Europa Digitale (58)

Nuova bufera su Yahoo, milioni di mail girate ai servizi segreti americani

Nuova bufera su Yahoo, milioni di mail girate ai servizi segreti americani

L’appello di Edward Snowden: “Chiudete i vostri account”. Secondo la Reuters sarebbero coinvolti Fbi e Nsa
La Stampa | 04/10/2016

Non c’è pace per Yahoo. La società americana, secondo Reuters, avrebbe raccolto in gran segreto centinaia di milioni di mail dei propri utenti, mettendole a disposizione di Fbi ed Nsa. L’agenzia cita fonti vicine al dossier. 
Attraverso il proprio account Twitter, Edward Snowden, la “talpa” del Datagate, ha invitato tutti i clienti di Yahoo a chiudere l’account.  
«Yahoo è una compagnia rispettosa della legge e delle regole degli Stati Uniti», ha fatto sapere la società in una breve dichiarazione in risposta alle domande di Reuters sull’argomento, rifiutando ulteriori commenti. 
Secondo Reuters, Yahoo, l’anno scorso, avrebbe segretamente realizzato un programma software personalizzato per filtrare tutte centinaia di milioni di mail dei propri utenti, mettendole a disposizione degli 007 statunitensi. Al momento non si sa quali informazioni cercasse l’Intelligence. Si sa però che la richiesta a Yahoo è arrivata per la ricerca di una serie di “caratteristiche”: una frase in una mail o un allegato, ha precisato la fonte.  
La stessa Reuters non è stata in grado di determinare quali dati la società abbia effettivamente consegnato e se gli 007 si siano avvicinati ad altri provider di posta elettronica. Secondo due ex impiegati, la decisione dell’ad di Yahoo, Marissa Mayer, di accettare la direttiva avrebbe causato scontri con alcuni dirigenti e avrebbe portato alle dimissioni, nel giugno del 2015, del capo della sicurezza informatica Alex Stamos, che ora lavora a Facebook.  

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Geert Lovink: «Internet non crea democrazia»

Lovink: «Internet non crea democrazia»

Da solo «non porta cambiamenti». I social? Seducendo ci trascinano nell'abisso. Il teorico Lovink: «Servono network alternativi, l'unica strada per tornare liberi».

di Barbara Ciolli | Lettera 43 | 19 Novembre 2016. 

Neppure gli osservatori e i teorici più critici di Internet pensavano potesse andare così male, ma un riscatto è sempre possibile.
Il capitalismo è sbarcato sulle grandi piattaforme web, anche quelle di cosiddetta «condivisione».
Miliardi di dati vengono rubati o rivenduti alle multinazionali e all'intelligence, anche perché miliardi di utenti postano sui social media selfie e quanto di più, si credeva un tempo, intimo e riservato, ben consapevoli di essere setacciati.
GOLPE FATTI E SVENTATI. «Un golpe, sì, che ormai può essere fatto o sventato anche con Internet e le sue reti di comunicazione di massa», afferma Geert Lovink, fondatore dell'Institute for Network Cultures che da 30 anni indaga le dinamiche della cultura digitale.
Ma il saggista olandese, considerato l'ideatore del mediattivismo alla base della controinformazione in Rete, non è un nichilista. «Dobbiamo assolutamente fermare e invertire il meccanismo che si è creato, altrimenti saremo condannati per sempre a Facebook», racconta a Lettera43.it.
«L'ABISSO DI FACEBOOK». «Spero che la gente abbia imparato la lezione anche da quanto è accaduto in Turchia, anche se ci vorrà del tempo per reagire», avvisa l'autore de L'abisso dei social media, presentato all'Internet Festival di Pisa, «le competenza tecniche dei giovani si stanno abbassando e invece sono indispensabili per costruire network alternativi. È l'unica strada per tornare liberi, perché Google certo non vi proteggerà».

