldi, ricercatore;  Roberto Rizzi, professore associato;  Michela Rossi, professore associato;  Raffaele Scapellato, professore associato;  Aurora Scotti, professore ordinario;  Roberto Sebastiano, professore associato;  Maria Beatrice Servi, docente a contratto;  Francesco Siliato, ricercatore;  Maria Cristina Tanzi, professore ordinario;  Fausto Carlo Testa, professore associato;  Enrico Tironi, professore ordinario;  Maria Cristina Tonelli, professore ordinario;  Graziella Tonon, professore ordinario;  Raffaella Trocchianesi, ricercatore;  Michele Ugolini, professore associato;  Ada Varisco, professore associato;  Vincenzo Varoli, professore associato;  Stefania Varvaro, docente a contratto;  Massimo Venturi Ferriolo, professore ordinario;  Daniele Vitale, professore ordinario;  Fabrizio Zanni, professore associato;  Salvatore Zingale, ricercatore;

in quanto docenti universitari, essi sono tutti direttamente interessati (d)alle delibere in oggetto, le quali, imponendo l’uso esclusivo di una lingua diversa da quella ufficiale della Repubblica per l’erogazione dei corsi di laurea magistrale e per le Scuole di dottorato, incidono su un fondamentale elemento di identità individuale e collettiva, quale la lingua, comprimendo la libertà di insegnamento e introducendo surrettiziamente un criterio di discriminazione su base linguistica, con effetti sicuri, anche se non del tutto prevedibili e governabili, sulle carriere del personale docente e su quelle degli studenti.
La ratio di tali scelte dovrebbe essere, secondo quanto si legge nel documento contenente le Linee strategiche 2012-2014, quella di “un Ateneo a rilevanza internazionale (…), che collabora con il territorio (…), attivo e significativo in tutte le aree della Cultura Politecnica (…), attento agli studenti”, con l’obiettivo strategico di “proseguire con determinazione la propria evoluzione verso un Ateneo internazionale di qualità” e, specificamente, di “stabilire relazioni strategiche con Atenei di riferimento internazionali (…), rafforzare la presenza nelle reti di ricerca internazionali (…), consolidare la presenza di studenti stranieri (…), aumentare l’internazionalizzazione del corpo docente (…), essere soggetto attivo (…) nelle attività di cooperazione allo sviluppo”.
Innanzitutto, è appena il caso di osservare che i ricorrenti non contestano e anzi condividono tali auspici e, in quanto docenti impegnati attivamente nella didattica e nella ricerca si prefiggono, com’è ovvio, di contribuire al miglioramento dell’offerta formativa e al rafforzamento della posizione anche internazionale della propria Università.
Dubitano tuttavia che questi fini possano essere conseguiti con gli strumenti e i modi imposti dal Senato Accademico. In effetti, come meglio si vedrà anche nel prosieguo, la scelta dell’inglese come mezzo per internazionalizzare e rendere maggiormente “attrattiva” l’offerta formativa e la ricerca scientifica del Politecnico appare non solo di per sé discutibile ma anche radicalmente in contrasto con la strategia e gli obiettivi dichiarati.
E, infatti, innanzitutto, lungi dall’internazionalizzare, si tratta, in realtà, di inglesizzare l’Ateneo, cioè di indirizzarlo non verso un auspicabile multilinguismo – come richiesto anche dall’Unione europea - ma, al contrario, verso una formazione incentrata più che sui contenuti sullo strumento, lessicalmente e culturalmente molto povero del c.d. “international English”, con l’inevitabile effetto non solo di comprimere la libertà di scelta di studenti e docenti ma anche di abbassare il livello qualitativo dell’insegnamento e dell’apprendimento.
Al riguardo, anche al fine di sgombrare il campo da obiezioni, tanto facili quanto prive di fondamento, circa pregiudiziali resistenze fondate sull’inerzia del personale docente, sembra il caso di precisare che, ormai da parecchi anni, le diverse Facoltà – oggi Scuole – del Politecnico hanno attivato numerosi insegnamenti e ormai interi corsi di Laurea, Master e dottorati in lingua inglese, sicché siamo oggi di fronte a un’esperienza importante e risalente, che vede impegnati diversi colleghi, molti dei quali, peraltro, oggi si oppongono alle delibere in oggetto, per gli indubbi profili di illegittimità e irragionevolezza, oltre che per l’inconsapevolezza culturale ed epistemologica, che le contraddistinguono.
È appena il caso di osservare infatti – ma il punto sarà meglio illustrato nel prosieguo– che una lingua non può essere ridotta alla sua dimensione strumentale, posto che la sua essenza riflette, nella sua interezza e soprattutto nella sua specificità e tipicità, la tradizione, la civiltà, l’identità di un popolo, così come si è venuta formando nel tempo e nello spazio. È a questa specifica cultura, a questa tipicità storica, a questa ricchezza di identità e sapere che guardano gli studiosi e gli studenti stranieri attratti in numero sempre crescente dalle nostre Università, laddove le delibere impugnate contribuiscono, oltre che all’impoverimento della lingua italiana, anche e soprattutto, all’inaridimento di questa originale e preziosa identità culturale.
Peraltro, anche a voler accedere – astrattamente – alla tesi dell’irresistibile tendenza verso la formazione in lingua inglese, come portato della “globalizzazione”, si deve osservare che l’ormai consistente esperienza maturata dal Politecnico nell’ambito dell’internazionalizzazione – basti pensare, solo per quanto riguarda la Scuola di Architettura e Società, che, su 19 sezioni parallele di insegnamento delle Lauree Magistrali, 8 sono attualmente tenute in lingua inglese e 11 in italiano e che, nel frattempo, sono state attivate sezioni della Laurea triennale in Architettura e in Urbanistica – dimostra come la competenza linguistica costituisca un’elementare pre- condizione, in mancanza della quale l’offerta formativa si rivelerebbe una truffa “di etichetta” per gli studenti, stranieri o italiani che siano, i quali, nel momento in cui si rivolgono a uno degli Atenei più prestigiosi del Paese, hanno ragione di pretendere un insegnamento che si ispiri a questa tradizione culturale, per proiettarla efficacemente in un contesto internazionale sempre più consapevole e competitivo.
Il che è quanto dire, com’è ovvio, che un insegnamento efficace e di qualità adeguata al livello internazionale che l’Ateneo si prefigge non può accontentarsi di un mediocre e approssimativo inglese di base ma richiede una perfetta padronanza delle sfumature linguistiche e argomentative, le quali, com’è ovvio, non si improvvisano e non possono essere imposte con decreto rettorale. Nessuno potrebbe ragionevolmente sostenere, senza essere smentito dai fatti, che si possa far lezione in Università – dove il dialogo fra studente e docente è fondamentale meccanismo di apprendimento e di evoluzione culturale - limitandosi a un testo precostituito o, peggio, a una sequenza di slides. Peraltro, altrettanti e forse più gravi problemi si registrano quanto alla padronanza della lingua scritta. Solo pochi docenti, anche fra i più esperti, sono in grado di produrre autonomamente testi ineccepibili in inglese, soprattutto quando l'argomentazione deve essere discorsiva. Per ovviare a tale carenza sarebbero necessarie (onerose) strutture di servizio, che è difficile, se non impossibile - date le note difficoltà economiche che affliggono l’Università -, concepire per un fabbisogno vasto quale quello dei corsi oggetto delle delibere. Né a colmare queste lacune può bastare, come sembrano immaginare le delibere impugnate, – specie se si pensa alla composizione, anche anagrafica, dell’attuale corpo docente - qualche ora settimanale di inglese, certamente non in grado, di per sé, di garantire lo standard qualitativo necessario a un insegnamento di livello universitario.
Il consenso all’estensione e qualificazione dell'offerta formativa in inglese non si traduce dunque, in alcun modo, nell’acritica adozione di quella lingua come esclusiva - anzi addirittura “ufficiale” - per l’insegnamento in qualunque settore e in un orizzonte di tempo che rischia di diventare incompatibile con i requisiti necessari di qualità e di efficacia.
Né sembra avere valore risolutivo l’osservazione secondo cui la maggior parte delle sperimentazioni didattiche oggetto del presente ricorso attengono ad aree disciplinari di tipo tecnico scientifico, dove numeri, formule e grafici contano più di un discorso legante, al contrario di quanto avvenga nei settori di tipo umanistico o politico/giuridico.

Tale argomento, infatti, non ha alcun particolare pregio euristico. Com’è noto:

- 1) innanzitutto, esso non vale per tutti gli insegnamenti - si pensi, solo a titolo di esempio, ai numerosi corsi di diritto (amministrativo, urbanistico, dell’ambiente, etc.), alla storia dell’arte e dell’architettura, all’estetica, etc. - impartiti nell’ambito della lauree magistrali e nei dottorati dello stesso Politecnico;

- 2) anche in ambito matematico-scientifico è aumentata e continua ad aumentare l’attenzione nei confronti dei profili filosofici e discorsivi delle materie studiate, sicché l’imposizione di un corso di studi unicamente in “inglese” potrebbe, di fatto, anche in questi settori, impoverire la didattica e la ricerca, specie per uno studente italiano, posto che, come si è detto, ad ogni corso universitario, anche il più tecnico, si chiede innanzi tutto un contributo non solo alla propria formazione professionale, ma anche alla costruzione della propria identità di “intellettuale”.

Tutte queste questioni, come accennato, sono eluse dai sostenitori dell’"esclusività" dell’insegnamento in inglese, per dare evidenza a due soli argomenti:

- i) il Politecnico si deve aprire a studenti internazionali;

- ii) questa scelta favorirà l'inserimento professionale dei nostri studenti nel mercato internazionale.

Quanto al primo, i dati dimostrano che questa apertura è da tempo un dato di fatto. Può essere, certo, ancora ampliata, ma non si comprende perché questo obiettivo debba implicare una totale chiusura verso gli studenti italiani che non intendono avvalersi della lingua inglese nei processi formativi e verso i numerosi studenti Erasmus (diverse centinaia ogni anno) interessati alla nostra cultura e alla nostra lingua.

Quanto al secondo, è chiaro che il successo dei nostri laureati all'estero dipende dalla forza e dalla qualità della formazione ricevuta non dalla loro conoscenza o meno dell’inglese.

Peraltro, l’estremizzazione di tali argomenti conduce facilmente a esiti paradossali, che vale la pena esplicitare, dal momento che rendono ancor più manifesti i dubbi in ordine alla legittimità delle decisioni contestate.

Posto, infatti, che l’Ateneo di cui si parla è un’Università pubblica, non si comprende la priorità assegnata dal Senato Accademico all’interesse dei presunti anglofoni - in particolare, stranieri -, rispetto a quello degli italiani che anglofoni non siano o non vogliano essere; né, tantomeno, si comprende – se è vero che lo sviluppo economico di un Paese, come spiegano continuamente gli economisti che si occupano di capitale umano, dipende anche dal numero dei suoi ingegneri e laureati in materie scientifiche

– perché, programmaticamente, il Politecnico si proponga di formare i suoi studenti per l’estero, con ciò favorendo di fatto la fuga di cervelli – che, quantomeno a parole, tutti vorrebbero interrompere se non invertire - e pretermettendo la formazione di quei professionisti necessari allo sviluppo del Paese.

Per queste ragioni, gli attuali ricorrenti – come firmatari dell’Appello a difesa della libertà di insegnamento o membri della Scuola di Architettura e società - avevano chiesto al Rettore e agli organi di governo dell’Ateneo di riconsiderare il contenuto delle proprie decisioni.

La conferma delle stesse e l’avvio degli “interventi operativi necessari per l’avvicinamento al 2014” e, in particolare, del “piano di formazione del personale tecnico e amministrativo (che coinvolgerà a regime 320 persone) mentre il prossimo settembre inizieranno i corsi di formazione per i circa 200 docenti che hanno evidenziato (?) una conoscenza dell’inglese media o bassa (cui seguiranno i corsi di perfezionamento” (doc. 1, pp. 5-6)” risulta dunque del tutto inaccettabile, per le ragioni sopra esposte nonché per gli ulteriori e numerosi profili di illegittimità, come meglio si vedrà alla luce dei seguenti motivi di

 

DIRITTO

 1 - Violazione e falsa applicazione degli artt. 2, 3, 6 della Costituzione, nell’attuazione e nell’interpretazione ad essi data rispettivamente dalla legge n. 482/1999 e dalla giurisprudenza costituzionale; in particolare, violazione e falsa applicazione dell’art. 2 di questa legge, il quale, stabilendo «tassativamente» «il numero e il tipo di lingue minoritarie da tutelare», non ricomprende tra le lingue meritevoli di tutela la lingua inglese.

I provvedimenti in questa sede impugnati prevedono che, a partire dall’A.A. 2014/2015, nel Politecnico di Milano, la “lingua ufficiale dell’Ateneo per le Lauree Magistrali e i Corsi di Dottorato sia esclusivamente la lingua inglese”, determinando impegni di spesa significativi sia per il finanziamento del piano di formazione del personale docente, tecnico e amministrativo, sia per il reclutamento di docenti stranieri.

Emergono da tali atti questioni giuridiche, che attengono sia ai rapporti fra soggetti di cui si compone la Repubblica sia alla sfera delle garanzie costituzionali del cittadino. Ad un esame che chiama in causa il dettato costituzionale, la previsione dell’obbligatorietà dell’insegnamento in lingua inglese si rivela, infatti, illegittima sotto il profilo del contrasto con la tutela costituzionale dell’identità (individuale e nazionale) di cui agli artt. 2, 3, 6 e 9 della Costituzione, nonché con la pienezza della tutela accordata alla lingua italiana.

E infatti, posto che la lingua, come insegnano scienza e filosofia, è, molto più di un insieme di segni linguistici, strumento di dominio e di contemplazione della realtà e, insieme, veicolo di identità, individuale e collettiva, è facile comprendere come ogni minaccia nei confronti della diversità linguistica rappresenti di per sé un’offesa alla condizione umana della pluralità, ovvero alla specificità dell’uomo, singolarmente inteso nella pienezza delle relazioni che ne caratterizzano il suo essere sociale.

Proprio tale “pluralismo” impone la garanzia dell’eguaglianza, obbligando il legislatore e l’amministrazione a tener conto delle differenze che esistono fra i soggetti, adeguando la disciplina alle disuguaglianze effettive. Vi sono infatti differenze che, in quanto ostacoli alla realizzazione del pieno sviluppo della persona e all’effettiva partecipazione alla vita politica, economica e sociale, esigono interventi volti a rimuoverle e altre, che - qualificando ontologicamente o culturalmente le persone - una volta “disarmate” dal diritto, lungi dall’essere eliminate, devono, al contrario, essere tutelate. Tra queste, appunto le differenze di lingua, alle quali la nostra Costituzione dedica, com’è noto, uno dei suoi principi fondamentali, a tenore del quale “la Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”.

Tale specialità di regime - al di là delle note ragioni politiche - trova origine proprio nel riconoscimento del nesso inscindibile tra lingua e soggettività, al fine non di fomentare un “conformismo della differenza” ma di affermare la possibilità di far convivere la pluralità degli individui e delle appartenenze, nel segno di quella fondamentale identità nazionale, per secoli fondata, nell’assenza di un’unità statale e di un patrimonio di valori condiviso, proprio sulla lingua (e sulla letteratura) come unico segno di italianità.
Una preoccupazione che potrebbe sembrare estranea all’oggetto del presente ricorso, trattandosi non di difendere i dialetti o le lingue minoritarie nel contesto nazionale, quanto piuttosto l’italiano nei confronti del basic English, portato, di per sé, dal gran vento del mondo e che si vuole imporre, si badi, non come second first language ma come strumento esclusivo di comunicazione e di insegnamento.

In realtà, la tutela costituzionale delle minoranze linguistiche – che costituisce come più volte affermato dalla Corte costituzionale principio fondamentale dell'ordinamento costituzionale (sentenze n. 15 del 1996, n. 261 del 1995 e n. 768 del 1988 – ha, come ovvio presupposto, la garanzia per la lingua “ufficiale”. Più precisamente, «tale principio, che rappresenta un superamento delle concezioni dello Stato nazionale chiuso dell'ottocento e un rovesciamento di grande portata politica e culturale, rispetto all'atteggiamento nazionalistico manifestato dal fascismo, è stato numerose volte valorizzato dalla giurisprudenza di questa Corte, anche perché esso si situa al punto di incontro con altri principi, talora definiti “supremi”, che qualificano indefettibilmente e necessariamente l'ordinamento vigente (sentenze n. 62 del 1992, n. 768 del 1988, n. 289 del 1987 e n. 312 del 1983): il principio pluralistico riconosciuto dall'art. 2 – essendo la lingua un elemento di identità individuale e collettiva di importanza basilare – e il principio di eguaglianza riconosciuto dall'art. 3 della Costituzione, il quale, nel primo comma, stabilisce la pari dignità sociale e l'eguaglianza di fronte alla legge di tutti i cittadini, senza distinzione di lingua e, nel secondo comma, prescrive l'adozione di norme che valgano anche positivamente per rimuovere le situazioni di fatto da cui possano derivare conseguenze discriminatorie» (Corte cost. n. 15 del 1996).
Se, dunque, nel testo della Costituzione non vi è alcun riferimento espresso alla lingua italiana, non è difficile ricavare tale garanzia, per implicito o a contrario, proprio dalla tutela apprestata dall’art. 6 della Costituzione alle minoranze linguistiche (minoranze rispetto ai parlanti la lingua ufficiale della maggioranza), come peraltro ha fatto da tempo la Corte costituzionale (sentenza n. 28/1982), secondo cui “la Costituzione conferma per implicito che il nostro sistema riconosce l'italiano come unica lingua ufficiale, da usare obbligatoriamente, salvo le deroghe disposte a tutela dei gruppi linguistici minoritari”. Peraltro, l’“ufficialità” della lingua italiana trova, anche a livello costituzionale, un’esplicita considerazione nel d.P.R. 31 agosto 1972, n. 670 (Approvazione del Testo Unico delle leggi costituzionali concernenti lo statuto speciale per il Trentino-Alto Adige), dove si legge: “nella regione la lingua tedesca è parificata a quella italiana che è lingua ufficiale dello Stato” (Titolo XI, n. 99).
Ciò significa che l’uso alla lingua nazionale è obbligatorio in ogni rapporto tra singoli e organi politici o amministrativi, così come è obbligatorio in ogni atto avente rilievo giuridico. Da questa regola non sfugge l’uso della lingua nei percorsi formativi gestiti da istituzioni pubbliche di qualunque tipo, compresi quelli di livello universitario. Ciò non esclude affatto, anzi in certi casi impone - si pensi al diritto dell’imputato che non conosce la lingua italiana di farsi assistere gratuitamente da un interprete (art. 143 c.p.p.) - che oltre (ma non anziché) all’uso dell’italiano si debba garantire anche l’uso di altre lingue, in ossequio al generale principio di eguaglianza e, in particolare, alla speciale tutela apprestata dalla Costituzione alle lingue parlate dalle minoranze.
Ciò che invece sicuramente non è consentito è l’uso esclusivo e alternativo di una lingua diversa dall’italiano. Quando, infatti, la Regione Friuli-Venezia Giulia ha varato una legge che prevedeva l’uso obbligatorio del friulano anche per l’insegnamento nelle scuole delle materie curriculari (riproponendo il problema della discriminazione a danno degli studenti e dei docenti che quella lingua non parlano), la Corte costituzionale ha ritenuto quella legge in contrasto con i principi sopra richiamati ed è escluso che ciò che non ha potuto fare una legge possa fare la delibera di un Senato accademico.
Per altro verso, può dirsi, in una con la consolidata giurisprudenza costituzionale, che l’assegnazione del crisma dell’“ufficialità” alla lingua inglese ai fini dell’espletamento del servizio pubblico di istruzione, sia illegittimo non solo per la sua palese irragionevolezza ma anche sotto il profilo della mancanza di un fondamento legislativo, posto che, secondo la giurisprudenza costituzionale, affinché un idioma assuma una dignità pari (ma mai superiore) alla lingua italiana occorre che questa sia introdotta per legge, fermo restando che comunque la tutela di tale idioma deve rimanere ancorato all’ambito territoriale di rilevanza. La Corte, infatti, «pone in capo al legislatore statale la titolarità del potere d’individuazione delle lingue minoritarie protette, delle modalità di determinazione degli elementi identificativi di una minoranza linguistica da tutelare, nonché degli istituti che caratterizzano questa tutela» (così, da ultimo, con la sentenza n. 159 del 2009 e, in precedenza, con la sentenza n. 406 del 1999, a proposito di un potere di «doveroso apprezzamento», riconosciuto al legislatore statale, degli interessi anche «degli altri soggetti non appartenenti alla minoranza linguistica protetta e sul piano organizzativo dei pubblici poteri»).
Nel caso di specie manca senz’altro, per la lingua inglese, la previsione normativa – come emerge limpidamente dall’art. 2 della legge 482/1999, secondo cui “in attuazione dell'articolo 6 della Costituzione e in armonia con i principi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali, la Repubblica tutela la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l'occitano e il sardo” - e, a monte, la stessa possibilità di invocare l’art. 6 della Costituzione, (si veda, in proposito, Tar Piemonte, sez. II, 23 aprile 1996, n. 268; cfr. però Tar Friuli Venezia Giulia, 17 giugno 1993, n. 253).

2) Violazione e falsa applicazione degli artt. 2, 6, 9, 33 e 34 della Costituzione, dell’art. 1, comma 1, della l. 482/99, dell’art. 271 del r.d. del 31 agosto 1933 n.
159, del d.m. 270/04, recante Regolamento per l’autonomia degli istituti universitari.
Come già si è visto nel primo motivo, la centralità della lingua italiana è stata affermata dal legislatore e dalla giurisprudenza della Corte costituzionale proprio in occasione della riaffermazione del principio per cui la tutela delle minoranze linguistiche è legata – e si esaurisce – in un preciso e limitato ambito territoriale. Non a caso, la consacrazione della lingua italiana come lingua ufficiale della Repubblica è contenuta nell’art. 1, comma 1, della l. 482/1999 recante “Norme in materia di tutela di minoranze linguistiche storiche” che recita: “1. La lingua ufficiale della Repubblica è l'italiano. 2. La Repubblica, che valorizza il patrimonio linguistico e culturale della lingua italiana, promuove altresì la valorizzazione delle lingue e delle culture …”. Tale postulato è altresì ribadito all’ art. 4; all’a r t. 6 - che riguarda espressamente le università; all’art. 7, commi 3 e 4; nonché all’ art. 8, che conclusivamente sancisce “il valore legale esclusivo degli atti nel testo redatto in lingua italiana”, mentre, l’art. 6, comma 4, del regola mento di attuazione della stessa legge, emanato con il decreto del Presidente del la Repubblica 2 maggio 2001 , n. 34 5, dispone che “ per gli atti aventi effetti giuridici ha efficacia solo il testo in lingua italiana”.
Si deve, innanzitutto osservare che la terminologia usata dal legislatore ordinario è la stessa di quella del costituente. Come, infatti, ai sensi dell’art. 6 della Costituzione è la Repubblica - e non lo Stato – a tutelare le minoranze linguistiche, così anche nella legge 482/1999, è la Repubblica ad essere chiamata in causa, a significare che la dimensione linguistica non si lega a un ente formalmente supremo (lo Stato) né ad una forma di governo, né a una cristallizzazione di apparati amministrativi, bensì all’insieme delle istituzioni così come si venuto a consolidare in un certo territorio, ivi comprese, naturalmente, le istituzioni deputate alla formazione scolastica e universitaria.
Ebbene, il carattere ufficiale della lingua italiana e la valorizzazione del patrimonio – linguistico e culturale – che alla lingua si legano, fungono da criterio interpretativo generale delle diverse disposizioni che prevedono l’uso delle lingue minoritarie, evitando che esse possano essere intese come alternative alla lingua italiana o comunque tali da porre in posizione marginale la lingua ufficiale della Repubblica. Peraltro, questa legge si autoqualifica come non modificabile da parte delle regioni in quanto contenente principi generali statali.
Appare perciò significativo che la Corte costituzionale abbia dichiarato illegittime quelle leggi regionali (si pensi alla sentenza n. 159/09 relativa alla legge regionale del Friuli-Venezia Giulia n. 29/07) che assegnano una portata generale alle norme di tutela delle minoranze linguistiche, travalicando l’ambito territoriale di insediamento del gruppo linguistico considerato. Dunque, in estrema sintesi, illegittimi sono quei tentativi di generalizzazione della tutela di minoranze linguistiche imposti distorcendo il criterio territoriale, in quanto capaci di minare l’affermazione per cui la lingua italiana è lingua ufficiale della Repubblica.
Parallelamente, però – e questo è il punto che qui più interessa -, la Corte colpisce quelle norme regionali che sviliscono la lingua italiana, consentendo un uso pressoché alternativo di una lingua minoritaria o l’uso facoltativo di quella italiana negli atti di alcuni organi regionali (v., ad es., l’art. 9, c. 3 della l.r. Friuli-Venezia Giulia 29/07).
E’ altresì di interesse notare come la Corte – sempre nella sentenza n. 159/09 - censuri quelle norme di tutela delle minoranze linguistiche che incidono sull’autonomia scolastica in modo da presupporre un consenso generalizzato alla fruizione della lingua minoritaria da parte degli studenti (o delle famiglie), facendo della lingua minoritaria la lingua veicolare per l’insegnamento di talune materie curricolari.
Così ricostruita la portata dell’art. 6 della Costituzione, se ne ricava agilmente che l’introduzione, in via amministrativa, dell’obbligatorietà dell’insegnamento in una lingua straniera per tutti i corsi di laurea magistrale dell’Ateneo, si pone in aperto contrasto con il carattere di lingua ufficiale della Repubblica riconosciuto dalla legge alla lingua italiana e certamente in contrasto con il criterio per cui nessuna lingua minoritaria (e men che meno straniera) deve assumere quel carattere di generalità tale da minare in radice il ruolo della lingua nazionale (in questo senso anche Tar Friuli- Venezia Giulia, 15 luglio 1996, n. 783).
In modo ancora più evidente, la portata lesiva di tali provvedimenti si coglie nel quadro costituzionale più ampio che si ricava dagli articoli 9, 33 e 34.
Infatti, come riaffermato dalla Corte costituzionale in molte delle sentenze in tema di minoranze linguistiche, il fondamento dell’art. 6 della Costituzione e, in particolare, della tutela della lingua discende dall’essere essa una componente di importanza basilare per l’identità individuale e collettiva. Essa è dunque elemento essenziale dell’identità culturale (art. 9), mediante il quale prende forma e sostanza la personalità umana dell’individuo sia come singolo sia come appartenente ad una determinata collettività e senza la quale a nulla varrebbe la tutela di molti dei diritti e delle libertà affermate dalla nostra carta costituzionale.
Tra questi, per i profili che qui interessano, principalmente gli articoli 33 e 34 della Costituzione: non può non cogliersi infatti come la libertà d’insegnamento dell’arte e della scienza non tolleri alcuna imposizione linguistica che non sia quella che - per ovvi fini di universalità e uguaglianza del servizio nonché di identità nazionale e culturale – deriva dalla consacrazione di una lingua quale lingua ufficiale della Repubblica ovvero, nel limiti ammessi dall’art. 6 della Costituzione – dalle esigenze di tutela di una minoranza linguistica.
Lo stesso può dirsi con riguardo al diritto allo studio, il quale verrebbe certamente compromesso laddove l’offerta formativa in taluni corsi di laurea – tutti i corsi di laurea magistrale (sic!) - fosse espletata in una lingua veicolare non solo diversa dalla lingua ufficiale, ma altresì non costituente lingua di una minoranza linguistica e quindi non protetta dall’art. 6 della Costituzione né da altra norma comunitaria.ù
Se anche non fosse ritenuto esaustivo il richiamo all’art. 6 della Costituzione, l’art. 3, comma 1, Cost., nella misura in cui impedisce al legislatore – e quindi all’amministrazione – di assumere la lingua come fattore di discriminazione, fonda di per se stesso un criterio interpretativo di ogni diritto e libertà fondamentale: anche dell’art. 33 e dell’art. 34 della Costituzione.
Conferme a questa interpretazione vengono altresì dall’art. 14 della Convenzione europea per i diritti umani e dall’art. 2 del Protocollo integrativo: “Il diritto all’istruzione deve essere a tutti riconosciuto”.
Ha chiarito al riguardo la Corte europea dei diritti dell’uomo (sin dalla sentenza 23 luglio 1968, n. 6), che il godimento dei diritti e delle libertà riconosciuti nella Convenzione deve essere assicurato senza alcuna distinzione («without discrimination») fondata, in particolare, sulla lingua. Pertanto, l'art. 2 del Protocollo deve essere interpretato e applicato tenendo conto della garanzia prevista dall'art. 14.
Contrario alla garanzia della libertà di insegnamento e del diritto all’istruzione universitaria secondo uguaglianza – ovvero, secondo non discriminazione – è certamente l’introduzione dell’obbligatorietà dell’insegnamento in tutti i corsi di laurea magistrale (e dunque della fruizione del servizio di istruzione) in lingua inglese, senza facoltatività alcuna e senza libertà di scelta. Ciò a maggior ragione se si consideri che la lingua inglese non è coperta da alcun tipo di protezione giuridica, tale da giustificare una discriminazione (su base linguistica) nel godimento delle libertà di cui all’art. 33 e 34 e al diritto ad utilizzare, nel loro espletamento, la lingua ufficiale della repubblica, come consacrata nelle norme di legge innanzi richiamate.
A identiche conclusioni si giunge anche muovendo dalle norme – comunitarie e nazionali – in tema di servizi di interesse generale e, più precisamente di servizio universale: l’istruzione si pone infatti come servizio ancorato ad un diritto fondamentale della nostra Carta costituzionale e deve essere erogato con i carattere di universalità e in armonia con i principi costituzionali. Né può affermarsi, come si avrà modo di ribadire in seguito, che a tali principi e ai caratteri del servizio pubblico possa sottrarsi l’organizzazione didattica in nome dell’autonomia universitaria. Ciò proprio in forza del carattere ufficiale della lingua italiana e della forza dei diritti costituzionali con i quali l’autonomia è chiamata a misurarsi e sopra richiamati.

3) Violazione, errata e falsa applicazione dell’art. 1, comma 1, della l. 482/99, dell’art. 271 del r.d. del 31 agosto 1933 n. 159, del d.m. 270/04, recante Regolamento per l’autonomia degli istituti universitari - Illegittimità per violazione di legge, violazione dell’art. 2, comma 1, nonché comma 2, lett. l) della legge 240/10. Violazione della legge n. 240 del 2010 della libertà di insegnamento del singolo docente (art. 33 Cost.) e del diritto allo studio (artt. 34 Cost.). Eccesso di potere per arbitrarietà manifesta e sviamento dalla causa tipica.

I provvedimenti impugnati sono altresì illegittimi per violazione di legge e, in particolare, per violazione dell’art. 1, comma 1, della l. 482/99, dell’art. 271 del r.d. del 31 agosto 1933 n. 159 e, per diverso profilo, del d.m. 270/04, recante modifiche al d.m. 509/99 in tema di autonomia degli istituti universitari.

Le norme di legge e regolamento citate sono assai diverse per oggetto, per epoca e storia: tuttavia, esse possono (rectius: debbono) essere lette unitariamente entro il comune quadro costituzionale, quello, come si è visto, tracciato dagli artt. 2, 6, 9, 33 e 34 della Costituzione, paradigma normativo al cui cospetto il tentativo di introdurre l’obbligatorietà dell’insegnamento in una lingua diversa da quella italiana appare in tutta la sua lesività.
Peraltro, anche a fermarsi al mero dato delle norme di livello sub costituzionale regolanti l’insegnamento e l’autonomia delle istituzioni universitarie, si giunge, senza troppo sforzo, alla conclusione che le scelte assunte dal Politecnico di Milano siano il frutto di una decisione amministrativa assunta in spregio alla legge e, in particolare, a quelle norme che impongono che l’insegnamento e l’apprendimento avvengano nella lingua italiana, senza lasciare spazio alcuno alla discrezionalità dell’amministrazione. In modo chiaro, l’art. 271 del r.d. 31 agosto 1933 n. 159, tuttora vigente, stabilisce che “la lingua italiana è lingua ufficiale dell’insegnamento e degli esami in tutti gli stabilimenti universitari”. Così anche il d.m. 270/04, “Modifiche al regolamento recante norme concernenti l’autonomia didattica degli atenei, approvato dal Murst con decreto n. 509/99”, il quale stabilisce che per il conseguimento della laurea sono necessari 180 crediti, comprensivi di quelli comprovanti la conoscenza obbligatoria della lingua italiana, oltre che di un'altra lingua dell’unione europea, con ciò ponendo una norma che deve leggersi nel senso che la lingua italiana è requisito comunque imprescindibile per il conseguimento della laurea, laddove, parallelamente, la lingua inglese non gode di alcuna preferenza.
Detti provvedimenti impugnati sono illegittimi anche sotto un diverso profilo, quello della violazione dell’art. 2 della l. 240/10 e, più precisamente, dell’art. 2, comma 1 e 2, lett. l.) di tale legge.
Sebbene, infatti, apparentemente finalizzati all’internazionalizzazione dell’Ateneo, finiscono in realtà per tradirla.
La legge di riforma del sistema universitario obbliga infatti le università a modificare i propri statuti in materia di organizzazione e di organi di governo dell’ateneo, nel rispetto dei principi di autonomia di cui all’articolo 33 della Costituzione, ai sensi dell’articolo 6 della legge 9 maggio 1989, n. 168, secondo principi di semplificazione, efficienza, efficacia, trasparenza dell’attività amministrativa e accessibilità delle informazioni relative all’ateneo, con l’osservanza dei principi e criteri direttivi fissati all’art. 2, comma 1.
Nella modifica degli statuti in tema di articolazione interna, la norma, all’art. 2, comma 2, lett. l), prevede che si proceda altresì al rafforzamento dell’internazionalizzazione anche attraverso una maggiore mobilità dei docenti e degli studenti, programmi integrati di studio, iniziative di cooperazione interuniversitaria per attività di studio e di ricerca e l’attivazione, nell’ambito delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente, di insegnamenti, di corsi di studio e di forme di selezione svolti in lingua straniera.
Tale norma, se correttamente interpretata, mira a promuovere l'integrazione fra le culture - e non a imporne una, neppure la propria, a scapito delle altre - e, non a comprimere ma ad ampliare l'offerta formativa. Essa dunque, come appare evidente, non offre alcuna copertura a quanto deliberato dal Politecnico di Milano a mezzo degli atti in questa sede impugnati: un conto è l’attivazione di corsi di studio in lingua straniera, altro è dichiarare quella inglese addirittura “lingua ufficiale” dell’Ateneo, escludendo italiano.
In altri termini, la formula di internazionalizzazione promossa dal Politecnico di Milano insegue un modello che tradisce lo spirito della norma e che, anzi, può dirsi antistorico anche e soprattutto nella prospettiva del significativo consolidamento dell’Unione europea. In tale contesto, il ruolo delle lingue nazionali, liberate dai miti della sovranità statuale, consiste, infatti, nel fondare e dare corpo al pluralismo culturale e identitario della Comunità.
In tal senso, anche la relazione alla proposta di legge di riforma costituzionale n. 433/06, dove si legge: “L’Europa e tutto il processo di integrazione europea si fondano sul principio del multiculturalismo e del multilinguismo. E` proprio per questa ragione che diversi Paesi europei hanno sentito la necessità di inserire nelle proprie Costituzioni il riferimento alla lingua ufficiale fin dall’approvazione del Trattato di Maastricht. … Anche il Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa affronta la questione linguistica sin dai suoi principi fondamentali (articolo I-3 recante gli obiettivi dell’Unione) e pone l’accento sul rispetto della ricchezza e della diversità culturali e linguistiche. .”

Se, dunque, questo è il ruolo della lingua in un contesto pluralistico, non può che rinnovarsi la conclusione iniziale, di radicale illegittimità dei provvedimenti impugnati per violazione di legge, nonché per eccesso di potere, sotto il profilo dello sviamento dalla causa tipica giacché si utilizza l’obbligo della lingua inglese per imprimere un carattere internazionale al Politecnico, arbitrariamente identificando l’internazionalizzazione con l’ “anglificazione”.

4) Violazione dell’artt. 20-22 della Carta di Nizza, degli artt. 3 e 33 della Costituzione, nonché delle norme comunitarie (direttiva 2000/7/CEE e 2000/43/CEE) in tema di libera circolazione e non discriminazione dei lavoratori, nella misura in cui comprime la libertà d’insegnamento e l’eguaglianza dei professori universitari nonché la libera circolazione dei lavoratori nello stesso paese d’origine creando una restrizione a contrario. Eccesso di potere sotto il profilo dello sviamento, della manifesta irragionevolezza e della disparità di trattamento. Violazione del principio di proporzionalità e dell’art. 1 della l. 241/90.

I provvedimenti in questa sede impugnati sono altresì illegittimi per violazione di legge, in particolare per violazione dell’art. 22 della Carta di Nizza, degli artt. 3 e 33 della Costituzione, delle norme comunitarie sulla libera circolazione dei lavoratori. Essi finiscono infatti per incidere sulla libera scelta delle modalità di insegnamento e dei suoi contenuti, comportando un sensibile aumento degli oneri didattici connessi all’insegnamento (obbligando, ad esempio, a seguire corsi di lingua inglese tali da permettere la necessaria padronanza, ovvero a tradurre i documenti costituenti le fonti della materia insegnata) e, per talune materie più di altre, una certa incoerenza con le fonti, il lessico tecnico, i materiali di studio a disposizione.
Ne deriva, in sostanza, una sensibile disparità di trattamento tra docenti universitari nell’espletamento del loro servizio e del loro mandato.
Tale diversità di trattamento è, a ben vedere, una discriminazione nel godimento dei diritti costituzionali – primo tra tutti la libertà di insegnamento – e nell’esecuzione dei propri obblighi derivanti dal rapporto di impiego con la pubblica amministrazione, operata attraverso l’introduzione di un requisito per l’insegnamento nelle Lauree Magistrali, ossia la perfetta conoscenza della lingua inglese, ulteriore e diverso rispetto a quanto previsto in sede di valutazione comparativa. In sostanza, ai docenti che non conoscono la lingua inglese o che, pure conoscendola, non intendessero utilizzarla per l’insegnamento, non è data altra scelta se non quella di insegnare – a prescindere dalla loro specifica competenza - in corsi di Laurea triennale. Di qui la violazione dell’art. 3 e 33 della Costituzione, anche in relazione agli obblighi assunti con l’immissione in ruolo.
Il Trattato comunitario riconosce alla lingua la natura di elemento di non discriminazione (in una accezione assai vicina al nostro art. 3, comma primo della Costituzione) nel godimento delle libertà e dei diritti riconosciuti dalla Carta di Nizza e dai Trattati istitutivi: tutela del pluralismo linguistico, dunque, quale componente essenziale della convivenza endocomunitaria, ma impossibilità di assumere la lingua come elemento di discriminazione entro i confini comunitari.
Ora, la giurisprudenza della Corte di Giustizia ha avuto modo di ribadire che la tutela delle lingue nazionali può anche giustificare talune restrizioni alla libera circolazione dei lavoratori, ma la ragionevolezza di tali scelte deve rispettare il principio di proporzionalità e, in ogni caso, essere parametrata al particolare contesto in cui la tutela della lingua nazionale è invocata.
Così, nel caso Groener (Causa 379/87, Anita Groener contro Minister for Education and the City of Dublin Vocational Education Committee, Racc., 1989, 3967), la Corte ebbe modo di chiarire che l’introduzione del requisito della conoscenza obbligatoria della lingua nazionale (nel caso di specie l’irlandese) ai fini dell’assunzione in qualità di insegnante in una scuola pubblica, si giustificava solo in quanto la lingua richiesta era (per norma costituzionale) lingua ufficiale dello Stato e in quanto la restrizione concerneva l’attività di insegnamento (diversamente avrebbe concluso nell’ipotesi in cui si fosse trattato di attività commerciale o produttiva…).
Tale vicenda può aiutare a comprendere come l’introduzione di un requisito linguistico per i lavoratori non giustificabile in base ad alcuna norma comunitaria o costituzionale, né finalizzato alla tutela della lingua ufficiale dello Stato (ma semmai in senso opposto) o di una lingua minoritaria, rende manifestamente discriminatoria la misura dell’obbligatorietà dell’insegnamento in lingua inglese, attraverso la quale si persegue un falso egualitarismo che svilisce del tutto il senso del pluralismo e dell’eguaglianza nei sistemi complessi e aperti quali quelli contemporanei.