DOMANDA. In generale, a oggi, Internet può ancora definirsi uno strumento di democrazia?
RISPOSTA. No, è già una tesi assodata che Internet in sé non stia portando cambiamenti democratici, né che da sola li porterà. Il cosiddetto «soluzionismo tecnologico» - l'idea cioè che la tecnologia in se stessa, introdotta in un Paese, dia soluzioni ai problemi - non ha ovviamente funzionato. Anzi, anche nei Paesi occidentali, sta creando tensioni su tensioni, polarizzando il dibattito.
D. E questo è un male per la democrazia?
R.
Al contrario, è espressione della democrazia e non può certo minare il potere del parlamento e dei partiti politici, il sistema di regole democratiche. Non mi fa paura questo, ma il fastidio che ormai provoca la Rete. Internet mette alla prova la nostra tolleranza: questo è il problema.
D. Stanno cambiando le relazioni umane.
R. L'altro non è più esotico per noi. Di cosa è fatto Internet ormai? Di quanto spazio viene concesso per disturbare gli altri. L'altro non è più insolito, forse lo è solo ormai qualche rifugiato dall'Africa. L'altro si sta infastidendo...
D. Internet vuol dire anche globalizzazione?
R. Esattamente. Oggigiorno non ci si stanca mai di dire la nostra sui social network, di mettersi in mostra. Dobbiamo iniziare a convivere con questa realtà e in qualche modo c'è bisogno, non di tollerarla, ma di una nuova via per ignorare gli altri, ritrovare spazi di libertà. Ma la censura beninteso non è la soluzione.
D. Il web contiene miliardi e miliardi di informazioni, una massa enorme di dati in continua evoluzione.
R.
Sì, ma tutte queste informazioni possono essere filtrate, censurare la Rete è molto semplice. Internet può essere monitorata ed è censurata ovunque nel mondo. Però è anche da ingenui concepirla come uno spazio non fluido ma statico, che se tu la fermi diventa silente. Perciò la soluzione non è l'assoluto controllo di Internet ma il progetto di una nuova forma di data management di Internet. Anche se svilupparvi ulteriormente spazi di libertà è molto difficile.
D. La Rete viene anche usata con successo da gruppi terroristici come l'Isis.
R.
È come una guerra tra il gatto e il topo. Twitter è uno strumento abbastanza buono per identificarli: sono state sviluppate tecniche per risalire ai titolari degli account, all'inizio non era così. Ma riescono sempre a ricrearne di nuovi in una piattaforma della mole di 200-300 milioni di utenti.
D. La censura non funziona sempre. Ma recentemente abbiamo visto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan che ha impugnato un iPhone e sostiene di aver fermato un golpe con Skype. È davvero possibile?
R.
Per me sì, soprattutto con Twitter. Erdogan ha avuto successo, perché è un maestro nella manipolazione e nella censura di Internet. Quanto accaduto questa estate non è niente di nuovo nella Turchia che sperimenta il blocco di Youtube e Twitter da 10 anni: un caso che resterà attuale per anni, c'è molto da imparare dalla Turchia.
D. Gli apparati di sicurezza hanno impiegato gli stessi social network usati dai dimostranti delle rivolte che chiedevano la democrazia, allo scopo di bloccarli e manipolarli.
R.
E di arrestarli anche, non lo dimentichi. Per questo l'apparato d'intelligence turco ha messo in piedi un grosso team di esperti della Rete. È terribile che siano riusciti ad arrestare così velocemente decine di migliaia di persone: tutta questa gente era stata già identificata, sapevano esattamente chi andare a cercare. Una storia, in questo, simile a quella di Siria ed Egitto, dove pure i movimenti civili di protesta inseguivano promesse di democrazia.
D. Però in luoghi come la Palestina i social restano uno strumento di espressione primario. Gli account sono controllati, ma intanto i palestinesi possono comunicare con l'esterno con un'immediatezza prima impossibile.
R.
Certo, questo è verissimo.
D. Ma in linea di massima, complessivamente per lei è un bene o un male questo spazio virtuale di espressione, così com'è?
R.
Nelle mie ricerche mi ero proposto di esplorare la «banalità del male», un'importante nozione della filosofa Hannah Arendt che si occupò molto di cosa sia la democrazia. Banalità del male che, nel contesto di Internet, ritengo sia molto potente. La tendenza non è positiva.
D. Attraverso i social media dilagano fenomeni come il bullismo, voyeurismo, esibizionismo...
R. Siccome non penso che la censura servirà, è necessario creare consapevolezza tra i giovani sui pericoli di Internet sia attraverso l'alfabetizzazione ai media nelle scuole, sia dando loro strumenti tecnici per costruirsi una nuova, propria Rete.
R. Non è troppo tardi?
D.
Il meccanismo si può invertire, ci vorrà del tempo ma è fattibile. Negli ultimi anni vediamo i giovani usare sempre di più la Rete ed esserne via via sempre meno consapevoli e tecnicamente preparati.
D. L'appiattimento verso il basso favorisce la manipolazione.
R. Sì, assistiamo a qualcosa di completamente diverso da quello che ci aspettavamo alla nascita di Internet. Senza competenze tecniche le nuove generazioni saranno condannate a Facebook.
D. Ma Facebook avrà ancora lunga vita?