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Chiarita, dunque, la portata del principio di non discriminazione su base linguistica nell’ambito comunitario, può muoversi a considerare se, sempre sulla base delle norme comunitarie, sia possibile limitare le lingue di espletamento di una funzione o di un servizio pubblico da parte di un’amministrazione di uno Stato membro.
Al riguardo può richiamarsi quella giurisprudenza comunitaria in tema di tutela del pluralismo linguistico nei bandi di concorso finalizzati all’assunzione del personale dell’amministrazione comunitaria. In tale contesto, i giudici comunitari (si veda da ultimo Tribunale di I grado CEE, sez VI, 13 settembre 2010, n. 166; cfr., a contrario, Tribunale di I grado CEE, sez. V, 20 novembre 2008, n. 185), hanno avuto occasione di affermare che la pubblica amministrazione può limitare, nella pubblicazione ufficiale del bando di concorso, il numero delle lingue ufficiali comunitarie, provvedendo però a pubblicare in tutte le lingue ufficiali l’estratto del bando. Si afferma, più estesamente, che la selezione dei candidati inizi, proprio mediante la limitazione della pubblicazione integrale alle sole lingue ufficiali di maggiore rilevanza in ordine all’attività che il candidato sarà chiamato a svolgere nell’ambito dell’amministrazione, ben prima della presentazione delle candidature, ossia con la determinazione dei requisiti (anche linguistici) di ammissione e quindi con la pubblicazione integrale nelle sole lingue ad essi corrispondenti. La pubblica amministrazione, così facendo, non violerebbe il principio di non discriminazione su base linguistica e non incorrerebbe in eccesso di potere sotto il profilo dello sviamento.
Ora, se si applica tale ragionamento al caso in esame, facilmente si perviene a un esito diametralmente opposto, se solo si considera che la lingua inglese, non solo non è lingua ufficiale della Repubblica italiana, ma nemmeno ha caratteristiche tali da potersi ritenere insostituibile in ordine all’espletamento del servizio cui i professori e ricercatori universitari sono chiamati per conto dell’Università di appartenenza. Dunque, in conclusione, se può essere esente dalla violazione del principio di non discriminazione sulla base della lingua così come dal vizio di eccesso di potere, l’amministrazione che fissi taluni requisiti linguistici in funzione del particolare statuto e della specifica funzione dell’amministrazione di riferimento, così non sarà per l’amministrazione che obblighi i propri docenti a insegnare in una lingua priva di qualsivoglia collegamento con lo statuto e la funzione dell’Ateneo e con il concetto stesso di internazionalizzazione.
In definitiva, dunque, i provvedimenti impugnati sono illegittimi anche sotto il profilo dell’eccesso di potere per sviamento e per manifesta irragionevolezza. L’autonomia universitaria, seppure anche costituzionalmente tutelata, non può essere invocata per superare quelli che sono i limiti interni al suo stesso riconoscimento, prima tra tutti proprio la libertà d’insegnamento, quale corollario imprescindibile della libertà di arte e scienza.

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I provvedimenti in questa sede impugnati, in quanto esercizio di attività amministrative altamente discrezionali, sono senz’altro sindacabili sotto il profilo della violazione di legge ed eccesso di potere e, in particolare, per violazione del principio comunitario di proporzionalità, accolto anche nel nostro ordinamento all’art. 1 della l. 241/90.
Ora, tale principio imporrebbe che la pubblica amministrazione scelga, tra le opzioni compatibili con l’interesse pubblico, quella che comporti il minor sacrificio degli altri interessi in gioco. Ora, nel caso in esame l’interesse che l’amministrazione mostra di perseguire è quello dell’internazionalizzazione del Politecnico di Milano. Se questo è il fine, il mezzo (la soluzione) scelta, ossia l’obbligatorietà dell’uso della lingua inglese in tutti i corsi di laurea magistrale, appare senz’altro come misura sproporzionata – lasciando in disparte ogni valutazione in merito all’efficacia e alla qualità dell’insegnamento e ferme restando le valutazioni di sviamento innanzi svolte. A ciò si giunge sempre che si vogliano ritenere superabili i limiti interni dell’autonomia universitaria in relazione alle scelte di organizzazione della didattica.

 

5) Violazione dell’artt. 2, 3 e 34, comma 3 della Costituzione, sotto il profilo della disparità di trattamento – discriminazione su base sociale. Violazione del principio di buon andamento della pubblica amministrazione (art. 97 Cost.) ed eccesso di potere sotto il profilo del travisamento e dell’erronea valutazione dei fatti.

Le delibere oggetto del presente ricorso impegnano l’Ateneo a investire milioni di euro per “internazionalizzare” (rectius: inglesizzare) i suoi programmi, l'amministrazione interna e il corpo docente, oltre che per incrementare le competenze linguistiche degli studenti, laddove le università anglosassoni possono destinare queste risorse alla ricerca. Naturalmente, ci si potrebbe chiedere se sia legittimo, dal punto di vista dell'interesse pubblico, finanziare, tramite la fiscalità generale, un’Università pubblica che non eroga più sapere nella lingua nazionale? Si può, infatti, seriamente dubitare che sia legittima la decisione di un’Università pubblica di impartire in inglese tutti gli insegnamenti di un corso di laurea che rilascia un titolo di studio italiano se non è dimostrabile che questo sia se non l’unico, certamente il migliore dei metodi possibili per l’insegnamento agli studenti italiani. Non solo. Peraltro, posto che in quanto servizio pubblico, l’Università riceve finanziamenti pubblici, è legittimo richiedere ai suoi studenti il possesso di tutti i requisiti necessari per poter trarre frutto dal servizio reso ma non si può pretendere che essi possiedano requisiti non necessari.

Ora, il punto è questo: se si ritiene non solo opportuno ma necessario, per conseguire una laurea magistrale in Architettura ed Ingegneria, conoscere l’inglese ad un livello tale da poter seguire tutti i corsi in quella lingua, allora si dovrebbe imporre a tutte le Facoltà di Ingegneria ed Architettura – non solo a quelle del Politecnico di Milano – di impartire tutti i lori insegnamenti in inglese; se, invece, come sembra, l’inglese è materia secondaria, sarà evidente l’illegittimità della decisione del Politecnico di Milano, in quanto arbitraria e lesiva del diritto all’istruzione, comprensivo anche del diritto di iscriversi a qualunque Università pubblica, salvi eventuali contingentamenti, in relazione ai quali le selezioni potranno fondarsi sul grado di capacità e meritevolezza ma non sul possesso di requisiti non necessari.
Ma anche a lasciare sullo sfondo tale quesito, non vi è dubbio che la totale “anglificazione” dei percorsi di studio creerà a molti cittadini difficoltà, se non insormontabili ostacoli, nell’accesso al sapere, limitando la libertà di scelta per chi vuole studiare nella propria lingua madre nel proprio paese e introducendo una frattura linguistica fra élites e comuni cittadini che non abbiano potuto acquisire, per ragioni economiche e/o sociali, una conoscenza della lingua inglese adeguata alla frequenza di un corso universitario. Si introduce in tal modo un criterio di selezione sociale, foriero di un futuro accaparramento delle professioni a favore delle classi sociali medio alte.
Ciò, in particolare, se si considera che, tranne rarissime eccezioni, l’insegnamento delle lingue straniere - e, in particolare, dell’inglese - nella scuola dell’obbligo non è, per sé solo, tale da consentire, a chi non abbia potuto altrimenti integrare le proprie competenze linguistiche, di usare una lingua non propria in modo tale da poter frequentare proficuamente i corsi universitari. Con il che è evidente il carattere discriminatorio della scelta operata dal Politecnico che impedisce all’individuo di scegliere il modo di qualificarsi professionalmente e come persona.
Sotto altro e differente profilo, le delibere impugnate appaiono illegittime sotto il profilo del travisamento e dell’erronea valutazione dei fatti. Anche a voler sostenere che in alcuni settori – non in tutti, neanche tra quelli presenti al Politecnico -, l'inglese sia la lingua più frequentemente usata per la comunicazione del sapere tecnico- scientifico, non si può certo dire che questa sia, necessariamente, anche la lingua in cui il sapere è pensato ed elaborato.
Né si può dire che l’obbligo dell’inglese - o, se si preferisce, il divieto di usare l’italiano – sia l’unico modo per stimolare l’apprendimento di un ‘altra lingua. Certo è, invece, come spiegano i linguisti, che la tendenza al monolinguismo nella comunicazione scientifica risulta discutibile anche dal punto di vista dell’efficienza strumentale, del rapporto cioè fra i presunti benefici e i sicuri costi, non solo culturali ma anche economici.
Non casualmente, diversi paesi nel Nord Europa – dove la preminenza della lingua inglese ha avuto modo di attecchire ben prima che nel nostro Paese – oggi si interrogano sugli effetti perversi, anche sul fronte economico/professionale, della mancata difesa della propria lingua madre.
Da qui la violazione del principio di buon andamento dell’azione amministrativa, che impone l’adeguatezza degli strumenti rispetto agli scopi, il miglior contemperamento dei diversi interessi in gioco e l’uso responsabile delle risorse pubbliche.

6) Violazione, errata e falsa applicazione delle norme che disciplinano il rapporto di lavoro dei docenti universitari e, più in generale, dello status giuridico dei Professori e Ricercatori Universitari. Violazione e falsa applicazione art. 97 Cost.

Reclutamento e status giuridico dei professori e ricercatori universitari hanno subito in questi anni diverse e a volte contrastanti riforme.

La recente legge 240/2010, sulla scia della precedente riforma c.d. Moratti, ha inteso dare un’impronta ancora più marcatamente “internazionale”, se così si può dire, al reclutamento dei Professori Universitari. Le pubblicazioni in lingua straniera o in riviste straniere sono considerate di maggior pregio rispetto a quelle in italiano; nel valutare il curriculum si deve dare un peso maggiore all’esperienze e all’insegnamento all’estero o presso enti stranieri, etc.

Ciò posto, è appena il caso di dire che la maggior parte del personale attualmente in organico ha avuto accesso ai ruoli in base a parametri molto diversi da quelli “internazionali” recentemente introdotti. Nei bandi per il reclutamento non era precedentemente previsto il requisito della conoscenza dell’inglese ma, al più, l’indicazione di una lingua straniera che poteva, naturalmente, essere anche il francese, lo spagnolo, etc. Ciò per dire che ben potrebbe un considerevole numero di docenti del Politecnico non trovare opportuna collocazione nella programmazione didattica, non a causa di un’inadeguata competenza disciplinare ma piuttosto di un nuovo requisito di “adeguatezza” linguistica.

Il che non è scevro di conseguenze ove si consideri la normativa che disciplina l’assegnazione dei corsi ai diversi docenti e le garanzie di “inamovibilità” che caratterizzano lo status giuridico dei professori e ricercatori a tempo indeterminato. Questi due aspetti sono disciplinati ancora dal DPR 11/07/1980 n. 382 rubricato “Riordinamento della docenza universitaria, relativa fascia di formazione nonché sperimentazione organizzativa e didattica”.

L’art. 7 rubricato “ Libertà di insegnamento e di ricerca scientifica” sancisce che “Ai professori universitari è garantita libertà di insegnamento e di ricerca scientifica.

Il consiglio di facoltà, in caso di pluralità di corsi di laurea, coordina annualmente, con il concorso dei dipartimenti interessati, in quando istituiti, le attività didattiche programmate dai consigli di corso di laurea, secondo quanto previsto dal successivo art. 94, quelle delle scuole dirette a fini speciali, delle scuole di specializzazione e di perfezionamento, l'attività di corsi integrativi di quelli ufficiali, da affidare a professori a contratto e gli studi per il conseguimento del dottorato di ricerca ove istituito. Il consiglio di facoltà definisce, con il consenso dei singoli professori interessati, le modalità di assolvimento delle predette attività, tenuto conto delle possibilità di utilizzazione didattica dei professori stessi ai sensi del successivo art. 9.

Nel caso di pluralità di corsi relativi al medesimo insegnamento sono consentite forme didattiche di coordinamento e di interscambio d'intesa tra i rispettivi professori.

È consentita l'organizzazione della didattica in cicli coordinati, anche di durata inferiore all'anno.” L’art. 8 rubricato “Inamovibilità e trasferimenti” prevede che: “I professori ordinari sono inamovibili e non sono tenuti a prestare giuramento”.

Il successivo art. 9 prevede, in tema di utilizzazione del professore ordinario per insegnamenti diversi da quelli di cui è titolare che “Il professore ordinario, nella salvaguardia della libertà di insegnamento e di ricerca e con il suo consenso, può essere temporaneamente utilizzato nell'ambito della stessa facoltà o scuola o dipartimento per lo svolgimento delle attività didattiche previste nei successivi commi.

In base ai programmi determinati ai sensi del precedente art. 7, al professore ordinario può essere affidato con il suo consenso lo svolgimento, in sostituzione dell'insegnamento di cui è titolare, di un corso di insegnamento in materia diversa purché compresa nello stesso raggruppamento concorsuale o in altri raggruppamenti riconosciuti affini dal Consiglio universitario nazionale. Al termine del corso il professore ha diritto di riassumere l'insegnamento di cui è titolare. I professori ordinari titolari di corsi non seguiti sono tenuti a svolgere un secondo insegnamento.

Al professore ordinario può altresì essere affidato con il suo consenso lo svolgimento di attività didattiche aggiuntive rispetto a quello dei corsi di insegnamento previsti per il conseguimento del diploma di laurea, incluse le attività relative ai corsi nelle scuole dirette a fini speciali, di specializzazione e di perfezionamento e le attività relative agli studi per il conseguimento del dottorato di ricerca, ove istituito. Il consiglio di facoltà, sempre nell'ambito della programmazione didattica annuale di cui al precedente art. 7, ripartisce le predette attività didattiche tra i professori interessati e con il loro consenso, in modo da distribuire uniformemente il carico didattico. (Omissis)

I consigli delle facoltà o scuole possono altresì affidare a titolo gratuito ai professori ordinari, con il loro consenso ovvero su loro richiesta e nell'ambito della stessa facoltà, lo svolgimento di un secondo insegnamento per materia affine.(…)”

L’art 22 prevede poi che “Lo stato giuridico dei professori associati è disciplinato dalle norme relative ai professori ordinari, ivi comprese quelle relative all'autorità competente ad adottare i provvedimenti che li riguardano, salvo che non sia diversamente disposto”.

Sembra utile, in questa sede, richiamare anche la legge 4 novembre 2005, n. 230 recante “Nuove disposizioni concernenti i professori e i ricercatori universitari e delega al Governo per il riordino del reclutamento dei professori universitari” secondo la quale l'università, sede della formazione e della trasmissione critica del sapere, coniuga in modo organico ricerca e didattica, garantendone la completa libertà. La gestione delle università si ispira ai princìpi di autonomia e di responsabilità nel quadro degli indirizzi fissati con decreto del Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. I professori universitari hanno il diritto e il dovere di svolgere attività di ricerca e di didattica, con piena libertà di scelta dei temi e dei metodi delle ricerche nonché, nel rispetto della programmazione universitaria di cui all'articolo 1-ter del decreto-legge 31 gennaio 2005, n. 7, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 marzo 2005, n. 43, dei contenuti e dell'impostazione culturale dei propri corsi di insegnamento”.

Dunque dalla citata normativa emerge che i Professori e i Ricercatori una volta incardinati nell’Università sono inamovibili, che la loro professionalità, saggiata e valutata attraverso concorso pubblico, deve essere utilizzata dall’università secondo le inclinazioni e le competenze scientifico-disciplinari degli stessi attraverso l’affidamento di corsi appartenenti al settore scientifico/disciplinare a cui afferiscono ed in base al quale sono stati reclutati.

Tutto ciò viene completamente ad essere stravolto dalla decisione del Politecnico di obbligare i docenti delle Lauree Magistrali ad utilizzare l’inglese nei propri corsi. Naturalmente, non si intende qui sostenere un inesigibile “diritto al corso” o un’inamovibilità che prescinda da obiettive considerazioni di competenza o di programmazione. Al contrario, ciò che qui si sostiene è che le scelte relative alla programmazione didattica – di competenza di Scuole, Corsi di studio, Dipartimenti e, naturalmente docenti – debbono valorizzare le risorse umane presenti all’interno dell’Università, garantendo alle stesse la possibilità di esprimere al meglio ogni loro potenzialità.

Se in questa luce si guarda alle delibere impugnate, sarà facile avvedersi che i docenti, che, pur in possesso di elevate conoscenze specialistiche, non hanno la necessaria dimestichezza con la lingua inglese, saranno privati di quei corsi che invece la normativa – e, prima ancora, il buon senso - impone gli siano affidati. Con il che si potrebbe assistere al passaggio di comprovate professionalità specialistiche dai corsi di laurea magistrale ai corsi di laurea di primo livello e, viceversa, un massiccio ricorso a professori generalisti o a docenti esterni che, pur perfettamente anglofoni, non hanno tuttavia le competenze scientifico-disciplinari dei sostituiti.

Il che sembra rappresentare, oltre che una palese violazione dell’art. 97 Cost. e, in particolare, del principio di buon andamento dell’amministrazione e della regola secondo cui “agli impieghi nella pubblica amministrazione si accede mediante concorso, salvi i casi stabiliti dalla legge”, anche un chiaro sintomo di eccesso di potere per sviamento, dato che il fine perseguito in concreto dalle delibere impugnate non sembra, in alcun modo, riconducibile nel novero di quelli prescritti.

Risulta inoltre fortemente compromessa la libertà di scelta dell’insegnamento che la normativa sopra richiamata assicura, a concretizzazione tra l’altro dell’art. 33 Cost., e che, come espresso da recente giurisprudenza costituisce il nucleo essenziale dello status giuridico dei Professori (incidentalmente da ultimo T.A.R. Lombardia Milano Sez. IV, Sent., 01-03-2012, n. 683). E infatti i Professori e Ricercatori che in coscienza si riterranno inidonei a svolgere i corsi in inglese saranno costretti, sempre che il piano di studi lo consenta, a ripiegare su corsi collocati nelle lauree triennali, quale che sia la loro competenza scientifico-disciplinare. Si perderà, in altre parole, la stessa ragion d’essere dell’istituzione delle Lauree Magistrali, che appunto mirano alla valorizzazione delle competenze specialistiche dei professori e alla trasmissione delle stesse ai discenti, in forza di un’arbitraria opzione linguistica che nulla a che vedere con la competenza scientifica e didattica, col sacrificio, insieme, della libertà scientifica e didattica e delle corrispondenti risorse umane. Chi, invece, intendesse soggiacere alle decisioni del Senato Accademico, impartendo lezioni in inglese, sarà costretto a modificare – presumibilmente non in meglio - il proprio approccio metodologico e didattico, depauperando la propria professionalità e quella del proprio insegnamento, in nome di opinabili presunti scopi di “internazionalizzazione”.

Inoltre, atteso che lo stato giuridico del personale docente deve essere garantito all’interno di Statuti e Regolamenti di Ateneo ai sensi della legge 168/1989, art.16,c.4 , e considerato che le disposizioni di legge relative ai compiti didattici dei professori e dei ricercatori universitari, ivi compresa la libertà di insegnamento, fanno parte del loro stato giuridico ne consegue, per comune riconoscimento normativo e giurisprudenziale, che queste ultime non ricadono nell'autonomia statutaria e regolamentare degli Atenei e ancor meno in quella deliberativa dei singoli organi accademici (tra le altre Tar Roma Sez III Sent. 16/6/2008 n. 5912).

Ciò significa che né gli statuti delle Università né tantomeno i regolamenti di Ateneo possono in alcun modo comprimere lo stato giuridico dei professori così come è definito dalla normativa statale.

Con il che, non si nega la sussistenza del potere di direzione e coordinamento dei docenti e delle loro attività, che fa capo all’Università ed è esercitato anche dal Senato Accademico ma piuttosto la sua arbitraria estensione fino a ricomprendere anche decisioni in grado di conculcare diritti e libertà di rilievo costituzionale.

7) Violazione dell’art. 2 della legge 240/2010 e dello Statuto universitario, con particolare riferimento alle carenze istruttorie che caratterizzano il procedimento di approvazione delle delibere impugnate. Eccesso di potere per violazione e vizi del procedimento e per la mancanza di idonei parametri di riferimento.

Come precedentemente ricordato, la legge di riforma del sistema universitario prevede “l’attribuzione al senato accademico della competenza a formulare proposte e pareri obbligatori in materia di didattica, di ricerca e di servizi agli studenti, anche con riferimento al documento di programmazione triennale di ateneo, di cui all'articolo 1-ter del decreto-legge 31 gennaio 2005, n. 7, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 marzo 2005, n. 43 … “ (art. 2, comma 1, e), l. n.

240/2010). In tal senso anche il nuovo Statuto del Politecnico, che, all’art. 11, attribuisce al Senato un potere di indirizzo delle attività scientifiche e didattiche dell’Ateneo, anche mediante la proposta di soluzioni per una ottimale gestione delle risorse, nonché il potere di approvare il Regolamento generale di Ateneo; i nuovi ordinamenti didattici e le variazioni agli ordinamenti esistenti; i regolamenti, compresi quelli di competenza dei Dipartimenti, delle Scuole e dei Poli territoriali in materia di didattica e di ricerca e il Codice etico, previo parere favorevole del Consiglio di amministrazione; l’istituzione dei Corsi di dottorato di ricerca, l'istituzione di Master e delle Scuole di specializzazione.

Spetta ai Dipartimenti, ai sensi dell’art. 20 dello stesso Statuto supportare il Senato accademico nell’elaborazione del Piano triennale di sviluppo dell’Ateneo e al Consiglio di Dipartimento, in particolare, coordinare le attività di ricerca e didattica che fanno capo al Dipartimento; attivare, in base alle risorse assegnate, i procedimenti di chiamata dei professori di prima e seconda fascia e l’adozione dei bandi per i ricercatori, acquisendo preventivamente il parere delle Scuole in cui è previsto l’assolvimento del compito didattico istituzionale; formulare al Consiglio di amministrazione le proposte di chiamata dei docenti; concordare con le Scuole le coperture delle attività previste nei programmi formativi istituzionali, garantendo l’equa ripartizione dei compiti didattici tra i docenti che afferiscono al Dipartimento. Lo stesso Statuto, all’art. 24, chiama infine le Scuole a sovraintendere alle attività didattiche, attribuendo alla Giunta di queste il compito di coordinare e approvare i Regolamenti didattici predisposti dai Corsi di studio; armonizzare e coordinare l’erogazione degli insegnamenti; concordare con i Dipartimenti il quadro delle coperture didattiche in coerenza con il progetto culturale e didattico della Scuola; esprimere parere sui procedimenti di chiamata dei professori di prima e seconda fascia e sui bandi per i ricercatori; proporre al Senato accademico modifiche al progetto istitutivo della Scuola, comprese l’istituzione e la soppressione dei Corsi di studio; proporre al Senato accademico il Regolamento della Scuola o sue variazioni; proporre al Senato accademico variazioni degli ordinamenti di Corsi di studio esistenti; proporre al Senato accademico l’istituzione dei Corsi di master universitari di primo e secondo livello e di Scuole di specializzazione facenti capo al proprio progetto culturale e didattico, definendo le forme organizzative più adeguate; esaminare i problemi evidenziati dal Nucleo di valutazione, dalla Commissione paritetica e dal Difensore degli studenti e adotta gli interventi che si rendano necessari; esprimere parere in merito alla disciplina degli accessi ai Corsi di studio che fanno capo alla Scuola; coordinare le modalità per l’esame finale per il conseguimento del titolo di studio; approvare le proposte di conferimento di Laurea magistrale ad honorem.

Ora, se si guarda, alla luce di tale normativa, ai provvedimenti impugnati, non si può non rilevare il vuoto istruttorio che ne caratterizza il procedimento e le evidenti violazioni sia della legge che dell’attuale Statuto, che peraltro, sotto i profili che qui interessano, non si discosta da quello che lo ha preceduto.

Ciò che, in particolare, colpisce è la totale pretermissione degli organi preposti alla programmazione didattica e alla ricerca e cioè delle Scuole, dei Dipartimenti e dei Corsi di studio a favore degli organi di vertice della governance universitaria, ovvero del Senato Accademico e del suo Presidente.

Questi, infatti, lungi dal limitarsi a indirizzare, formulare pareri e proposte o approvare regolamenti e ordinamenti didattici di competenza dei Dipartimenti, hanno direttamente provveduto ad adottare delibere che, per il loro contenuto provvedimentale, avrebbero dovuto essere previamente istruite, discusse e condivise nelle sedi competenti. Ciò avrebbe, a tacer d’altro, consentito di valutare in maniera più adeguata la “fattibilità” dell’intero progetto e di adattarlo alle diverse realtà scientifiche e didattiche presenti all’interno dello stesso Ateneo.

Neanche la proposta - formulata dal Prof. Palermo nella seduta del Senato Accademico del 21 maggio 2012 (doc. 1, p. 3) – di affidare “alle Scuole, con il coordinamento di una Commissione di Ateneo, uno studio sull’attuazione del programma nei rispettivi contesti”, al fine di meglio precisare le successive scelte operative, ha avuto seguito, con ciò confermando la volontà di procedere “inaudita altera parte”, in spregio della legge e delle disposizioni statutarie.

Da ciò anche i vizi procedimentali e la mancata ricognizione e considerazione di idonei parametri di riferimento – come emerge anche dagli altri motivi di diritto -, sintomi inequivocabili di eccesso di potere. 

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Sulla questione di costituzionalità

Si solleva in questa sede questione di illegittimità costituzionale dell’art. 2, c. 2, lett. l) legge 30.12.2010, n. 240.

Detta disposizione sancisce quanto segue: “… le università statali modificano, altresì, i propri statuti in tema di articolazione interna, con l'osservanza dei seguenti vincoli e criteri direttivi: (Omissis)

l) rafforzamento dell'internazionalizzazione anche attraverso una maggiore mobilità dei docenti e degli studenti, programmi integrati di studio, iniziative di cooperazione interuniversitaria per attività di studio e di ricerca e l'attivazione, nell'ambito delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente, di insegnamenti, di corsi di studio e di forme di selezione svolti in lingua straniera;

Posto che la disposizione può essere suscettibile di diverse letture, certo è che essa sembra consentire l’offerta di interi “corsi” universitari da tenersi nella sola lingua inglese. Il dubbio sulla legittimità costituzionale di tale disposizione, per le molte e diverse ragioni che sono state meglio esplicitate nei diversi motivi di diritto, appare certamente non infondato. A maggior ragione, deve dubitarsi della legittimità costituzionale della norma da essa enucleata dal Politecnico di Milano. Se, infatti, la disposizione richiamata può leggersi, come di fatto è stata letta dal Politecnico, come facoltizzante le Università a fornire tutti i propri corsi in lingua diversa da quella ufficiale della Repubblica, emerge con tutta evidenza il contrasto con le disposizioni costituzionali che tutelano la stessa lingua (art. 6 Cost.), l’identità e il patrimonio culturale della Nazione (artt. 2, 3, 6 e 9 Cost..), nonché la palese lesione della libertà di insegnamento (art. 33 Cost.), del pari diritto all’istruzione (artt. 3 e 34, comma 3

Cost.) e del principio di buon andamento dell’azione amministrativa (art. 97 Cost.).

Se, dunque, in forza di diversa interpretazione costituzionalmente orientata del predetto art. 2, c. 2, lett. l. legge 30.12.2010, n. 240., non fosse possibile al giudice adito giungere alla declaratoria dell’illegittimità dei provvedimenti impugnati, sarà evidente la rilevanza, nel presente giudizio, della questione di costituzionalità di tale medesimo disposto legislativo, per la violazione degli artt. 2, 3, 6, 9, 33, 34 e 97 Cost., come sopra specificato.

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 Sull’istanza cautelare

Quanto al fumus boni juris, si confida nell’accoglimento dei suestesi motivi di ricorso.

Quanto al periculum in mora, esso è in re ipsa per la decorrenza immediata dei provvedimenti attuativi e l’avvio degli interventi operativi per l’avvicinamento al 2014, come agevolmente di ricava dai docc. sub 1 e 2) e per la sussistenza del rischio che, nell’imminenza dell’apertura nuovo anno accademico (2012-2013), si precostituiscano gli assetti della futura programmazione didattica e si allochino definitivamente le risorse a tal fine necessarie.

E’ appena il caso di ricordare, sul piano delle relazioni tra la cautela e la prospettata questione di costituzionalità, come la Corte costituzionale, per pacifica giurisprudenza, ritenga possibile “concedere la misura cautelare nel presupposto della non manifesta infondatezza della questione sollevata e «ad tempus», ossia «fino alla restituzione degli atti del giudizio da parte della Corte costituzionale”, senza che per questo si esaurisca la “potestas judicandi” del giudice a quo (in ultimo, v. sent. n. 236 del 2010 e ord. n. 25 del 2006).

P.Q.M.

Si chiede che il TAR adito voglia, previa l'adozione della richiesta misura cautelare, disporre la sospensione dei provvedimenti impugnati previa, occorrendo, rimessione della questione di legittimità alla Corte costituzionale, e per l'effetto accogliere il ricorso come specificato in epigrafe.

Con vittoria di diritti, spese ed onorari.

Il difensore dei ricorrenti chiede di essere udito alla Camera di Consiglio.

Ai sensi della vigente normativa in materia di contributo unificato, si dichiara che il presente ricorso è impugnatorio ordinario, pertanto risulta soggetto al pagamento del contributo unificato in misura pari ad € 600,00.

Si producono i documenti indicati nel ricorso

Con osservanza. Milano, 20 luglio 2012
Prof. Avv. Maria Agostina Cabiddu

 

 

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La Sentenza del TAR Lombardia contro il genocidio linguistico al Politecnico di Milano

N. 01348/2013 REG.PROV.COLL. N. 01998/2012 REG.RIC.


REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia (Sezione Terza) ha pronunciato la presente
SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 1998 del 2012, proposto da:
Adriana Angelotti, Anna Maria Antola, Anna Anzani, Sergio Arosio, Cesare Mario Arturi, Francesco Augelli, Valeria Bacchelli, Arturo Baron, Francesco Basile, Giovanni Baule, Eleonora Bersani, Serena Biella, Antonello Boatti, Pellegrino Bonaretti, Marco Borsotti, Federica Boschetti, Maria Antonietta Breda, Maria Agostina Cabiddu, Enrico Gianluca Caiani, Christian Campanella, Fabrizio Campi, Paola Caputo, Edoardo Carminati, Aldo Castellano, Graziella Leyla Ciagà, Maria Antonietta Clerici, Luigi Pietro Maria Colombo, Giancarlo Consonni, Emilia Amabile Costa, Fiammetta Costa, Stefano Crespi Reghizzi, Giancarlo Cusimano, Alessandro Dama, Lorenzo De Stefani, Anna Caterina Delera, Valentina Dessì, Luca Maria Francesco Fabris, Maria Rita Ferrara, Alessandro Ferrari, Simone Ferrari, Maria Fianchini, Mario Fosso, Marco Frontini, Gianluca Ghiringhelli, Lorenzo Giacomini, Maria Cristina Gibelli, Elisabetta Ginelli, Giorgio Goggi, Elena Granata, Francesco Ermanno Guida F, Franco Guzzetti, Valeria Maria Iannilli, Maria Pompeiana Iarossi, Arturo Sergio Lanzani, Rita Maria Levi Marinella, Andrea Lucchini, Marco Lucchini, Cesira Assunta Macchia, Luca Piero Marescotti, Emilio Matricciani, Stefano Valdo Meille, Lorenzo Mezzalira, Marina Molon, Laura Montedoro, Gianni Ottolini, David Palterer, Antonella Valeria Penati, Gianfranco Pertot, Paolo Pileri, Silvia Luisa Pizzocaro, Marco Politi, Gennaro Postiglione, Fulvia Anna Premoli, Maurizio Quadrio, Procopio Luigi Quartapelle, Giuliana Ricci, Fabio Rinaldi, Roberto Rizzi, Michela Rossi, Raffaele Scapellato, Aurora Scotti Aurora, Roberto Giacomo Sebastiano, Maria Beatrice Servi, Francesco Siliato, Maria Cristina Tanzi, Fausto Carlo Testa, Enrico Tironi, Maria Cristina Tonelli, Graziella Tonon, Raffaella Trocchianesi, Michele Ugolini, Ada Varisco, Vincenzo Varoli, Stefania Varvaro, Massimo Venturi Ferriolo, Daniele Vitale, Fabrizio Zanni, Salvatore Zingale, Luca Alfredo Casimiro Bruchè, Alessandro Antonio Porta, rappresentati e difesi dall'avv. Maria Agostina Cabiddu, con domicilio eletto presso Maria Agostina Cabiddu in Milano, piazza Duse, 1;

contro


Politecnico di Milano, rappresentato e difeso ex lege dall'Avvocatura Distrettuale dello Stato di Milano, presso i cui Uffici domicilia in Milano, via Freguglia, 1;
Ministero dell'Istruzione dell'Universita' e della Ricerca, rappresentato e difeso ex lege dall'Avvocatura Distrettuale dello Stato Milano, presso i cui Uffici domicilia in Milano, via Freguglia, 1;

nei confronti di
Ministero dell'Economia e delle Finanze, Presidenza del Consiglio dei Ministri;

per l'annullamento
della delibera, adottata dal Senato accademico del Politecnico di Milano in data 21 maggio 2012,; delle delibere di approvazione delle Linee strategiche di Ateneo 2012-2014;
delle prime azioni sull'internazionalizzazione dell'Ateneo;
di tutti gli atti connessi.

Visti il ricorso e i relativi allegati;
Visti gli atti di costituzione in giudizio di Politecnico di Milano e di Ministero dell'Istruzione dell'Universita' e della Ricerca;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Designato relatore nell'udienza pubblica del giorno 26 marzo 2013 il dott. Fabrizio Fornataro e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO

I ricorrenti impugnano gli atti indicati in epigrafe, deducendone l’illegittimità per violazione di legge ed eccesso di potere sotto diversi profili, chiedendone l’annullamento.
Si è costituito in giudizio il Politecnico di Milano, eccependo l’inammissibilità e, comunque, l’infondatezza del ricorso avversario.
Le parti hanno prodotto memorie e documenti.
All’udienza del 26 marzo 2013 la causa è stata trattenuta in decisione..

DIRITTO

1) Sul piano fattuale va osservato che:
- con deliberazione del 15 dicembre 2011, il Senato accademico del Politecnico di Milano ha approvato le linee strategiche per il biennio 2012 – 2014, prevedendo, tra l’altro, la configurazione di un Ateneo a rilevanza internazionale, con aumento dell’internazionalizzazione del corpo docente in modo da assicurare che entro il 2014 “almeno 100 insegnamenti siano tenuti da docenti stranieri”. In tale contesto le linee guida hanno stabilito l’attivazione a partire dall’anno 2014 delle lauree magistrali e dei dottorati di ricerca “esclusivamente in inglese”, con conseguente sviluppo di un piano integrato per la formazione dei docenti e il conseguente sostegno agli studenti;
- con deliberazione datata 20 dicembre 2011, anche il Consiglio di Amministrazione del Politecnico di Milano ha approvato le linee strategiche per il biennio 2012 – 2014;
- con deliberazione del 23 gennaio 2012, il Senato accademico ha deliberato le “prime azioni sull’internazionalizzazione dell’Ateneo”, individuando alcune priorità per l’attuazione delle linee strategiche 2012 - 2014, riferendosi all’identificazione dei fabbisogni formativi per i docenti in ordine all’uso della lingua inglese nella didattica, al fine di attivare i corrispondenti processi di formazione, nonché agli interventi relativi al reclutamento dei docenti stranieri e, infine, alla determinazione del livello minimo di conoscenza della lingua inglese che è opportuno richiedere agli studenti, sia a livello di laurea magistrale, sia a livello di dottorato di ricerca;
- in data 2 maggio 2012 numerosi docenti e ricercatori del Politecnico hanno presentato un appello al Rettore e agli organi di governo dell’Ateneo a difesa della libertà di insegnamento, chiedendo di non dare seguito alle delibere recanti l’approvazione delle linee strategiche di Ateneo per il biennio 2012 – 2014, di sospenderne l’efficacia e di disporne la revoca nella parte in cui hanno imposto l’uso esclusivo della lingua inglese per l’insegnamento dei corsi di laurea magistrali a partire dall’anno accademico 2014. Le ragioni poste a fondamento dell’appello possono essere così sintetizzate: 1) l’uso esclusivo della lingua inglese per l’erogazione dei corsi di laurea magistrale è in contrasto con il principio della libertà di insegnamento posto dall’art. 33 Cost., perché comprime la libertà di scelta di docenti e studenti e il pluralismo dell’offerta formativa; 2) le linee guida introducono un criterio di discriminazione su base linguistica, in violazione del principio di uguaglianza di cui all’art. 3 Cost., con effetti sulle carriere del personale docente e su quelle degli studenti; 3) le linee guida, da un lato, contrastano con l’art. 271 del r.d. 1933, n. 1592, nella parte in cui stabilisce che la lingua italiana è la lingua ufficiale dell’insegnamento e degli esami in tutti gli stabilimenti universitari, dall’altro, stravolgono il senso dell’art. 2, comma 2, della legge 240/2010 che, nel promuovere l’internazionalizzazione dell’Università, mira a promuovere l’integrazione fra le culture e non ad imporne una a scapito delle altre; 4) l’imposizione della lingua inglese non si correla alla valorizzazione della qualità degli insegnamenti impartiti.
- sempre in ordine ai contenuti delle linee guida approvate dal Senato accademico il 15 dicembre 2011, sono stati presentati una mozione della Scuola di architettura e società in data 3 maggio 2012, una lettera redatta da un docente e datata 1° maggio 2012, un parere di alcuni rappresentanti degli studenti formulato il 20 maggio 2012;
- in relazione al contenuto dei documenti appena richiamati è stata indetta una riunione del Senato accademico il giorno 21 maggio 2012 (cfr. doc. 9 di parte resistente), articolatasi nell’illustrazione dell’appello da parte di uno dei docenti firmatari, nell’esposizione della posizione della Scuola di architettura e società ad opera di un altro docente e nello svolgimento della discussione. Dal verbale della seduta del 21 maggio 2012, risulta che all’esito della discussione il Senato accademico ha approvato a maggioranza la mozione centrata sull’adozione della lingua inglese per i corsi di laurea magistrale e di dottorato di ricerca.

2) Devono essere esaminate con precedenza le eccezioni preliminari di rito sollevate dall’Avvocatura distrettuale.

2.1) Con la prima eccezione si deduce l’inammissibilità del ricorso per tardività, in quanto le linee strategiche approvate con la deliberazione del Senato accademico del 15 dicembre 2012 sono state contestate solo mediante l’impugnazione della successiva deliberazione del 21 maggio 2012, che però sarebbe priva di contenuto innovativo o anche solo attuativo delle linee strategiche, essendosi limitata a ripercorrere le ragioni della scelta già effettuata.

L’eccezione non può essere condivisa.
La difesa del Politecnico sostiene che la deliberazione del 21 maggio 2012 sarebbe priva di reale autonomia, limitandosi a confermare le linee strategiche già approvate, con conseguente tardività della loro contestazione, perché articolata solo in sede di impugnazione della deliberazione ora richiamata.
Si tratta di una impostazione che non tiene conto dei contenuti della deliberazione del 21 maggio 2012 e delle ragioni sottese alla sua adozione.
Sul punto va richiamata la distinzione, consolidata a livello giurisprudenziale, tra atto di conferma e atto meramente confermativo, con i conseguenti riflessi in punto di tempestività dell’impugnazione.
Sussiste un atto meramente confermativo (c.d. conferma impropria) quando l’amministrazione, in esito ad una istanza di revoca di un suo precedente provvedimento, si limiti a dichiararne l’esistenza, senza compiere alcuna nuova istruttoria e senza una nuova ponderazione degli interessi pubblici e privati implicati nella fattispecie.
Si ha, invece, conferma in senso proprio allorché l’amministrazione, in luogo di limitarsi ad una constatazione dell’esistenza di un precedente provvedimento, dia inizio a un vero e proprio procedimento di riesame, esaminando nuovamente la situazione di fatto e di diritto.
In altri termini, in caso di mera conferma, l’amministrazione si esime dal prendere posizione sulle questioni sollevate con la nuova istanza, limitandosi ad un rifiuto pregiudiziale di riesame, con il quale nega, anche implicitamente, l’esistenza delle condizioni per valutare il merito dell’istanza stessa; insomma, l’amministrazione si limita a rilevare che esiste un precedente provvedimento e che non vi sono ragioni per ritornare sulle proprie decisioni.
Per queste sue caratteristiche, l’atto meramente confermativo non riapre i termini per impugnare: esso non rappresenta, infatti, un’autonoma determinazione dell’amministrazione, sia pure identica nel contenuto alla precedente, ma solo la manifestazione della decisione dell’amministrazione di non ritornare sulle scelte già effettuate.
Viceversa, la conferma in senso proprio integra una nuova determinazione, mediante la quale l’amministrazione ribadisce la disciplina già dettata rispetto ad una determinata fattispecie, così confermandola, ma dopo avere aperto un nuovo procedimento amministrativo e in forza di una specifica rivalutazione della situazione complessiva ed in particolare degli interessi complessivamente implicati nella vicenda.
Ne consegue che la conferma in senso proprio integra un atto nuovo, autonomamente lesivo della sfera giuridica dell'interessato, anche se confermativo del primo provvedimento.
La distinzione tra conferma impropria e conferma in senso proprio ha conseguenze pratiche importanti quanto all’ammissibilità del ricorso giurisdizionale avverso il secondo atto, ove tale ricorso venga proposto, come nella fattispecie in esame, dopo che è scaduto il termine per impugnare il primo provvedimento.
Difatti, mentre la conferma propria, che assorbe e sostituisce l’atto confermato, è sicuramente impugnabile nel termine di decadenza, senza preclusione alcuna derivante dalla precedente determinazione non impugnata, a diverse conclusioni deve pervenirsi quando si è in presenza di un atto meramente confermativo.
Quest’ultimo, invero, a differenza della conferma non assorbe il precedente, né lo sostituisce, con effetti ex tunc, nella disciplina del rapporto.