R. Monitoro questo tema dalla nascita. Dal blogging Facebook e gli altri social sembravano crescere sempre più e invece sono diventati una realtà sempre più ristretta, con meno player. All'inizio pensavamo anche che i giovani si sarebbero presto stufati, che sarebbero passati ad altri social. E invece stiamo capendo che la gente non è in grado uscire da Facebook, è spaventoso.
D. Ammesso che una persona sia stufa e voglia chiudere la propria pagina, ci sono contatti che può trovare e mantenere solo attraverso Facebook.
R.
Si è ormai dentro la gabbia dei social media e il nostro ambiente sociale è una pressione a restarci, ma non si tratta solo di questo.
D. Non dipende dalle nostre relazioni?
R.
Gli studi mostrano che le compagnie stanno sviluppando ricerche sempre più sofisticate su come far annegare la gente dentro questi social media. Invece che uscirne fuori, ne veniamo trascinati dentro. Osservi i giovani quando entrano in ascensore.
D. O si siedono nella metro.
R. La prima cosa tirano fuori lo smarphone e controllano il loro status su Facebook, un comportamento ormai in larga parte inconsapevole, qualcosa di corporale.
D. Cioè ancora più di un impulso incontrollabile, una parte fisica di noi?
R. Voglio sottolineare proprio l'aspetto corporale di ciò. Non si tratta neanche più di poter scegliere.
D. Alcuni la definiscono dipendenza.
R
. Molti esperti lo fanno, ma io non mi spingerei a questo. Vado un po' cauto con questa retorica: è facile parlare di dipendenza. Certo, in alcuni casi esiste davvero una dipendenza da social media come per l'eroina o l'alcol. Ma questo comportamento generale è un fenomeno molto più diffuso, si tratta ormai di centinaia di milioni di persone coinvolte: ha senso parlare di dipendenza?
D. Stranamente ormai la gente sa bene che i dati su Internet sono controllati e passati di mano: lo scandalo sulle mail di Yahoo! è di dominio pubblico [milioni di mail girate a servizi segreti americani] elenchi. Eppure si postano lo stesso foto e informazioni sensibili, anche se è pericoloso.
R. Selfie da nudi specialmente, non è divertente? Noi la chiamiamo la banalità della seduzione: è così dura cestinare queste immagini, quando le hai davanti non puoi davvero resistere, le posti. C'è un elemento seduttivo in questo comportamento ormai automatizzato, ripetitivo, la ripetitività è molto importante.
D. Perché?
R. Perché nel caso dei selfie nudi, per esempio, dobbiamo interrompere questa ripetizione. È la parte più difficile, occorre mobilitare un sacco di energia fisica per non postarli online.
D. Sono i modelli imposti dalle grandi piattaforme della Rete a dominare e plasmare i corpi e le menti, e vale anche per le reti nate con l'intento di convididere servizi, rendendoli più accessibili. In realtà, nel caso di Airbnb e Uber, diventate vere e proprie multinazionali della sharing economy: possiamo parlare di una nuova forma di capitalismo?
R.
Ovviamente tutte queste attività rientrano adesso nella fase del capitalismo delle piattaforme, una fase successiva di capitalismo. Tuttavia resta la promessa che la gente, in Rete, possa costruirsi delle piattaforme alternative sul modello cooperativo: in questo modo, per esempio, i tassisti, possono organizzarsi online contro Uber.
D. Poter smantellare queste grosse piattaforme è un vantaggio.
R.
Assolutamente. Soprattutto a livello locale, il meccanismo delle grandi piattaforme può essere fermato da nuove forme di cooperativismo, attraverso la nascita di social network alternativi. A lungo termine è una strada percorribile.
D. Compito delle nuove generazioni?
R.
Per avere più democrazia è necessario tornare nella cabina di comando di Internet, riacquisendo competenze tecnologiche: le reti decentrate devono essere costruite e mantenute. È l'unica strada: non potete aspettarvi che Google e gli altri vi proteggano, perché certo non lo faranno.
D. Però i regimi e gente come Erdogan potranno sempre usare in futuro Internet per gestire e imporre il potere, con la censura.
R.
Ma spero che la gente abbia imparato la lezione e col tempo sviluppi altri tipi di network, perché è chiaro che non possiamo più fidarci dei social media.
D. Le grandi compagnie del web sono legate ai servizi segreti?
R.
Il caso di Edward Snowden ha portato alla luce le operazioni di spionaggio dell'Nsa condotte attraverso Internet ma poi sono rimasto deluso da tutto quello che non si è fatto dopo Snowden, anche se non ne do la responsabilità a lui. Tuttora c'è solo una vaga nozione di questi legami, il che alimenta la cultura della paranoia: che la grande macchina ci sta spiando, scandagliando... Nessuno si è preso la briga di dimostrare se è vero oppure no.
D. Non ci sono prove?
R.
Tutt'altro, ce ne sono troppe. Si parla di tsunami data, c'è un sacco di materiale da mettere insieme, analizzare in modo sistematico e filtrare. Un buon esempio è stato il lavoro di processing sui Panama papers, lì almeno si è tentato di affrontare la massa di informazione con un team di giornalisti, a livello mondiale: 200 o 300 al lavoro, un numero incredibile. Nell'era digitale, anche il mondo dell'informazione richiede nuove forme di organizzazione, oltre il giornalismo investigativo individuale e dei singoli giornali.