Da ciò la conseguenza che la mancata tempestiva impugnazione del primo provvedimento determina l’inammissibilità (per difetto di interesse) del gravame avverso il secondo provvedimento: ciò si verifica, in particolare, in tutti i casi in cui il privato non possa ottenere alcuna utilità dall’annullamento giurisdizionale del secondo provvedimento, a causa degli effetti ormai consolidatisi derivanti dal primo atto non impugnato.
Al contrario, la conferma propria, che assorbe e sostituisce l'atto confermato, è sicuramente impugnabile nel termine di decadenza, senza preclusioni derivanti dalla precedente determinazione non impugnata (cfr. T.A.R. Lombardia Milano, sez. III, 11 maggio 2010, n. 1453; in argomento si considerino anche T.A.R. Valle d'Aosta sez. I, 13 febbraio 2013, n. 5; T.A.R. Roma Lazio, sez. II, 04 gennaio 2013, n. 41; T.A.R. Napoli Campania, sez. IV, 12 dicembre 2012, n. 5099; Consiglio di Stato, sez. V, 03 ottobre 2012, n. 5196).
Applicando tali principi alla situazione in esame, il Tribunale evidenzia che la deliberazione assunta dal Senato accademico in data 21 maggio 2012, trae origine da un appello proposto al Rettore da un gruppo di docenti, diretto ad ottenere il riesame delle linee strategiche approvate con la deliberazione del 15 dicembre 2011 nella parte in cui prescrivono l’adozione della lingua inglese per i corsi di laurea magistrale e di dottorato di ricerca.
Si tratta, quindi, di una determinazione che trae impulso da uno specifico atto di iniziativa procedimentale e che ha dato luogo ad uno specifico procedimento amministrativo di riesame delle linee strategiche, seppure nella sola parte relativa all’introduzione dell’obbligatorietà dell’utilizzo della lingua inglese.
Non solo, la deliberazione esplicita di prendere le mosse, oltre che dall’appello al Rettore, anche da altri atti successivi all’approvazione delle linee strategiche, quali una specifica mozione presentata dalla Scuola di architettura e società, una lettera trasmessa da un docente, nonché un parere di alcuni rappresentanti degli studenti in ordine alla decisione di erogare in lingua inglese tutti gli insegnamenti delle lauree magistrali.
Pertanto, la determinazione impugnata valorizza non solo lo specifico atto di appello già richiamato, ma anche ulteriori atti di impulso procedimentale, assunti a presupposti istruttori della nuova deliberazione.
Del resto, il verbale della riunione del Senato accademico del 21 maggio 2012 precisa come la nuova deliberazione sia stata assunta all’esito di un’ampia discussione, consistita nell’illustrazione dell’atto di appello e dei contenuti della mozione, nonché in un’articolata discussione, in cui sono stati prospettati interessi antagonisti rispetto all’obbligatorietà dell’uso della lingua inglese, correlati agli obiettivi didattici perseguiti, ai contenuti degli insegnamenti, allo status giuridico dei docenti e alla necessità di evitare misure che possano comportare trattamenti discriminatori tra gli studenti.
Ne deriva che la deliberazione del 21 maggio 2012, pur approvando la mozione sull’adozione della lingua inglese per i corsi di laurea magistrale e di dottorato di ricerca, così confermando in parte qua le linee strategiche 2012 - 2014 già approvate dal Senato accademico, si pone all’esito di uno specifico procedimento di riesame, attivato in forza di specifici atti di impulso espressivi di interessi differenti, che il Senato accademico ha valutato per giungere a confermare l’adozione esclusiva della lingua inglese.
Ecco allora, che la deliberazione in esame, lungi dall’integrare un atto meramente confermativo delle linee strategiche, costituisce una conferma in senso proprio, che, per la parte trattata, assorbe e sostituisce le linee strategiche già approvate.
Trattandosi di una conferma propria, la deliberazione è autonomamente impugnabile, entro gli ordinari termini di decadenza, con conseguente infondatezza dell’eccezione in esame.

2.2) Con la seconda eccezione di rito, la difesa del Politecnico sostiene che la determinazione impugnata avrebbe natura meramente programmatica e sarebbe priva di attitudine lesiva immediata, con conseguente mancanza di un interesse concreto ed attuale al suo annullamento.

L’eccezione è infondata.
In linea generale va evidenziato che, secondo un consolidato e condivisibile orientamento giurisprudenziale, il requisito dell'attualità dell'interesse a ricorrere non sussiste allorché il pregiudizio derivante dall'atto amministrativo sia meramente eventuale, ossia quando l'emanazione del provvedimento non sia di per sé in grado di arrecare una lesione nella sfera giuridica del soggetto che lo impugna, né sia certo che una siffatta lesione comunque si realizzerà in un secondo tempo (cfr. Consiglio Stato, sez. IV, 7 giugno 2012, n. 3365 che ribadisce Consiglio Stato, sez. IV, 19 giugno 2006, n. 3656; nonché in relazione agli atti di natura programmatica Tar Campania, sez. III, 16 gennaio 2012 n. 197).
Nel caso di specie, la deliberazione impugnata dispone in modo puntuale che, a partire dall’anno accademico 2014 – 2015, i corsi di laurea magistrale e i dottorati di ricerca dovranno essere tenuti in lingua inglese.
Si tratta di una previsione specifica, che determina direttamente l’obbligo per i docenti dei corsi di laurea magistrale di utilizzare la lingua inglese, sicché essa, pur inserendosi nel contesto di linee strategiche di natura programmatica, da un lato, si rivolge a destinatari immediatamente identificabili, dall’altro, assume un carattere immediatamente cogente, che non richiede di per sé l’adozione di ulteriori atti.
Certo, l’introduzione di detto obbligo si collega, secondo i contenuti delle linee strategiche, all’attivazione di strumenti di formazione linguistica, che però non incidono sull’esistenza dell’obbligo medesimo.
Ne deriva che la determinazione incide immediatamente nella sfera giuridica dei ricorrenti, perché dà vita direttamente ad un obbligo che incide sulle modalità di svolgimento dell’insegnamento.
Né è ipotizzabile una carenza di attualità dell’interesse per il mero fatto che l’obbligo di utilizzare la lingua inglese decorrerà dall’anno accademico 2014 – 2015, atteso che sussiste già la certezza dell’incidenza dell’atto nella sfera giuridica dei ricorrenti, per effetto dell’obbligatorietà dell’insegnamento in lingua inglese nei corsi di laurea magistrale.
Del resto, come condivisibilmente dedotto dai ricorrenti, l’introduzione dell’insegnamento in lingua inglese comporta la necessità per i docenti di rielaborare la didattica complessiva in base alla lingua da utilizzare, sia in relazione ai testi adottati, sia rispetto alla struttura complessiva di ciascun corso, sia, infine, rispetto alla peculiare competenza linguistica richiesta all’insegnate.
Si tratta di profili che incidono immediatamente sulla posizione dei ricorrenti e che discendono direttamente dall’innovazione introdotta dalle linee strategiche contestate, sicché è priva di fondamento la tesi secondo la quale la deliberazione impugnata sarebbe priva di attuale attitudine lesiva.
Va, pertanto, ribadita l’infondatezza dell’eccezione in esame.

3) Con il primo, il secondo, il terzo e il quarto dei motivi proposti, che possono essere trattati congiuntamente perché strettamente connessi sul piano logico e giuridico, i ricorrenti lamentano, in termini di violazione di legge e di eccesso di potere, il contrasto dell’obbligatorietà dell’insegnamento in lingua inglese con il principio di rilevanza costituzionale dell’ufficialità della lingua italiana, quale lingua dello Stato italiano, rilevando come tale uso obbligatorio ed esclusivo precluda il pieno esercizio della libertà di insegnamento costituzionalmente garantita e del diritto allo studio ad essa correlato.
Inoltre, si lamenta la violazione sia dell’art. 271 del r.d. del 31 agosto 1933 n. 159, nella parte in cui prevede che “la lingua italiana è la lingua ufficiale dell’insegnamento e degli esami in tutti gli stabilimenti universitari”, sia dell’art. 2, comma 2, lett. l), della legge 2010 n. 240, nella parte in cui prevede il rafforzamento dell’internazionalizzazione degli atenei, ma senza consentire che sia reso obbligatorio l’uso di un’unica lingua straniera per i corsi di laurea magistrale con esclusione della lingua italiana.
Infine, si deduce la violazione del principio, interno e comunitario, di proporzionalità, perché le misure deliberate non sono realmente funzionali all’internazionalizzazione del Politecnico e, comunque, limitano in modo esorbitante tanto la libertà di insegnamento, cui si collega lo status dei docenti universitari, quanto il diritto allo studio.

3.1) Per stabilire se sia legittima l’esclusività dell’uso della lingua inglese nei corsi di laurea magistrale e nei dottorati di ricerca, stabilita dal Senato accademico del Politecnico di Milano mediante i provvedimenti impugnati, occorre analizzare quale sia il ruolo che l’ordinamento riconosce alla lingua italiana, in generale e con particolare riferimento all’insegnamento.
E’ pacifico che le norme della Costituzione non contengono una diretta affermazione dell’ufficialità della lingua italiana, tuttavia tale carattere è chiaramente percepibile in via indiretta dall’art. 6 Cost. che prevede la tutela delle minoranze linguistiche rimettendone l’attuazione ad apposite norme.
E infatti, l’esigenza costituzionale di tutelare minoranze linguistiche, non predeterminate dalla carta costituzionale, sorge proprio in dipendenza del carattere ufficiale della lingua italiana, come lingua che caratterizza lo Stato italiano.
Anche disposizioni di legge costituzionale riconoscono l’italiano come lingua ufficiale dello Stato; si pensi all’art. 99 del Testo unico approvato con d.P.R. 31 agosto 1972, n. 670 – recante l’approvazione del testo unico delle leggi costituzionali concernenti lo statuto speciale per il Trentino Alto Adige – ove si prevede che “nella regione la lingua tedesca è parificata a quella italiana che è la lingua ufficiale dello Stato”.
In tale senso è significativo che la legge 15 dicembre 1999, n. 482, diretta a introdurre “norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”, esordisca all’art. 1 stabilendo che “la lingua ufficiale della Repubblica è l'italiano”, per poi precisare al comma successivo che “la Repubblica … valorizza il patrimonio linguistico e culturale della lingua italiana” e aggiungendo che la Repubblica “promuove altresì la valorizzazione delle lingue e delle culture tutelate dalla presente legge”.
Non è dubitabile, come puntualmente rilevato dall’Avvocatura distrettuale, che la tutela delle minoranze linguistiche sia correlata alle specificità storiche e culturali di determinate parti del territorio della Repubblica, ma ciò non toglie che l’esigenza di tutelare talune minoranze, riconoscendone l’identità linguistica, sorga in dipendenza della dichiarata ufficialità della lingua italiana.
Ufficialità che non può tradursi in una vuota formula o in una mera dichiarazione di intenti, ma che assume valenza di principio cogente, immediatamente operativo, tanto che per la valorizzazione di determinate minoranze linguistiche si è resa necessaria l’adozione di una specifica disciplina correlata ad un precetto costituzionale.
Ovviamente ciò non significa che l’uso della lingua inglese previsto dal Senato accademico del Politecnico rientri nella tematica della tutela delle minoranze linguistiche, ma consente di evidenziare il carattere centrale che l’ordinamento attribuisce alla lingua italiana come espressione del patrimonio linguistico e culturale dello Stato.
Centralità riconosciuta dalla Corte Costituzionale, che, seppure in un giudizio relativo alla legittimità di alcune disposizioni del codice di procedura penale, ha affermato, con valore di principio, che la “Costituzione conferma per implicito che il nostro sistema riconosce l'italiano come unica lingua ufficiale, da usare obbligatoriamente, salvo le deroghe disposte a tutela dei gruppi linguistici minoritari, da parte dei pubblici uffici nell'esercizio delle loro attribuzioni” (cfr. Corte Cost. 20 gennaio 1982, n. 28).
Sempre la Corte Costituzionale ha chiarito la portata dell’ufficialità della lingua italiana, precisando che la consacrazione, nell'art. 1, comma 1, della legge n. 482 del 1999, della lingua italiana quale «lingua ufficiale della Repubblica» non ha evidentemente solo una funzione formale, ma funge da criterio interpretativo generale delle diverse disposizioni che prevedono l'uso delle lingue minoritarie, “evitando che esse possano essere intese come alternative alla lingua italiana o comunque tali da porre in posizione marginale la lingua ufficiale della Repubblica; e ciò anche al di là delle pur numerose disposizioni specifiche che affermano espressamente nei singoli settori il primato della lingua italiana” (cfr. Corte Cost. 22 maggio 2009, n. 159).
Ne deriva, in primo luogo, che il carattere ufficiale della lingua italiana ne determina il primato in ogni settore della vita dello Stato, anche al di là di specifiche disposizioni che di volta in volta la tutelano; inoltre, il primato della lingua italiana comporta che ad essa non possa essere attribuito all’interno dello Stato un ruolo subordinato rispetto ad altre lingue e ciò, se non è possibile, in base al quadro normativo richiamato, nel rapporto con le lingue minoritarie espressamente tutelate dall’ordinamento, a maggiore ragione non può verificarsi rispetto a lingue straniere che difettino di specifiche disposizioni di salvaguardia.
La centralità della lingua italiana è ribadita con specifico riferimento all’insegnamento, seppure sempre nel rapporto con le lingue minoritarie tutelate, proprio dalle disposizioni della legge 1999 n. 482, che pongono garanzie a salvaguardia dell’italiano.
Così, gli artt. 4 e 5 della legge n. 482 prevedono per le scuole materne, elementari e medie inferiori, accanto all’uso della lingua italiana anche l'uso della lingua della particolare minoranza per lo svolgimento delle attività educative, rimettendo alle istituzioni scolastiche la definizione delle modalità di svolgimento delle attività di insegnamento della lingua e delle tradizioni culturali delle comunità locali; allo stesso modo l’art. 6, con riferimento alle Università, attribuisce all’autonomia dei singoli Istituti l’assunzione di iniziative “compresa l'istituzione di corsi di lingua e cultura delle lingue” minoritarie, ricerca scientifica e attività culturali e formative a sostegno delle finalità poste dalla legge n. 482.
Ancora una volta il dato normativo conduce ad evidenziare che nelle situazioni in cui l’ordinamento prevede la tutela di specifiche lingue minoritarie, viene comunque preservato il primato della lingua italiana, che non può comunque assumere un ruolo subordinato o secondario.
A maggior ragione, una volta chiarito che il principio del primato della lingua italiana ha portata generale, come precisato dalla Corte Costituzionale, sussiste la necessità di garantire che la lingua italiana non subisca trattamenti deteriori anche quando il rapporto non sia con lingue minoritarie tutelate, ma con lingue straniere rispetto alle quali non sussistano specifiche norme di tutela.
A ben vedere, tale principio è esplicitato, per gli insegnamenti erogati in ambito universitario, dall’art. 271 del R.D. 31 agosto 1933, n. 1592, recante l’approvazione del testo unico delle leggi sull'istruzione superiore, ove si prevede che “la lingua italiana è la lingua ufficiale dell'insegnamento e degli esami in tutti gli stabilimenti universitari”.
La disposizione ribadisce il primato della lingua italiana nel contesto degli insegnamenti universitari, sicché in relazione ad essi l’italiano non può assumere un ruolo subordinato o comunque secondario rispetto all’uso di altre lingue.
L’Avvocatura distrettuale pone il problema della compatibilità della norma appena richiamata con l’art. 2, comma 2, lett. l), della legge 2010 n. 240, rilevando che, quand’anche non si ritenga che la seconda disposizione abbia abrogato implicitamente la prima, nondimeno quest’ultima non potrebbe operare qualora le Università decidessero, come nel caso concreto, di rafforzare il profilo dell’internazionalizzazione, mediante l’attivazione di corsi di studio in lingua straniera.
La tesi, pur se diffusamente argomentata, non può essere condivisa.
Occorre muovere dal contenuto dell’art. 2, comma 2, lett. l), della legge 2010 n. 240, ove si prevede che “…le università statali modificano, altresì, i propri statuti in tema di articolazione interna, con l'osservanza dei seguenti vincoli e criteri direttivi: …

1) rafforzamento dell'internazionalizzazione anche attraverso una maggiore mobilità dei docenti e degli studenti, programmi integrati di studio, iniziative di cooperazione interuniversitaria per attività di studio e di ricerca e l'attivazione, nell'ambito delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente, di insegnamenti, di corsi di studio e di forme di selezione svolti in lingua straniera”.
La norma pone un criterio direttivo, che deve orientare l’autonomia universitaria al fine di rafforzare il processo di internazionalizzazione, consentendo alle istituzioni universitarie di istituire insegnamenti, corsi di studio e forme di selezione svolti in lingua straniera.
Il rapporto tra la norma appena citata e l’art. 271 del R.D. 1931, n. 1592, non é strutturabile in termini di incompatibilità, con conseguente abrogazione implicita della disposizione più remota, perché le due norme hanno ambiti di operatività differenti.
In particolare, l’art. 271 sancisce il primato della lingua italiana per gli insegnamenti universitari, mentre l’art. 2, comma 2, lett. l), della legge 2010, n. 240, prevede la possibilità di introdurre dei corsi in lingua straniera per incrementare la vocazione internazionale degli istituti universitari.
Insomma, tra le due norme non ricorre un rapporto di incompatibilità logica, né sussiste un’inconciliabilità tra i loro contenuti precettivi, sicché non vi è spazio per configurare un’abrogazione tacita per incompatibilità, ai sensi dell’art. 15 delle disposizioni preliminari al codice civile.
Ecco, allora, che il rapporto che intercorre tra le due norme deve essere costruito tenendo conto del principio del primato della lingua italiana, che, come già precisato, emerge indirettamente dalla carta costituzionale ed è sancito direttamente da alcune leggi costituzionali, come il Testo unico delle leggi costituzionali concernenti lo statuto speciale per il Trentino Alto Adige.
Ne deriva che l’internazionalizzazione delle Università deve essere compiuta rispettando il primato della lingua italiana, da intendere secondo le precisazioni sviluppate dalla Corte Costituzionale (cfr. (cfr. Corte Cost. 20 gennaio 1982, n. 28; Corte Cost. 22 maggio 2009, n. 159).
Proprio applicando i già richiamati criteri elaborati dalla Corte, si deve ritenere che il processo di internazionalizzazione sia compatibile con l’ordinamento nella misura in cui non collochi la lingua italiana in posizione marginale rispetto ad altre lingue, facendole assumere un ruolo subordinato nel contesto dell’insegnamento universitario.
Da ciò deriva che il rapporto tra l’art. 271 del R.D. 1933, n. 1592 e l’art. 2, comma 2, lett. l), della legge 2010 n. 240, non è qualificabile in termini di deroga, nel senso che la seconda disposizione legittima una deroga al principio sancito dalla prima, come pure prospettato dall’Avvocatura, anche nel corso della discussione in pubblica udienza, perché questa ricostruzione condurrebbe a porre in contrasto l’art. 2, comma 2, lett. l), con il principio costituzionale del primato della lingua italiana.
Contrasto non insuperabile, perché l’art. 2, comma 2, lett. l), si presta ad essere interpretato in modo coerente con il quadro costituzionale e con le norme che, in applicazione dei principi costituzionali, ribadiscono il primato della lingua italiana anche nell’insegnamento universitario; circostanza questa che esime il Tribunale dal sollevare la questione di legittimità costituzionale rispetto alla norma in esame, pure prospettata dai ricorrenti, anche se in via subordinata.
Le due norme si prestano ad essere coordinate, in termini di reciproca integrazione, perché il contenuto dell’art. 2, comma 2, lett. l), nella parte in cui detta il criterio direttivo della realizzazione del processo di internazionalizzazione non impone la necessaria collocazione della lingua italiana in posizione subordinata rispetto a lingue straniere.
La disposizione si limita ad indicare delle azioni strumentali al rafforzamento dell’internazionalizzazione, ma l’uso della congiunzione “anche” rende evidente, in primo luogo, che si tratta di un’indicazione non tassativa, in coerenza sia con l’autonomia ordinamentale delle Università, sancita dall’art. 33 Cost., sia con la vocazione della norma in esame, volta a porre criteri direttivi.
Tra le azioni è compresa anche la possibilità di attivare, nell'ambito delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente, insegnamenti, corsi di studio e forme di selezione svolti in lingua straniera.
L’utilizzo di simili strumenti non implica che l’uso della lingua italiana debba necessariamente assumere un ruolo di secondo piano o comunque marginale negli insegnamenti, perché di tratta di un risultato non previsto dalla norma, né indispensabile per realizzare gli obiettivi che essa pone.
Al contrario, fermo restando il primato della lingua italiana, costituzionalmente imposto, si tratta di valorizzare nell’ottica dell’internazionalizzazione anche l’uso di lingue straniere, da affiancare alla lingua italiana, in modo da ampliare l’offerta formativa.
Spetta all’Università selezionare gli insegnamenti che si prestano a tale processo, per la materia trattata, che di per sé presenta una vocazione internazionale, o in considerazione delle origini e dello sviluppo scientifico di una certa disciplina in una particolare lingua straniera.
Insomma, l’uso della lingua straniera deve essere tale da affiancare, in particolari materie, quello della lingua italiana, nei limiti in cui sia necessario per favorire il processo di internazionalizzazione.
Del resto, la norma non limita all’uso di una lingua straniera il processo di apertura verso l’estero, ma contempla misure ulteriori, come la mobilità di docenti e di studenti, finalizzata a portare in Italia le conoscenze di docenti stranieri e all’estero quelle di docenti italiani e tale da consentire agli studenti italiani di svolgere all’estero una parte del proprio percorso formativo.
Similmente, si prevede la possibilità di adottare programmi integrati di studio, così da avvicinare il piano formativo delle università italiane a quello realizzato da università estere e viceversa; nello stesso senso vengono promosse le iniziative di cooperazione interuniversitaria per attività di studio e di ricerca.
Insomma, la possibilità di tenere dei corsi di studio in lingua straniera, facendo sostenere in tale lingua anche le prove di esame, rappresenta solo uno degli strumenti diretti a favorire l’internazionalizzazione e deve essere attuato, per esigenze sistematiche e di compatibilità costituzionale, nel rispetto del primato della lingua italiana.

3.2)
 Si tratta ora di stabilire se le modalità con le quali il Politecnico ha valorizzato l’uso delle lingue straniere nell’ottica dell’internazionalizzazione sia coerente con il quadro normativo appena esaminato.
L’analisi deve muovere da una considerazione di fatto: dalla lettura della deliberazione del Senato accademico del 21 maggio 2012 e delle linee strategiche contenute nella deliberazione del 15 dicembre 2011, emerge con sicurezza che dall’anno accademico 2014 – 2015 i corsi di laurea magistrale e i dottorati di ricerca tenuti presso il Politecnico di Milano – che è un’istituzione universitaria pubblica, che eroga il servizio pubblico di istruzione (tra le più recenti T.A.R. Abruzzo L'Aquila, sez. I, 19 dicembre 2012, n. 840) - dovranno essere attivati “esclusivamente in inglese” (cfr. doc. 4 e doc 9 di parte resistente), sicché non è dubitabile che gli atti impugnati escludano per i corsi appena indicati l’utilizzabilità della lingua italiana, tanto in fase di insegnamento, quanto in sede di esame.
L’assetto ora indicato non è compatibile con la posizione che la lingua italiana ha nell’ordinamento, anche ai fini delle modalità di erogazione dell’insegnamento universitario, secondo la normativa costituzionale ed ordinaria.
In primo luogo, l’uso della lingua inglese è definito, rispetto ai corsi di laurea magistrale e ai dottorati di ricerca, come un uso esclusivo, sicché in questi ambiti è precluso l’utilizzo della lingua italiana, tanto nella fase dell’insegnamento, quanto nel momento delle prove d’esame.
Si tratta di una soluzione che marginalizza l’uso dell’italiano, perché la lingua straniera non si pone sullo stesso piano di quella italiana, affiancandola, ma la sostituisce radicalmente.

Sostituzione non disposta in relazione a particolari e specifici insegnamenti, ma indiscriminatamente, rispetto a tutti gli insegnamenti che appartengono ai corsi di laurea magistrale, oltre che ai dottorati di ricerca.
Insomma, il Senato accademico ha deciso di escludere la lingua italiana dalla parte specialistica della preparazione, conservandola solo per il triennio, nel quale, incontestatamente, si collocano gli insegnamenti destinati a fornire un preparazione di base.
Non si tratta, come è ovvio, di realizzare un’insussistente graduazione di “importanza“ tra gli insegnamenti del triennio e quelli del biennio magistrale, ma di prendere atto della funzione specializzante di quelli collocati nel biennio, al pari dei corsi relativi ai dottorati di ricerca.
Ne consegue che la disciplina gravata contrasta con il principio del primato della lingua italiana sia per l’ampiezza riconosciuta all’impiego della lingua inglese, sia per la diversa incidenza riconosciuta all’italiano e all’inglese rispetto alla formazione specialistica.
Sotto il primo profilo, va ribadito che l’uso esclusivo dell’inglese è stato previsto per tutti i corsi di laurea magistrale, seguendo una logica non selettiva, diretta cioè a predisporre l’utilizzabilità della lingua inglese in ragione della specificità della materia, ma generalista, perché riferita in modo indiscriminato a tutti i corsi magistrali e a tutti i dottorati di ricerca.
Dal punto di vista in esame, la scelta del politecnico si pone in una logica diametralmente opposta a quella sottesa al principio, di rilevanza costituzionale, del primato della lingua italiana, perché rende la lingua inglese alternativa a quella italiana.
Così facendo si persegue l’obiettivo dell’internazionalizzazione eccedendo i mezzi consentiti a tale scopo, in rapporto sia all’art. 271 del R.D. 1933 n. 1559, sia all’art. 2, comma 2, lett. i), della legge 2010 n 240, perché l’apertura internazionale dell’Università non si estende sino alla possibilità di sopprimere per interi corsi di laurea l’uso della lingua italiana.
Tanto più il contrasto con il quadro normativo emerge se si considera il secondo profilo, ossia che l’esclusione è stata disposta rispetto ai corsi destinati alla specializzazione, come le lauree magistrali e i dottorati di ricerca; in particolare, la lingua italiana è stata estromessa, sempre in modo indiscriminato, dalla porzione di formazione più qualificante, senza considerare che il primato che le è riconosciuto dall’ordinamento non è fine a sé stesso, ma tende a garantire la conoscenza e la diffusione dei valori che ispirano lo Stato italiano.
Vale precisare che ciò non esclude l’attivabilità di corsi di laurea anche in lingua straniera, ma significa che il rispetto del ruolo che l’ordinamento assegna alla lingua italiana impone che sia consentita la scelta tra l’apprendimento in italiano o in lingua straniera, scelta non consentita dai provvedimenti impugnati, che sono diretti a precludere l’uso dell’italiano nelle lauree magistrali e nei dottorati, tanto ai fini dell’insegnamento, quanto ai fini dell’apprendimento.
Le ultime considerazioni permettono di evidenziare – come condivisibilmente censurato dai ricorrenti – che l’imposizione della lingua inglese quale strumento di insegnamento e di apprendimento, contrasta sia con la libertà di insegnamento, garantita dall’art. 33 Cost., sia con il correlato diritto allo studio.
Esiste uno stretto rapporto tra l’esercizio della libertà di insegnamento garantito dalla Costituzione Repubblicana e l’utilizzabilità della lingua italiana.
Una volta chiarito che l’italiano non è tutelato quale mezzo di comunicazione orale o scritta, ma per l’insieme di valori culturali che sottende, è consequenziale rilevare che la piena esplicazione della libertà di insegnamento presuppone la possibilità di utilizzare l’italiano, nel senso che il docente che esercita in una istituzione pubblica deve poter scegliere di trasmettere le conoscenze nella lingua italiana.
Simmetricamente, il discente deve essere posto in condizione di avvalersi della lingua italiana per la formazione praticata in una Università italiana.
Queste corrispondenze sono negate dalle delibere impugnate, che, nei corsi di laurea magistrale e nei dottorati, obbligano i docenti ad insegnare in lingua inglese e gli studenti ad apprendere in lingua inglese.
Si badi, la lesione della libertà di insegnamento è ancora più evidente se si considera che, dall’anno accademico 2014 – 2015, il docente di un corso compreso nel biennio magistrale, se intende esercitare il diritto di insegnare in lingua italiana, deve spostare la propria attività didattica nel triennio di base, il che significa che deve abbandonare il corso già gestito e optare per uno diverso, compreso tra gli insegnamenti del triennio, atteso che le materie del biennio finale non sono intercambiabili con quelle del triennio, perché afferiscono alla preparazione specialistica.
Sul punto la difesa del Politecnico sostiene che la libertà di insegnamento sarebbe rispettata, perché ciascun docente del biennio magistrale potrebbe decidere di continuare ad insegnare in italiano al Politecnico, spostandosi nel triennio di base.
L’argomentazione non è condivisibile, perché coglie solo una parte del fenomeno.
Come già evidenziato, ai fini della compatibilità del processo di internazionalizzazione con il principio del primato della lingua italiana e con la tutela della libertà di insegnamento, è centrale la circostanza che lo stesso insegnamento possa essere mantenuto in italiano dal medesimo docente, ma questo binomio non è consentito, perché il docente che decide di continuare ad insegnare in italiano deve spostarsi nel triennio di base, cambiando la materia insegnata, con conseguente violazione della libertà di insegnamento.
Questo non significa che ciascun docente abbia una sorta di “diritto al corso”, perché le esigenze organizzative, rimesse all’autonomia universitaria, possono condurre all’accorpamento di corsi, alla loro suddivisione, all’istituzione di nuovi corsi o alla soppressione di altri, con i conseguenti riflessi sulle materie insegnate dai docenti interessati. Piuttosto, sta ad indicare che il singolo docente non può essere sostituito nella gestione di un corso perché si rifiuta di insegnare in una particolare lingua straniera, atteso che in questo modo si comprime la sua libertà di insegnamento, che, alla luce del primato della lingua italiana, deve potersi esplicare in italiano nella misura in cui è esercitata in una Università pubblica italiana.
Parimenti, è condivisibile la doglianza secondo la quale le delibere impugnate non sono coerenti con l’obiettivo dell’internazionalizzazione.
Sul punto la difesa del Politecnico sostiene che la scelta effettuata sarebbe in linea con l’obiettivo indicato, perché la lingua inglese é un “veicolo diffuso di comunicazione”.
L’argomentazione non è persuasiva.
Le linee strategiche prevedono l’utilizzazione della sola lingua inglese, ma questo comporta un’apertura limitata alle sole culture anglofone, secondo un criterio selettivo non coerente con la finalità dell’internazionalizzazione.
Nulla esclude che per certi insegnamenti la logica dell’internazionalizzazione possa condurre ad ampliare l’offerta formativa con l’introduzione di corsi anche in lingua inglese, ma non vi sono ragioni emergenti dagli atti impugnati per ritenere giustificata la gestione esclusivamente in lingua inglese di tutti gli insegnamenti del biennio magistrale e dei dottorati di ricerca.
A ben vedere, il problema in esame è stato sottoposto al Senato accademico, perché dal verbale della seduta del 21 maggio 2012 emerge la trattazione della questione dell’effettiva compatibilità di taluni insegnamenti magistrali, come quelli di architettura, con l’uso della lingua inglese.
Ciò nonostante è stata approvata la scelta di gestire esclusivamente in inglese anche questi insegnamenti magistrali.
Il dato ora indicato evidenzia un profilo di irragionevolezza degli atti impugnati – profilo censurato dai ricorrenti con i motivi in esame – in quanto vi sono degli insegnamenti compresi nelle lauree magistrali e nei dottorati, come diritto urbanistico, diritto amministrativo, diritto dell’ambiente, che, pur riferendosi al panorama normativo e giurisprudenziale dello Stato italiano, dovrebbero essere impartiti in lingua inglese, così come in inglese dovrebbero essere sostenute le prove di esame.
In questo modo si addiviene ad un risultato incoerente con la dichiarata finalità di favorire l’internazionalizzazione, perché anche per gli insegnamenti che più si connotano per un intenso legame con la lingua e la cultura italiana si impone l’uso della lingua inglese.
Non va dimenticato che l’apertura dell’Università al panorama scientifico internazionale è un obiettivo complesso, come risulta dalla pluralità di azioni previste dall’art. 2, comma 2, lett. l), della legge 2010 n. 240; obiettivo che non si traduce solo nell’arricchire la didattica italiana con i valori di culture straniere, anche mediante l’istituzione di determinati corsi in lingua straniera, ma comprende la possibilità che siano conosciute all’estero le specificità della didattica italiana e ciò si realizza, specie negli insegnamenti più permeati di cultura italiana, nel conservare l’uso della lingua italiana, intesa non solo come mezzo di comunicazione, ma come strumento di trasmissione di specifici valori culturali.
Analizzando il problema da questo punto di vista, spicca in modo evidente l’illogicità della scelta di valorizzare in modo assorbente l’uso della lingua inglese per tutti i corsi delle lauree magistrali e per i dottorati, senza tenere conto della specificità dei diversi insegnamenti, della possibilità di valorizzare altre lingue straniere e della necessità di attuare l’apertura vero l’estero mantenendo il primato della lingua italiana, secondo i principi emergenti dalla Costituzione.
L’Avvocatura distrettuale sostiene che la coerenza delle delibere impugnate con il processo di internazionalizzazione emergerebbe dai paragrafi 30 e 31 dell’allegato B del D.M. 23 dicembre 2010 n. 50, che, secondo la tesi difensiva, consentirebbe l’attivazione di corsi in lingua inglese nel senso voluto dal Senato accademico.
Neppure questa deduzione è condivisibile.
Il D.M. 23 dicembre 2010, n. 50, contiene la definizione delle linee generali d'indirizzo della programmazione delle Università per il triennio 2010 - 2012.
Il paragrafo 30 dell’Allegato B del D.M. stabilisce che, dalla data di adozione del decreto e fino al completamento dell'adeguamento degli ordinamenti didattici di tutti i propri corsi, le Università non possono procedere alla istituzione di nuovi corsi di studio, precisando che nuovi corsi di studio possono essere successivamente istituiti secondo quanto previsto dal successivo paragrafo 32.
Il paragrafo 31 dispone che al fine di favorire la razionalizzazione e “la internazionalizzazione delle attività didattiche, il divieto di cui al punto § 30 non trova applicazione nei riguardi dell'istituzione di corsi di studio finalizzata all'accorpamento di corsi già presenti nel RAD (con contestuale cancellazione dal RAD degli stessi), ovvero di corsi omologhi a corsi già presenti nel RAD da attivare nella medesima sede didattica dei medesimi, che prevedano la erogazione delle attività didattiche interamente in lingua straniera, anche in relazione alla stipula di convenzioni con Atenei stranieri per il rilascio del doppio titolo o del titolo congiunto”.
La lettura integrale delle due disposizioni conduce ad un risultato interpretativo diverso da quello prospettato dalla difesa del Politecnico.
Invero, mentre la disposizione del paragrafo 30 vieta l’istituzione di nuovi corsi di studio, l’art. 31, in via derogatoria, ne consente l’attivazione quando si tratti di procedere all’accorpamento di corsi preseesistenti, oppure se si tratti di attivare dei corsi in lingua straniera, ma, in quest’ultimo caso, a condizione che si tratti di corsi omologhi ad altri già presenti nel RAD e da attivare nella medesima sede didattica.
La norma, quindi, consente in via derogatoria la istituzione di nuovi corsi in lingua straniera, ma a condizione che corrispondano a dei corsi già esistenti in lingua italiana.
Così interpretata la disposizione è coerente con il panorama normativo di riferimento, perché salvaguarda il primato della lingua italiana, consentendo l’apertura verso l’estero mediante la possibilità di seguire lo stesso corso anche in lingua straniera.
Insomma, i paragrafi 30 e 31 del D.M. n. 50/2010, se letti nella loro interezza, non valgono a supportare le determinazioni impugnate, ma piuttosto ne evidenziano l’illegittimità, perché con esse non sono stati introdotti dei corsi in lingua straniera omologhi a corsi preesistenti e gestiti in italiano, ma è stata prevista la radicale sostituzione della lingua inglese a quella italiana nelle lauree magistrali e nei dottorati di ricerca, senza garantire il primato della lingua italiana.
Le considerazioni sinora svolte conducono a ritenere fondata anche la censura diretta a contestare il difetto di proporzionalità delle misure adottate.
Come è noto, il principio di proporzionalità impone, in estrema sintesi, che la misura adottata dall’amministrazione sia idonea a realizzare l'obiettivo perseguito e non vada oltre quanto è necessario per raggiungerlo (cfr. Corte giustizia U.E., grande sezione, 27 novembre 2012, n. 566, nonché Corte giustizia U.E., 6 dicembre 2005, C-453/03, C-11/04, C-12/04 e C-194/04).
Insomma, la proporzionalità è rispettata quando l’amministrazione, nell’esercizio dei poteri discrezionali di scelta della misura da adottare per realizzare un determinato obiettivo, concentra l’attenzione su quella che consente di raggiungere il risultato minimizzando il sacrificio degli altri interessi compresi nella fattispecie.
Nel caso di specie i parametri indicati non risultano rispettati.
L’obiettivo perseguito dal Politecnico è quello di favorire l’internazionalizzazione dell’Ateneo, ma l’uso esclusivo della lingua inglese per la parte specializzante dell’offerta didattica - biennio magistrale e dottorati – non riflette l’obiettivo perseguito, perché esso non richiede una scelta così radicale per essere raggiunto.
Come già evidenziato l’uso esclusivo della lingua inglese apre l’Ateneo ai paesi la cui cultura si connota per l’uso dell’inglese, ma non si tiene conto dell’ampio respiro sotteso all’esigenza di internazionalizzazione, che comporta un’apertura verso il pluralismo culturale, mantenendo la centralità della lingua italiana e non un’apertura selettiva, perché limitata ad una particolare lingua.
Non si vuole negare che, come è noto, l’uso della lingua inglese sia particolarmente diffuso, ma ciò non significa che l’uso obbligatorio ed esclusivo di questa lingua favorisca l’internazionalizzazione
dell’Ateneo, perché manca ogni correlazione tra l’uso dell’inglese e la possibilità di diffondere le conoscenze, la didattica, le modalità di insegnamento praticate dal Politecnico in relazione ai contenuti dei diversi corsi che compongono le lauree magistrali e i dottorati.
Del resto, ci si è già soffermati sul fatto che la marginalizzazione dell’italiano, che così si verifica, oltre a contrastare con il principio del primato della lingua italiana, contrasta anche con l’obiettivo dell’internazionalizzazione, perché l’esclusione dell’italiano dagli insegnamenti specialistici comporta che l’apertura verso l’estero sia unidirezionale, ossia diretta a favorire, con l’uso di una particolare lingua straniera, la diffusione delle conoscenze e dei valori che tipicamente in quella lingua si esprimono, dimenticando però che l’internazionalizzazione implica anche diffusione delle conoscenze e dei valori che, nei diversi insegnamenti, sono apportati dalla cultura italiana e che in italiano si manifestano.
Parallelamente, la prevista sostituzione della lingua inglese alla lingua italiana per tutti gli insegnamenti del biennio magistrale e per i dottorati di ricerca, incide in modo esorbitante sulla libertà di insegnamento e sul diritto allo studio, che integrano degli interessi di rilevanza costituzionale sicuramente compresi nella vicenda in esame.
Va ribadito, infatti, che l’innovazione approvata dal Senato accademico obbliga i docenti, che in esercizio della loro libertà di insegnamento intendono continuare la docenza nei corsi già gestiti del biennio magistrale, ad insegnare necessariamente in lingua inglese, adattando a ciò i programmi, i testi, la didattica, nonché acquisendo conoscenze della lingua inglese prima non richieste.
Il punto è particolarmente rilevante, perché la conoscenza della lingua inglese non implica di per sé la capacità di sviluppare la didattica in inglese, in quanto è evidente che tale capacità richiede una dimestichezza e una padronanza della lingua del tutto peculiare.
Allo stesso modo, gli studenti che intendono completare presso il Politecnico la propria formazione, ivi frequentando anche il biennio magistrale o dedicandosi al dottorato, dovranno necessariamente abbandonare l’uso della lingua italiana.
In altre parole, gli interessi di cui sono portatori insegnanti e studenti vengono sacrificati in una misura di gran lunga eccedente quanto necessario per realizzare l’obiettivo dell’internazionalizzazione.
Obiettivo che, si ripete ancora una volta, non significa piegare gli insegnamenti e la cultura scientifica praticati in una Università pubblica italiana in favore di una particolare lingua straniera, per quanto essa sia diffusa come mezzo di comunicazione tra persone di diversa nazionalità, ma significa attivare strumenti che consentano agli studenti stranieri di sperimentare e conoscere la didattica italiana e agli studenti italiani di arricchire le proprie conoscenze con quelle che in ciascuna materia sono sviluppate in paesi stranieri.
Tra le azioni utilizzabili vi è anche, ai sensi dell’art. 2, comma 2, lett. l) , della legge 2010 n. 240, l’istituzione di corsi in lingua straniera, ma ciò deve avvenire, da un lato, nel rispetto del primato della lingua italiana, dall’altro, nel rispetto degli interessi di docenti e studenti italiani, che devono poter scegliere la lingua in cui, rispettivamente, insegnare ed apprendere, infine, garantendo un effettivo pluralismo nella circolazione delle conoscenze scientifiche, che viene, invece, offuscato quando si decide di valorizzare una sola lingua straniera per tutta la parte didattica destinata alla formazione specialistica.
Ne deriva che le scelte compiute dal Senato accademico con le delibere impugnate si rivelano sproporzionate, sia perché non favoriscono l’internazionalizzazione dell’Ateneo, ma ne indirizzano la didattica verso una particolare lingua e verso i valori culturali di cui quella lingua è portatrice, sia perché comprimono in modo non necessario le libertà, costituzionalmente riconosciute, di cui sono portatori tanto i docenti, quanto gli studenti.
Va, pertanto, ribadita la fondatezza delle censure trattate, il cui carattere sostanziale consente di prescindere dall’esame delle ulteriori doglianze articolate nel ricorso.