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Dall'Icann alla comunità mondiale, la supervisione della rete sarà globale

Dall'Icann alla comunità mondiale, la supervisione della rete sarà globale

L'Internet Corporation for Assigned Names and Numbers ha consegnato nelle mani del governo americano il progetto che decentralizza alcune funzioni cruciali per il funzionamento della rete

"OGGI abbiamo concretizzato l'opportunità di fare dell'Icann un'autorità indipendente e internazionale, per governare direttamente le nostre risorse". Con queste parole del presidente uscente di Icann, Fadi Chehade, pronunciate in conferenza stampa, si è chiuso il 55esimo meeting di Icann in Marocco, un vertice che ha avviato la fine della supervisione Usa sul funzionamento di Internet come avevamo preannunciato ieri. Oggi è stata infatti consegnata nella sua formulazione finale la proposta di trasferimento alla comunità Internet mondiale delle funzioni Icann controllate dalla National Communication Administration americana. Un passaggio di consegne noto come "Transizione Iana" proprio perché si riferisce alla cessione del controllo delle funzioni relative alla gestione delle risorse in rete e al loro corretto indirizzamento. L'ha fatto uno dei padri fondatori di Internet, il presidente del board di Icann Stephen D. Crocker, consegnando il progetto nelle mani del governo americano. Entra quindi nella fase cruciale un processo cominciato nel 1998. La proposta, quando verrà approvata diventerà, diventerà operativa dal 30 settembre 2016, sancendo di fatto la fine della supervisione Usa sul funzionamento di Internet.