4) In definitiva, il ricorso è fondato e deve essere accolto.
La particolare complessità delle questioni giuridiche esaminate consente di ravvisare giusti motivi per compensare tra le parti le spese della lite.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia (Sezione Terza) definitivamente pronunciando, accoglie il ricorso e per l’effetto annulla la delibera adottata in data 21 maggio 2012 dal Senato accademico del Politecnico di Milano nella parte in cui ha approvato la mozione sull’adozione della lingua inglese per i corsi di laurea magistrale e di dottorato di ricerca.


Compensa tra le parti le spese della lite.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Milano nella camera di consiglio del giorno 26 marzo 2013 con l'intervento dei magistrati:
Adriano Leo, Presidente
Alberto Di Mario, Primo Referendario
Fabrizio Fornataro, Primo Referendario, Estensore

DEPOSITATA IN SEGRETERIA
Il 23/05/2013
IL SEGRETARIO
(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

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Ricorso al Consiglio di Stato del Politecnico di Milano contro la sentenza TAR Lombardia

 CT. 29107l13 - Avv. Basilica

ECC.MO CONSIGLIO DI STATO

(IN SEDE GIURISDIZIONALE)

RICORSO IN APPELLO

per

il MINISTERO DELL’ISTRUZIONE, DELL’UNIVERSITÀ E DELLA RICERCA (C.F. 80185250588), in persona del Ministro pro tempore, POLITECNICO DI MILANO (C.F. 80057930150) in persona del Rettore pro tempore, rappresentati e difesi dall’Avvocatura Generale dello Stato (C.F. 80224030587 - FAX 0696514000 - PEC: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.), presso la cui sede domiciliano ex lege, in Roma, via dei Portoghesi, 12;

-Appellanti-

Contro

ADRIANA ANGELOTTI, ANNA MARIA ANTOLA, ANNA ANZANI, SERGIO AROSIO, CESARE MARIO ARTURI, FRANCESCO AUGELLI, VALERIA BACCHELLI ARTURO BARON, FRANCESCO BASILE, GIOVANNI BAULE, ELEONORA BERSANI, SERENA BIELLA, ANTONELLO BOATTI, PELLEGRINO BONARETTI, MARCO BORSOTTI, FEDERICA BOSCHETTI, MARIA ANTONIETTA BREDA, MARIA AGOSTINA CABIDDU, ENRICO GIANLUCA CAIANI, CHRISTIAN CAMPANELLA, FABRIZIO CAMPI, PAOLA CAPUTO, EDOARDO CARMINATI, ALDO CASTELLANO, GRAZIELLA LEYLA CIAGA, MARIA ANTONIETTA CLERICI, LUIGI PIETRO MARIA COLOMBO, GIANCARLO CONSONNI, EMILIA AMABILE COSTA, FIAMMETTA COSTA, STEFANO CRESPI REGHIZZI, GIANCARLO CUSIMANO, ALESSANDRO DAMA, LORENZO DE STEFANI, ANNA CATERINA DELERA, VALENTINA DESSI, LUCA MARIA FRANCESCO FABRIS, MARIA RITA FERRARA, ALESSANDRO FERRARI, SIMONE FERRARI, MARIA FIANCHINI, MARIO FOSSO, MARCO FRONTINI, GIANLUCA GHIRINGHELLI, LORENZO GIACOMINI, MARIA CRISTINA GIRELLI, ELISABETTA GINELLI, GIORGIO GOGGI, ELENA GRANATA, FRANCESCO ERMANNO GUIDA F, FRANCO GUZ­ZETTI, VALERIA MARIA IANNILLI, MARIA POMPEIANA IAROSSI, ARTURO SERGIO LANZANI, RITA MARIA LEVI MARINELLA, ANDREA LUCCHINI, MARCO LUCCHINI, CESIRA ASSUNTA MACCHIA, LUCA PIERO MARESCOTTI, EMILIO MATRICCIANI, STEFANO VALDO MEILLE, LORENZO MEZZALIRA, MARINA MOLON, LAURA MONTEDORO, GIANNI OTTOLINI, DAVID PALTERER, ANTONELLA VALERIA PENATI, GIANFRANCO PERTOT, PAOLO PILERI, SILVIA LUISA PIZZOCARO, MARCO POLITI, GENNARO POSTIGLIONE, FULVIA ANNA PREMOLI, MAURIZIO QUADRIO, PROCOPIO LUIGI QUARTAPELLE, GIULIANA RICCI, FABIO RINALDI, ROBERTO RIZZI, MICHELA ROSSI, RAFFAELE SCAPELLATO, AURORA SCOTTI AURORA, ROBERTO GIACOMO SEBASTIANO, MARIA BEATRICE SERVI, FRANCESCO SILIATO, MARIA CRI­STINA TANZI, FAUSTO CARLO TESTA, ENRICO TIRONI, MARIA CRISTINA TONELLI, GRAZIELLA TONON, RAFFAELLA TROCCHIANESI, MICHELE U­GOLINI, ADA VARISCO, VINCENZO VAROLI, STEFANIA VARVARO, MASSIMO VENTURI FERRIOLO, DANIELE VITALE, FABRIZIO ZANNI, SALVATORE ZINGALE, LUCA ALFREDO CASIMIRO BRUCHÈ, ALESSANDRO ANTONIO PORTA,rappresentati e difesi dall’Avv.to Maria Agostina Cabiddu, con domicilio eletto presso il suo studio in Milano, Piazza Duse, 1;

- Appellati‑

PER L’ANNULLAMENTO

PREVIA SOSPENSIONE INTERINALE DELL’EFFICACIA

della sentenza n. 1348/2013 resa dal TAR Lombardia - Sez. III, del 23.05.2013 sul ricorso n. 1998/2012.

 

PREMESSA IN FATTO

La Dott.ssa Angelotti Adriana e gli altri professori indicati in epigrafe, tutti docenti a vario titolo presso ilPolitecnico di Milano, hanno impugnato la delibera adottata dal Senato Accademico il 21.05.2013 laddove, confermando quanto già stabilito in alcune precedenti determinazioni (id est delibera del 20.12.2011 e del 23.01.201 approvate dal Senato Accademico e dei 20.12.2011 e del 31.01.2013 approvate dal Consiglio di Amministrazione), rendeva obbligatorio l’insegnamento in lingua inglese nei Corsi di Laurea Magistrale e di Dottorato di Ricerca a partire dall’a.a. 2014/2015, in attuazione dell’obiettivo di internazionalizzazione degli Atenei previsto nell’art. 2, comma 2, lett. 1) della Legge 2010, n. 240.

Sul punto, gli odierni appellati ne hanno sostenuto l’illegittimità per violazione di legge ed eccesso di potere, in quanto in contrasto con il principio di libertà di insegnamento posto dall’art. 33 Cost. e, più in particolare, del pluralismo dell’offerta formativa, con conseguente pregiudizio delle carriere del personale docente e degli studenti.

Lamentavano, altresì, il contrasto delle Linee guida oggetto di approvazione con l’art. 271 del R.D. 1933, n. 1592 nella parte in cui individua la lingua italiana quale lingua ufficiale dell’insegnamento nell’ambito degli stabilimenti universitari, nonché con l’art 2. Comma 2, della L. n. 240/2010 che mira a promuovere l’integrazione delle culture e non già ad imporre l’uso esclusivo di un’unica lingua straniera.

Sorprendentemente, il Tar Lombardia - trascurando, peraltro, la palese tardività delle contestazioni degli odierni appellati - ha accolto il ricorso e per l’effetto, annullato i provvedimenti impugnati, sostenendo, a riguardo che `l’obiettivo dell’internazionalizzazione non significa piegare gli insegnamenti e la cultura scientifica praticati in una Università pubblica italiana in favore di una particolare lingua straniera, ma significa attivare strumenti che consentano agli studenti stranieri di sperimentare e conoscere la didattica italiana e agli studenti italiani di arricchire le proprie conoscenze con quelle che in ciascuna materia sono sviluppate in paesi stranieri.

In particolare, secondo il Tribunale “le scelte compiute dal Senato accademico con le delibere impugnate si rivelano sproporzionate, sia perché non favoriscono l’internazionalizzazione dell’Ateneo, ma ne indirizzano la didattica verso una particolare lingua e verso i valori culturali di cui quella lingua è portatrice, sia perché comprimono in modo non necessario le libertà, costituzionalmente riconosciute, di cui sono portatori tanto i docenti, quanto gli studenti”. Avverso siffatta decisione, del tutto ingiusta ed erronea, il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e il Politecnico di Milano propongono ricorso in appello in­nanzi a codesto Ecc.mo Consiglio di Stato per i seguenti motivi di

 

DIRITTO

 1. INAMMISSIBILITA’ DEL RICORSO PER TARDIVITA’. DIFETTO DI  INTERESSE AD AGIRE.

Con un primo ordine di motivazioni, il Tar Umbria ha ritenuto infondata l’eccezione d’inammissibilità del ricorso, in quanto tardivo, sostenendo” che la deliberazione del 21 maggio 2012, pur approvando la mozione sull’adozione della lingua inglese per i corsi di laurea magistrale e di dottorato di ricerca, cosi confermando in parte qua le linee strategiche 2012 - 2014 già approvate dal Senato accademico, si pone all’esito di imo specifico procedimento di riesame, attivato in forza di specifici atti di impulso espressivi di interessi differenti, che il Senato accademico ha valutato per giungere a confermare l’adozione e­sclusiva della lingua inglese” sicché, “lungi dall’integrare un atto meramente confermativo delle linee strategiche, costituisce una conferma in senso proprio, che, per la parte trattata, assorbe e sostituisce le linee strategiche già approvate”.

Pertanto, “trattandosi di una conferma propria, la deliberazione è autonomamente impugnabile, entro gli ordinari termini di decadenza, con conseguente infondatezza dell’eccezione in esame”.

Tale argomentazione non può essere condivisa.

Invero, l’art. 15, comma 5, del R.G.A. stabilisce che “prima della seduta del senato accademico, può essere richiesto l’inserimento all’ordine del giorno di alcuni specifici argomenti da parte di almeno il dieci per cento dei docenti o del personale interessato. A tal fine la richiesta va indirizzata al Rettore, anche in via telematica, e deve contenere la certificazione della validità delle firme dei soggetti elencati in numero almeno pari alle percentuali anzidette. Il Rettore, qualora ritenga valida la richiesta, invita il proponente, se non già membro del Senato, ad illustrarla alla prima seduta utile.

All’evidenza, la circostanza che, nel caso di specie sia, di fatto, avvenuta tale illustrazione e taluni successivi chiarimenti - imposti dal succitato regolamento - non vale in alcun modo a dimostrare che l’amministrazione abbia compiuto un riesame dell’affare procedendo, ad esempio, ad nuova istruttoria o esternando una nuova e diversa motivazione.

Sul punto, giova richiamare che, per consolidata giurisprudenza “atto meramente confermativo è quello che, senza aggiungere nulla di nuovo, ripete un precedente provvedimento, i due atti essendo caratterizzati da identità di soggetti, di competenza, di forma, di contenuto (ex multis: T.A.R. Lazio, latina, 21.3.1997, n. 230); ovviamente il quid novi che esclude il carattere confermativo dell’atto deve esserci realmente, non bastando che l’atto contenta una considerazione aggiunta o un chiarimento accessorio (Consiglio di Stato, Sez. IV, 3.11.1965, n. 676 e TA.R. Calabria, 16.12.1976, n. 376).

Orbene, contrariamente a quanto affermato da Tar, alla luce dello svolgimento e dei verbali della seduta de quo emerge che, a seguito dell’illustrazione dei motivi di appello, l’Amministrazione si sia limitata a chiarire le ragioni delle scelte in precedenza effettuate.

Parimente, è del tutto inconferente quanto statuito dal Tar laddove osserva che “la deliberazione sia stata assunta all’esito di un’ampia discussione, consistita nell’illustrazione dell’atto di appello e dei contenuti della mozione, nonché in un’articolata discussione, in cui sono stati prospettati interessi antagonisti rispetto all’obbligatorietà dell’uso della lingua inglese, correlati agli obiettivi didattici perseguiti, ai contenuti degli insegnamenti, allo status giuridico dei docenti e alla necessita di evitare misure che possano comportare trattamenti discriminatori tra gli studenti”.

Invero, la legittima partecipazione dei docenti alla volontà di un organo dell’Ateneo non implica, di per sé, alcun automatismo in relazione alla volontà di deliberare nuovamente su quanto già deciso in precedenza, sicché le argomentazioni del Tar fanno un uso distorto e contraddittorio dell’istituto della partecipazione, vanificando in tal modo il principio della decadenza nel sistema processuale amministrativo.

Dai verbali, del resto, non risulta alcuna rinnovazione o integrazione dell’istruttoria, né del resto era stata prevista all’ordine del giorno della seduta la possibilità di modificare la decisione già assunta nel mese di dicembre.

Ciò è dunque coerente con quanto affermato, sul punto, dalla giurisprudenza - seppur erroneamente richiamata dal Tar ai fini dell’annullamento della delibera - secondo la quale affinché un atto amministrativo, sopraggiunto in un secondo momento, possa essere qualificato come meramente confermativo di uno in precedenza adottato, è necessario che l’amministrazione non abbia compiuto un riesame dell’affare, procedendo ad esempio a nuova istruttoria o esternando una nuova e diversa motivazione.

Nel caso di specie, deve quindi escludersi che la delibera impugnata avesse carattere innovativo e dotato di autonoma efficacia lesiva della sfera giuridica del suo destinatario,

“sì da rendere priva di ogni utilità la pronuncia sul ricorso proposto avverso il precedente provvedimento” (Consiglio di Stato, Sez. V, 03.10.2012, n. 5196).

Sotto un secondo profilo, il Tar ha osservato che “l’introduzione dell’insegnamento in lingua inglese comporta la necessità per i docenti di rielaborare la didattica complessiva in base alla lingua da utilizzare, sia in relazione ai testi adottati, sia rispetto alla struttura complessiva di ciascun corso, sia, infine, rispetto alla peculiare competenza linguistica richiesta all’insegnate. Si tratta di profili che incidono immediatamente sulla posizione dei ricorrenti e che discendono direttamente dall’innovazione introdotta dalle linee strategiche contestate, sicché è priva di fondamento la tesi secondo la quale la deliberazione impugnata sarebbe priva di attuale attitudine lesiva.

Anche tali argomentazioni sono prive di pregio, giacché non si comprende quale posizione giuridica risulti essere stata lesa dalle delibere di cui è controversia.

A riguardo, giova ricordare che “l’interesse ad agire in giudizio sussiste solo ove si deduca una lesione seria, attuale e diretta, della sfera giuridica dei ricorrenti, non anche

dei loro interessi o aspettative di utero fatto “(Tar Umbria, 20.04.2012, n.126) qual è, nel caso di specie, l’interesse ad uno svolgimento più agevole del Corso magi­strale e ad un corso di Dottorato di Ricerca o, in altri termini, la necessità per gli  studenti e i docenti di lino sforzo maggiore necessitato dallo studio della lingua inglese.

Trattasi, peraltro, di difficoltà che gli organi dell’Ateneo hanno avuto presenti, e per il cui superamento hanno predisposto un apposito piano di formazione sia del personale tec­nico e amministrativo, sia del personale docente per arrivare, nel 2014, a un livello di pa­dronanza della lingua adeguato.

Nel caso di specie, dunque, il Tar ha omesso valutare il nesso che lega il necessario in­teresse sostanziale e processuale del singolo alla proposizione del ricorso, con il tenore della censura dedotta, la quale risulta completamente estranea all’ambito soggettivo degli istanti, i quali non posso certo dirsi soggetti abilitati a interloquire nella disposta internazionalizzazione dell’Università.

 

2. ERRORES IN IUDICANDO E IN PROCEDENDO. TRAVISAMENTO DEI FATTI. VIOLAZIONE, FALSA APPLICAZIONE DELL’ ART. 2, COMMA 2., LETT. L) DELLA LEGGE 2010, N. 240

Nel merito, il Tar ha osservato che “è pacifico che le norme della Costituzione non contengono una diretta affermazione dell’ufficialità della lingua italiana, tuttavia tale carattere è chiaramente percepibile in via indiretta dall’art. 6 Cost. che prevede la tutela delle minoranze linguistiche rimettendone l’attuazione ad apposite norme”.

In particolare, tale ufficialità “non può tradursi in una vuota formula o in una mera dichiarazione di intenti, ma che assume valenza di principio cogente, immediatamente opera­tivo, tanto che per la valorizzazione di determinate minoranze linguistiche si è resa necessa­ria l’adozione di una specifica disciplina correlata ad un precetto costituzionale”.

Orbene, il richiamo a tali principi e, in particolare, alla Legge n. 482/1999, recante norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche, appare indubbiamente suggestivo ma, all’evidenza, del tutto destituito di fondamento, specie considerando il caso per cui è controversia.

Invero, non può non rilevarsi che la Costituzione non contiene alcuna esplicita affer­mazione del carattere ufficiale della lingua italiana, ma soltanto la considerazione dell’esigenza di tutela della minoranze linguistiche corrispondenti a comunità etniche stori­camente stanziate in alcune regioni.

A ben vedere, la stessa autorevole giurisprudenza richiamata dal Tar, relativa all’uso obbligatorio della lingua italiana nei pubblici uffici e al primato della stessa rispetto alla lingua delle minoranze, non può essere utilizzata in relazione alla previsione dell’utilizzo della lingua inglese.

Tale lingua, infatti, lungi dall’essere utilizzata da alcuna minoranza linguistica territo­rialmente individuata, è, invero, usata dall’indistinta maggioranza di coloro che, a livello so­vranazionale, operano nel campo della natura politecnica e il cui impiego è stato previsto allo scopo di conferire all’insegnamento e alla ricerca universitaria quel carattere d’internazionalità che il contesto di massima integrazione degli scambi scientifici e culturali  richiede nell’attuale fase storica.

Inoltre, il Tar trascura erroneamente che, tanto nelle Linee Strategiche 2012/2014, quanto nella mozione approvata il 21.05.2012, non è dato rinvenire alcuna marginalizzazione della lingua italiana, che resta quella utilizzata nei corsi di Laurea triennale et quindi, nella maggior parte dei corsi di studio del Politecnico.

Non si vede, quindi, come l’utilizzo dell’inglese negli ultimi anni di un percorso quin­quennale possa in quale modo scalfire il primato della lingua italiana nella formazione erogata a livello di Ateneo, e addirittura incrinare l’ufficialità della nostra lingua all’interno della Repubblica.