Perché è importante questo passaggio. Quando i ribelli houti in guerra col governo dello Yemen hanno preso possesso di alcuni palazzi governativi si sono impossessati anche della macchina che garantisce l'indirizzamento ai siti internet di quel paese. Prima che potessero manipolare il corretto accesso verso i siti nazionali il presidente yemenita ha scritto all'Icann chiedendo di associare il country code .ye (il nome di dominio del paese) a un'altra macchina fisica e dopo l'ok degli Usa l'Icann l'ha fatto. Ma che c'entra l'Icann? Perché Icann fa il suo lavoro proprio associando il country code dello Yemen a una specifica macchina che si chiama .ye. E lo fa per ogni risorsa di rete a cui vogliamo collegarci su Internet. Per visitare un sito web bisogna infatti scrivere un indirizzo - sotto forma di lettere o numeri, nella barra degli indirizzi del proprio browser. E perché il nostro computer ci porti a destinazione l'indirizzo digitato deve identificare in maniera univoca una e una sola risorsa della rete. L'Icann (acronimo per Internet Corporation for Assigned Names and Numbers) ha il compito di gestire e coordinare questi "identificatori unici" in tutto il mondo, come un enorme elenco telefonico.
Ed è per questo che in un mondo interconnesso se qualcuno dovesse prendere il controllo del database dell'Icann, controllerebbe il web e potrebbe indirizzare le nostre navigazioni verso qualunque indirizzo, un sito pedopornografico, pieno di malware o attrezzato per il phishing (la pesca dei nostri dati personali). Tra i compiti dell'Icann ci sono l'allocazione degli spazi per gli indirizzi IP; la gestione del sistema dei domini di primo livello (TLD, Top level domain), generici (gTDL), regionali e nazionali (ccTDL). Ma anche quella dei root nameserver (necessari per reindirizzare le richieste relative a ciascun dominio di primo livello).
Questi servizi un tempo erano garantiti dal Governo degli Stati Uniti tramite il Ministero per il Commercio e dopo un processo di devolution, dagli esperti dell'Icann stesso diventato un ente non profit, ma su cui gli Stati Uniti hanno continuato a mantenere una forte influenza. Ma oggi in Marocco sono state poste le basi affinché tutto cambi per far cessare il rapporto di controllo e supervisione che il governo americano aveva sull'Icann. Un momento epocale frutto di due anni di negoziazioni per trasferire questo controllo alla comunità Internet globale che sarà sempre rappresentata nell'Icann con tutte le sue componenti: governi, società civile, imprese, organizzazioni.
Una questione politica, non una questione tecnica. Si tratta di una svolta epocale perché quello della gestione degli indirizzi Internet può sembrare una questione tecnica ma non lo è. Si è detto spesso detto che la rete è anarchica, multicentrica e incontrollabile come spazio libero d'espressione ma è vero fino a un certo punto. La rete funziona su un protocollo di comunicazione aperto, il famoso internet protocol (TCP/IP) che riesce a far dialogare tutti i computer connessi in rete, ma questo dialogo dipende dall'individuazione del computer con cui si vuole comunicare. Perché si trovi il pc con cui parlare bisogna attribuirgli un indirizzo numerico e trasformarlo da una sequenza di numeri in un nome, come repubblica.it. ci vuole l'Icann, che da entità privata e dipendente dal dipartimento del commercio americano, poi diventata non profit oggi si apre al mondo. Quindi l'Icann, conclusa questa fase in cui cessa l'ingombrante supervisione Usa delle sue funzioni di base ha accettato la sfida del cambiamento e si prepara alle fasi successive, relative la prima all'accettazione della proposta da parte del Governo Usa, la seconda all'implementazione vera e propria di questa governance condivisa.
Come spiega a Repubblica.it Domenico Laforenza, responsabile del registro.it (l'ente italiano responsabile degli indirizzi ".it" del nostro paese) e direttore al Cnr di Pisa: "È un importante risultato tecnico-politico perché offre la certezza dell'"accountability" di Icann durante la transizione. E cioè il fatto che Icann, attraverso la sua nuova costituenda struttura, deve continuare a rendere conto delle proprie decisioni ed essere responsabile per i risultati conseguiti e ciò presume l'esistenza di opportuni meccanismi condivisi, di pesi e contrappesi, atti a far si che non vengano prese decisioni che avvantaggino paesi o comunità socio-economiche a scapito di altre anche dopo che il controllo degli Usa terminerà".
Una "liberazione" per chi continua a ritenere che siano stati gli Usa a concedere il via libera ad Etilasat (compagnia di telecomunicazione degli emirati arabi) per spegnere la rete egiziana in occasione della primavera araba, pur senza mostrarne le prove. Come è sempre a loro che è stata attribuita la momentanea scomparsa del dominio ". ly" per rappresaglia diplomatica legata all'attentato di Lockerbie, quando la Libia è stata esclusa dalla rete Internet per cinque giorni nel 2010. Altra ipotesi di cui è difficile trovare conferme.
Però un messaggio di errore come 'page not found' è proprio quello che leggeremmo se Icann decidesse di "oscurare" un indirizzo come quello libico tagliando fuori un'intera area geografica dall'utilizzo della rete. Qualcosa che in linea teorica Icann ufficialmente non farebbe mai, contravviene alle sue policy, e che nessun governo si auspica per le ripercussioni che possono esserci, ma una possibilità talmente tanto concreta che il pressing congiunto dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) ha ottenuto dopo 10 anni la devoluzione proprio delle funzioni tecniche relative a questa possibilità.
Secondo Alessandro Berni di Internet Society Italia "A Marrakech si è raggiunta una sintesi condivisa dei passi necessari a mantenere l'apertura, la sicurezza e la stabilità del sistema. È un momento storico nel percorso di privatizzazione del DNS iniziato nel 1998. Ora comincia la parte più difficile: come assicurare, in pratica, l'integrità della rete di fronte ai rischi di frammentazione riassunti nell'ultimo World Economic Forum, e cioè il protezionismo digitale, i ritardi tecnologici, e le strategie per proiettare la autorità nazionali nel dominio del ciberspazio."

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Il missile che uccide i computer

Il missile che uccide i computer — Gli Stati Uniti hanno sperimentato con successo, e senza danni alle perone, un missile che distrugge i computer e i sistemi di controllo elettronici delle forze nemiche fondendo in maniera irreparabile i circuiti delle apparecchiature con una fascia di potenti microonde. La nuova arma “non letale”, CHAMP, per “Counter-electronics High-powered Microwave Advanced Missile Project”, può agire in zone densamente popolate, bersagliando con precisione le difese aeree del nemico, le torri di comunicazione, centrali telefoniche, fabbriche automatizzate e in generale tutti i sistemi di controllo che dipendono dai microcircuiti.

Il Congresso USA ne è entusiasta, ma l’Air Force nicchia, pare per un noto meccanismo burocratico: l’ufficio che tratta i missili sembra non vada molto d'accordo con l’altra struttura responsabile della guerra elettronica, con il risultato che si dovrà, intanto, predisporre un “cross-functional study” preparato congiuntamente dai due uffici nella speranza di metterli d’accordo.

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INTERNET CI RENDE PIÙ LIBERI? UN’ILLUSIONE.

Traditi da internet. 
Ci aveva promesso libertà, eguaglianza e ricchezza. E invece l’era digitale crea disoccupazione, controllo e povertà È quanto sostengono sempre più guru della prima ora come Andrew Keen
 