A riguardo, è evidente che l’attivazione da parte delle Università di corsi di studio in lingua straniera, lungi dal minacciare l’identità nazionale e l’Unità della Repubblica, si prefigge lo scopo di inserire le Università Italiane nella rete degli scambi culturali internazionali e, quindi, la diffusione all’estero del prodotto dell’ingegno italiano, anche attraverso la ricezione degli apporti provenienti dall’estero.

Ciò, invero, costituisce attuazione dei principi costituzionali in punto di tutela “del diritto alla formazione e all’elevazione professionale dei lavoratori, quali aspetti della pia generale tutela del lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni” (art. 35 commi 1 e 2  cost.) (Consiglio stato, sez. VI, 07 dicembre 2009, n. 7681)

Pertanto, anche a voler riconoscere alle argomentazioni addotte dal Tribunale un qualche fondamento in subiecta materia, esse avrebbero dovuto essere contemperate con l’indefettibile esigenza costituzionale di favorire il pieno sviluppo della persona umana  nella costruzione del sé, di corrette e significative relazioni con gli altri, e di una positiva  interazione con la realtà sociale, considerando, tra l’altro che “la conoscenza della lin­gua inglese è nn requisito che coincide, in definitiva, con la competenza linguistica  minima auspicata dalle stesse istituzioni europee per i propri cittadini nell’ambito imprenditoriale-professionale” (Tar Firenze, 19.09.2011, n. 1399).

All’evidenza, si tratta di obblighi che competono alle Università nell’esercizio dell’insieme delle funzioni che gli Stati si assumono in materia di educazione e d’insegnamento, e che si attualizzano, ad esempio, con il riconoscimento della possibilità di accedere, in condizioni di uguaglianza, alle selezioni concorsuali per l’assunzione all’impiego (art. 51 cost.). e e, quindi, anche sotto il profilo dell’avviamento professionale.

Orbene, tra gli strumenti deputati a questo scopo rientra, senz’altro, l’attivazione di corsi di studio in lingua straniera quale strumento di attuazione della libertà di insegnamento.

D’altra parte, ciò è confermato dagli obiettivi - del tutto ignorati dal Tar - avuti di mira dal legislatore nell’emanazione della Legge n. 240/2010 laddove considera “Le università quale sede primaria di libera ricerca e di libera formazione nell’ambito dei rispettivi ordinamenti e luogo di apprendimento ed elaborazione critica delle conoscenze; operano, e che combinano in modo organico ricerca e didattica, per il progresso culturale, civile ed economico della Repubblica.”

Ciò posto, secondo quanto erroneamente asserito dal Tribunale, la libertà d’insegnamento richiederebbe che il docente di un’università pubblica debba poter scegliere di insegnare in lingua italiana, non come mezzo di comunicazione, ma come strumento di specifici valori culturali.

Giova ricordare, a riguardo, che “i provvedimenti dall’amministrazione centrale relativi all’organizzazione scolastica non incidono sulla libertà d’insegnamento, che si esprime nella scelta dei metodi didattici e nella scelta dei libri di testo, salvi i progetti di sperimentazione”(Tar Lazio, sez.III, 19.04.1993, n. 553).

A conferma, codesto Ecc.mo Consiglio Stato ha infatti, ritenuto che “la libertà di insegnamento attiene esclusivamente ai contenuti dell’attività docente (...)”, sicché “l’insegnante non può, pertanto, rifiutare l’assoggettamento al predetto modello didattico, ancorché adottato dagli organi collegiali della scuola senza il suo consenso”. (Consiglio di Stato, 09.09.1992,n.635)

Inoltre, come riconosciuto a livello dottrinale e giurisprudenziale, l’art. 33 della Costituzione garantisce che la scienza possa esteriorizzarsi senza subire orientamenti e indirizzi univocamente e autoritativamente imposti.

Pertanto, ciò che la norma costituzionale intende evitare è che l’insegnamento subisca “ingerenze esterne alle sue premesse tecniche e scientifiche” (Corte Costituzionale, n. 143/1972).

E’, dunque, evidente che le argomentazioni addotte dal Tribunale delineino un’equazione non imposta dalla norma costituzionale che, se garantisce la libertà del docente di determinare i contenuti dell’insegnamento al riparo da interferenze, non esclude che l’insegnamento, proprio perché svolto all’interno di un’istituzione pubblica, debba rispettare i programmi e gli indirizzi didattici determinati, che possono ben ricomprendere anche l’individuazione della lingua di erogazione delle attività didattiche.

 

3. ECCESSO DI POTERE GIURISDIZIONALE.

Con un ultimo ordine di motivazioni, il Tar ha, inoltre, sostenuto che l’utilizzo della lingua inglese nei corsi di laurea Magistrale e di Dottorato di Ricerca non sarebbe indispensa­bile per perseguire l’obiettivo dell’internazionalizzazione dell’Università “perché l’apertura  internazionale dell’Università non si estende sino alla possibilità di sopprimere per interi corsi di laurea l’uso della lingua italiana” sicché vi sarebbe stata un’eccedenza dei mezzi utilizzati rispetto all’obiettivo perseguito.

Invero, sotto l’apparente profilo della violazione del principio di proporzionalità, il Tar ha esteso illegittimamente il proprio sindacato al merito dell’azione amministrativa, giungendo in tal modo a stabilire il grado di internazionalizzazione che reputa opportuno raggiungere, e che pretende di limitare ad alcuni insegnamenti in considerazione della materia trattata o delle origini e dello sviluppo scientifico di una certa disciplina in una determinata lingua straniera.

Si ribadisce, che l’obiettivo perseguito dal legislatore, e a cui l’Amministrazione ha dato puntuale attuazione, è quello correttamente individuato nelle delibere del Senato Accademico, ossia di assicurare una formazione che consenta ai laureati di operare in contesti professionali internazionali, nonché di attrarre l’iscrizione di studenti all’estero e l’impiego di docenti stranieri, inserendo a pieno titolo l’Ateneo nella rete degli scambi culturali e scientifici internazionali.

Non si comprende, quindi, per quale ragione l’utilizzo della lingua inglese nei corsi de quo sarebbe eccedente rispetto all’obiettivo effettivamente perseguito dall’Ateneo, che avrebbe dovuto essere individuato non in base alla valutazione di opportunità fatta propria dal Tribunale, ma bensì, in base alle specifiche motivazioni delle delibere del Senato Accademico, giacché “nel giudizio di legittimità, nel quale si fa questione d’interessi legittimi e non di diritti soggettivi, il Giudice Amministrativo valuta i vizi dell’atto,  ma non si sostituisce mai all’ Amministrazione nell’adozione delle sue determinazioni”, (Consiglio di Stato, sez. VI, 5.10.2010 n. 7282).

 

ISTANZA DI SOSPENSIONE

Il fumus boni iuris si desume dai motivi di appello.

In punto di periculum in mora, giova evidenziare l’assoluta mancanza di pericolo di danno grave e irreparabile per gli odierni appellati,  considerando non solo che una parziale ridefinizione dell’estensione di alcuni insegnamenti è un fatto del tutto fisiologico nell’ambito di percorsi formativi strutturati in modo sequenziale, ma che il finanziamento per la formazione del corpo docente è totalmente a carico della Fondazione Politecnico di Milano, sicché nessuna lesione deriverebbe agli stessi dalla scelta di allocare le risorse dell’Ateneo per i fini succitati.

Inoltre, la gran parte degli odierni appellati è, al contempo, titolare d’insegnamenti sia nella laurea triennale sia nel corso di laurea magistrale, con tutto ciò che ne consegue in ter­mini di necessario coordinamento tra metodi, programmi e modalità di verifica dell’apprendimento.

Nel bilanciamento di opposti interessi, è invece certo il danno che, dall’esecuzione della sentenza impugnata deriverebbe non solo all’Ateneo in considerazione degli esborsi e oneri finanziari sostenuti per assumere le determinazioni impugnate, ma agli stessi  studenti che non potrebbero giovarsi di un sistema universitario con adeguati standards qualitativi.

Invero, la pronuncia del TAR Lombardia vanificherebbe non solo la rilevante attività posta in essere dall’Amministrazione ma altresì gli interessi pubblici cui essa è preordinata a  tutto discapito della concentrazione delle risorse nel primario settore della qualità e del sereno e proficuo svolgimento dell’attività didattica.

 ***

Tutto ciò considerato ed esposto, il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e il Politecnico di Milano, come in epigrafe rappresentati, difesi e domiciliati, ricorrono all’Ecc.mo Consiglio di Stato per sentir accogliere le seguenti

CONCLUSIONI

Voglia 1’Eccano Consiglio di Stato accogliere il presente appello e per l’effetto annullare — previa sospensione interinale dell’efficacia — la sentenza n. 1348/2013 resa dal TAR Lombardia — Sez. III, del 23.05.2013 sul ricorso n. 1998/2012.

 

Con vittoria di spese diritti e onorari di giudizio.

 

Roma, 1.07.2013

 

RELATA DI NOTIFICA

Richiesto dall’Avvocatura dello Stato, per conto del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e del Politecnico di Milano, io sottoscritto assistente UNEP, addetto all’ufficio notifiche presso la Corte d’Appello di Roma, ho notificato il suesteso ricorso in appello al Consiglio di Stato

All’Avv.to Maria Agostina Cabiddu, procuratore costituito dei Sig.ri:

  1. ADRIANA ANGELOTTI,
  2. ANNA MARIA ANTOLA,
  3. ANNA ANZANI,
  4. SERGIO AROSIO,
  5. CESARE MARIO ARTURI,
  6. FRANCESCO AUGELLI,
  7. VALERIA BACCHELLI,
  8. ARTURO BARON,
  9. FRANCESCO BASILE,
  10. GIOVANNI BAULE,
  11. ELEONORA BERSANI,
  12. SERENA BIELLA,
  13. ANTONELLO BOATTI,
  14. PELLEGRINO BONARETTI,
  15. MARCO BORSOTTI,
  16. FEDERICA BOSCHETTI,
  17. MARIA ANTONIETTA BREDA,
  18. MARIA AGOSTINA CABIDDU,
  19. ENRICO GIANLUCA CAIANI,
  20. CHRISTIAN CAMPANELLA,
  21. FABRIZIO CAMPI,
  22. PAOLA CAPUTO,
  23. EDOARDO CARMINATI,
  24. ALDO CASTELLANO,
  25. GRAZIELLA LEYLA CIAGA,
  26. MARIA ANTONIETTA CLERICI,
  27. LUIGI PIETRO MARIA COLOMBO,
  28. GIANCARLO CONSONNI,
  29. EMILIA AMABILE COSTA,
  30. FIAMMETTA COSTA,
  31. STEFANO CRESPI REGHIZZI,
  32. GIANCARLO CUSIMANO,
  33. ALESSANDRO DAMA,
  34. LORENZO DE STEFANI,
  35. ANNA CATERINA DELERA,
  36. VALENTINA DESSI,
  37. LUCA MARIA FRANCESCO FABRIS,
  38. MARIA RITA FERRARA,
  39. ALESSANDRO FERRARI,
  40. SIMONE FERRARI,
  41. MARIA FIANCHINI,
  42. MARIO FOSSO,
  43. MARCO FRONTINI,
  44. GIANLUCA GHIRINGHELLI,
  45. LORENZO GIACOMINI,
  46. MARIA CRISTINA GIBELLI,
  47. ELISABETTA GINELLI,
  48. GIORGIO GOGGI,
  49. ELENA GRANATA,
  50. FRANCESCO ERMANNO GUIDA F,
  51. FRANCO GUZZETTI,
  52. VALERIA MARIA IANNILLI,
  53. MARIA POMPEIANA IAROSSI,
  54. ARTURO SERGIO LANZANI,
  55. RITA MARIA LEVI MARINELLA,
  56. ANDREA LUCCHINI,
  57. MARCO LUCCHINI,
  58. CESIRA ASSUNTA MACCHIA,
  59. LUCA PIERO MARESCOTTI,
  60. EMILIO MATRICCIANI,
  61. STEFANO VALDO MEILLE,
  62. LORENZO MEZZALIRA,
  63. MARINA MOLON,
  64. LAURA MONTEDORO,
  65. GIANNI OTTOLINI,
  66. DAVID PALTERER,
  67. ANTONELLA VALERIA PENATI,
  68. GIANFRANCO PERTOT,
  69. PAOLO PILERI,
  70. SILVIA LUISA PIZZOCARO,
  71. MARCO POLITI,
  72. GENNARO POSTIGLIONE,
  73. FULVIA ANNA PREMOLI,
  74. MAURIZIO QUADRIO,
  75. PROCOPIO LUIGI QUARTAPELLE,
  76. GIULIANA RICCI,
  77. FABIO RINALDI,
  78. ROBERTO RIZZI,
  79. MICHELA ROSSI,
  80. RAFFAELE SCAPELLATO,

 

 

 

 

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Ordinanza del Consiglio di Stato sul ricorso del Politecnico di Milano

N. 03277/2013 REG.PROV.CAU. N. 05151/2013 REG.RIC.

 

REPUBBLICA  ITALIANA

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta)

 

ha pronunciato la presente

 

ORDINANZA

sul ricorso numero di registro generale 5151 del 2013, proposto da:

Ministero dell'istruzione dell'Università e della Ricerca in persona del ministro in carica, Politecnico di Milano in persona del legale rappresentante in carica, rappresentati e difesi dall'Avvocatura generale dello Stato, domiciliataria in Roma, via dei Portoghesi, 12;

 

contro

Adriana Angelotti, Anna Maria Antola, Anna Anzani, Sergio Arosio, Cesare Mario Arturi, Francesco Augelli, Valeria Bacchelli, Arturo Baron, Francesco Basile,  Giovanni Baule, Eleonora Bersani, Serena Biella, Antonello Boatti, Pellegrino Bonaretti, Marco Borsotti, Federica Boschetti, Maria Antonietta Breda, Maria Agostina Cabiddu, Enrico Gianluca Caiani, Christian Campanella, Fabrizio Campi, Paola Caputo, Edoardo Carminati, Aldo Castellano, Graziella Leyla Ciagà, Maria Antonietta Clerici, Luigi Pietro Maria Colombo, Giancarlo Consonni, Emilia  Amabile  Costa, Fiammetta Costa,  Stefano Crespi Reghizzi, Giancarlo Cusimano, Alessandro Dama, Aurora Scotti Aurora, Roberto Giacomo Sebastiano, Maria Beatrice Servi, Francesco Siliato, Maria Cristina Tanzi, Graziella Tonon, Raffaella Trocchianesi,   Michele Ugolini, Ada Varisco, Vincenzo Varoli, Massimo Venturi Ferriolo, Daniele  Vitale,  Fabrizio  Zanni,  Salvatore  Zingale,  Luca  Alfredo Casimiro Bruche', Alessandro Antonio Porta, Lorenzo De Stefani, Anna Caterina Delera, Valentina Dessi', Luca Maria Francesco Fabris, Maria Rita Ferrara, Simone Ferrari, Maria Fianchini, Mario Fosso, Marco Frontini, Gian Luca Ghiringhelli, Lorenzo Giacomini, Maria Cristina Gibelli, Elisabetta Ginelli, Giorgio Goggi, Elena Granata, Francesco Ermanno Guida, Franco Guzzetti, Maria Pompeiana Iarossi, Arturo Sergio Lanzani, Marinella Rita Maria Levi, Andrea Lucchini, Marco Lucchini, Cesira Assunta Macchia, Luca Piero Marescotti, Emilio Matricciani, Stefano  Valdo  Meille,  Lorenzo  Mezzalira,  Laura Montedoro, Gianni Ottolini, Antonella Valeria Penati, Gianfranco Pertot, Paolo Pileri, Silvia Luisa Pizzucaro, Marco Politi, Gennaro Postiglione, Fulvia Anna Premoli, Maurizio Quadrio, Procopio Luigi Quartapelle,  Giuliana  Ricci, Fabio Rinaldi, Roberto Rizzi, Michela Rossi, Raffaele Scapellato, Fausto Carlo Testa, Enrico Tironi, Maria Cristina Tonelli, Stefania Varvaro, Fabrizio Fanti, Cristina Tedeschi, rappresentati e difesi dagli avvocati Maria Agostina Cabiddu e Federico Sorrentino, con domicilio eletto presso Federico Sorrentino in Roma,

Lungotevere delle Navi, 30;

 

per la riforma

 

della sentenza del T.A.R. LOMBARDIA - MILANO: SEZIONE III n.

1348/2013, resa tra le parti, concernente approvazione linee strategiche di ateneo 2012-2014

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;

Visto l'art. 98 cod. proc. amm.;

Visti gli atti di costituzione in giudizio di Adriana Angelotti e di Anna Maria Antola e di Anna Anzani e di Sergio Arosio e di Cesare Mario Arturi e di Francesco Augelli e di Valeria Bacchelli e di Arturo Baron e di Francesco Basile e di Giovanni Baule e di Eleonora Bersani e di Serena Biella e di Antonello Boatti e di Pellegrino Bonaretti e di Marco Borsotti e di Federica Boschetti e di Maria Antonietta Breda e di Maria Agostina Cabiddu e di Enrico Gianluca Caiani e di Christian Campanella e di Fabrizio Campi e di Paola Caputo e di Edoardo Carminati e di Aldo Castellano e di Graziella Leyla Ciagà e di Maria Antonietta Clerici e di Luigi Pietro Maria Colombo e di Giancarlo Consonni e di Emilia Amabile Costa e di Fiammetta Costa e di Stefano Crespi Reghizzi e di Giancarlo Cusimano e di Alessandro Dama e di Aurora Scotti Aurora e di Roberto Giacomo Sebastiano e di Maria Beatrice Servi e di Francesco Siliato e di Maria Cristina Tanzi e di Graziella Tonon e di Raffaella Trocchianesi e di Michele Ugolini e di Ada Varisco e di Vincenzo Varoli e di Massimo Venturi Ferriolo e di Daniele Vitale e di Fabrizio Zanni e di Salvatore Zingale e di Luca Alfredo Casimiro Bruche' e di Alessandro Antonio Porta e di Lorenzo De Stefani e di Anna Caterina Delera e di Valentina Dessi' e di Luca Maria Francesco Fabris e di Maria Rita Ferrara e di Simone Ferrari e di Maria Fianchini e di Mario Fosso e di Marco Frontini e di Gian Luca Ghiringhelli e di Lorenzo Giacomini e di Maria Cristina Gibelli e di Elisabetta Ginelli e di Giorgio Goggi e di Elena Granata e di Francesco Ermanno Guida e di Franco Guzzetti e di Maria Pompeiana Iarossi e di Arturo Sergio Lanzani e di Marinella Rita Maria Levi e di Andrea Lucchini e di Marco Lucchini e di Cesira Assunta Macchia e di Luca Piero Marescotti e di Emilio Matricciani e di Stefano Valdo Meille e di Lorenzo Mezzalira e di Laura Montedoro e di Gianni Ottolini e di Antonella Valeria Penati e di Gianfranco Pertot e di Paolo Pileri e di Silvia Luisa Pizzucaro e di Marco Politi e di Gennaro Postiglione e di Fulvia Anna Premoli e di Maurizio Quadrio e di Procopio Luigi Quartapelle e di Giuliana Ricci e di Fabio Rinaldi e di Roberto Rizzi e di Michela Rossi e di Raffaele Scapellato e di Fausto Carlo Testa e di Enrico Tironi e di Maria Cristina Tonelli e di Cristina Tedeschi.

Viste le memorie difensive; Visti tutti gli atti della causa;

Vista la domanda di sospensione dell'efficacia della sentenza del Tribunale amministrativo regionale di accoglimento del ricorso di primo grado, presentata in via incidentale dalla parte appellante;

Relatore nella camera di consiglio del giorno 27 agosto 2013 il consigliere Roberta Vigotti e uditi per le parti l’avvocato dello Stato Pucciariello e l’avvocato Cabiddu;

Rilevato che le questioni sollevate con l’appello meritano sollecita definizione in sede di merito;

 

P.Q.M.

 

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta) accoglie l’appello cautelare ai soli fini della sollecita fissazione dell’udienza di merito, che fissa per la data dell’11 marzo 2014.

Spese della fase cautelare compensate.

 

La presente ordinanza sarà eseguita dall’Amministrazione ed è depositata presso la segreteria della Sezione che provvederà a darne comunicazione alle parti.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 27 agosto 2013 con l’intervento dei magistrati:

Luciano Barra Caracciolo, Presidente

Aldo Scola, Consigliere

Claudio Contessa, Consigliere

Giulio Castriota Scanderbeg, Consigliere

Roberta Vigotti, Consigliere, Estensore.

 

DEPOSITATA IN SEGRETERIA Il 28/08/2013
IL SEGRETARIO
(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

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