INTERNET CI RENDE PIÙ LIBERI? UN’ILLUSIONE. Più uguali? Una falsa promessa. Più ricchi? Sì, non tutti però: pochi, anzi pochissimi. Così parla chi di internet è considerato la coscienza critica, «un outsider che viene dall’interno» come si definisce lui stesso. Se vent’anni fa, infatti, Andrew Keen avviava una sua impresa proprio nella Silicon Valley oggi è un noto autore e pubblica (in Italia con Egea) un libro intitolato Internet non è la risposta. Quasi la terza puntata di una trilogia: nel 2007 ci fu The Cult of the Amateur, una critica dei contenuti generati dagli utenti del web e della cultura libera. Nel 2012 fu la volta di Digital Vertigo , un’analisi sferzante dei social media. La terza puntata chiude il cerchio: con The Internet Is Not The Answer, Keen ci sbatte in faccia tutte le contraddizioni dell’era digitale. Siamo impigliati in una Rete degli ideali traditi: «Nessuno meglio di voi italiani, figli del realismo politico alla Machiavelli, può davvero capirmi», dice Keen a Repubblica. «Internet non è più quel bene pubblico che era quando nacque, ai tempi di Tim Berners-Lee. Quella che ci hanno presentato come una rivoluzione democratica, una svolta verso una maggiore uguaglianza, ora è ricchezza e potere in mano a pochi. Un sistema sempre più distante dalle persone». Ma come, lei sostiene seriamente che la Rete non ha reso più democratico l’accesso alla conoscenza? «Se è per questo nel mare di contenuti online si trova di tutto, anche propaganda di aziende, governi e — per dire — dell’Is. Voglio dire che trovare di tutto sul web non ci aiuta di per sé a conoscere e comprendere la complessità del reale, anzi. E poi ovviamente non dico che bisogna fare a meno di internet: ho qui con me un cellulare ultimo modello e un pc...».
La critica di Keen si spinge dunque oltre, e investe la società frutto dell’era digitale nel suo complesso. L’economia decentralizzata della condivisione, tanto per cominciare, quella che avrebbe dovuto abbattere ogni gerarchia, è diventata di fatto una «economia a ciambella»: poche grandi aziende come Google, Facebook e Amazon monopolizzano il business dell’informazione. E dunque Keen punta il dito contro il «sistema del “chi vince piglia tutto” in cui solo l’uno per cento gode di grandi profitti » mentre il restante novantanove frana, illusioni comprese. Un caso esemplare si trova proprio nella Silicon Valley: nel cuore pulsante della Rete in dodici anni sono andati perduti quarantamila posti di lavoro, in due i senzatetto sono aumentati del venti. È la “distopia della Baia”, come la chiama Timothy Egan. Quanto al futuro, il divario economico- sociale tra ineguali legato a internet diventerà ancora più profondo. Spiega Keen che con il diffondersi dell’internet delle cose, dei big data, dell’intelligenza artificiale, dell’automazione, aumenteranno sia i problemi che i disoccupati. Se non bastassero le proteste “anti robot” che già presidiano l’America o l’allarme lanciato dal premio Nobel Paul Krugman, allora ecco i numeri: l’Università di Oxford prevede che l’informatizzazione costerà il posto di lavoro a centoquaranta milioni di lavoratori della conoscenza. Il quarantasette per cento dei lavori svolti oggi dagli americani potrebbe scomparire nei prossimi venti anni. «Pensi a come verrà travolto il settore della moda e del design: un campo in cui l’Italia ora eccelle. Tutto cambierà: neanche i ristoranti saranno più gli stessi». Quanto alla privacy e al controllo basteranno le macchine che si guidano da sole, come la Google car, a tracciare ogni nostro spostamento, e dunque grandi fabbriche che fanno soldi con i nostri dati ci costringeranno in una repubblica di cristallo. L’incubo non è nuovo: somiglia al distopico Cerchio di Dave Eggers. «L’ho letto — dice Keen — e mi è piaciuto. Quella sì che è una distopia. E io, ci tengo a dirlo, non sono né distopico né luddista: negli Stati Uniti quando critichi questo sistema vieni subito etichettato così. Io non faccio altro che puntare il dito su problemi reali. Ma in effetti anche nella finzione di Eggers c’è molto di reale. Se guardiamo oltre il falso dogma libertario, ci accorgeremo che più usiamo internet meno valore ci porta».
Una critica al tipo di società nato con la Rete che si avvicina molto a quella del papà della realtà virtuale, Jaron Lanier, di cui non a caso Keen ammette di essere «un grande fan». Anche Lanier è un “outsider da dentro”, anche lui reclama più equità scagliandosi contro il sistema perverso in cui cediamo gratis dati e dignità a vantaggio di pochi colossi. Sembra proprio, come direbbe Evgeny Morozov, che internet stia «perdendo la sua ingenuità»: mentre esce dalla sua adolescenza, le voci critiche si addensano. Un coro di “traditi” la cui delusione è palpabile, quasi toccante: «Quanto abbiamo perduto la via, fratelli e sorelle!», scrivono Doc Searls e David Weinberger nelle loro nuove tesi sulla Rete. Sono tesi e sentimenti della maturità: forse è la stessa «nostalgia dell’ottimismo » di cui parla Keen. Per lui internet non è la risposta, ma si ostina a credere che sia «ancora un’ottima domanda». Come salvarla, la forza dirompente di quel punto interrogativo? Secondo Keen, con nuove regole: «L’Europa è stata d’esempio quando ha cercato di frenare le concentrazioni monopolistiche come Microsoft, e lo è tuttora occupandosi del diritto all’oblìo. Dai governi dobbiamo pretendere regole compatibili con l’innovazione, ma che al contempo limitino i trust, ci tutelino dal controllo dei dati e dal loro uso sfrenato. Io non sono contro il mercato: io sono contro il mercato sregolato». Non è contro internet, è contro un internet senza regole. L’illusione del web come prateria libera e selvaggia ormai lascia l’amaro in bocca. Come dicevano Deleuze e Guattari “non credere mai che uno spazio nomade sia sufficiente a salvarci”.
 
© Repubblica p.40 | 22.03.2015 | R2 Cronaca | FRANCESCA DE BENEDETTI
 
 
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Stralcio del testo della risoluzione finale Parlamento Europeo

Stralcio del testo della risoluzione finale Parlamento Europeo

Il testo originale (in inglese)  è reperibile qui: Risoluzione finale PE.


L'esistenza di un sistema globale per intercettare comunicazioni private e commerciali (il sistema di intercettazione Echelon)

A. mentre l'esistenza di un sistema globale per intercettare comunicazioni, operante con mezzi operativi proporzionati alle loro capacità di Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda con l'accordo di UK/USA, non è più in dubbio; mentre, considerando l'evidenza, e le molte asserzioni che si confermano l'una con l'altra e che provengono da un insieme molto grande di individui ed organizzazioni, incluse fonti americane (si può presumere che il sistema o sue parti fossero, almeno per un certo tempo, chiamate in codice "Echelon",

B. mentre non ci può essere ora alcun dubbio che lo scopo del sistema sia intercettare come minimo, comunicazioni private e commerciali, e non comunicazioni militari, anche se le analisi eseguite nel rapporto hanno rivelato che le capacità tecniche del sistema non sono probabilmente così estese come alcuni media avevano presunto,

C. mentre, perciò, è sorprendente che molte personalità esperte della Comunità, ivi inclusi Commissari europei, abbiamo mostrato al Comitato Provvisorio di ignorare questo fenomeno,

I limiti del sistema di intercettazione

D. mentre il sistema di sorveglianza dipende, in particolare, dall'intercettazione mondiale di comunicazioni via satellite, anche se in aree caratterizzate da un volume alto di comunicazioni solamente una parte molto piccola di quelle comunicazioni passa per satellite; mentre questo vuole dire che la maggioranza di comunicazioni non può essere intercettata da stazioni di terra, ma solamente collegandosi a cavi ed intercettando segnali radio, cose queste - come le investigazioni eseguite in collegamento col rapporto hanno mostrato - possibili solo in modo limitato; mentre la quantità di personale richiesto per l'analisi delle comunicazioni intercettate impone ulteriori restrizioni; mentre, perciò, gli stati UK/USA hanno accesso a solamente una porzione molto limitata di comunicazioni via cavo e radio e possono analizzare una porzione ancora più limitata di quelle comunicazioni, e mentre, ulteriormente, per quanto estese le risorse e le capacità per l'intercettazioni di comunicazioni possano essere, il volume estremamente alto di traffico rende il monitoraggio esaustivo e particolareggiato di tutte le comunicazioni impossibile in pratica,

La possibile esistenza di altri sistemi di intercettazione

E. mentre l'intercettazione di comunicazioni è un metodo di spionaggio utilizzato comunemente dai servizi di intelligence, così che è probabile che altri stati usino sistemi simili, purché sabbiano i fondi e le ubicazioni necessarie; mentre la Francia è l'unico Stato membro dell'EU che è - grazie ai suoi estesi territori - geograficamente e tecnicamente in grado di utilizzare autonomamente un sistema di intercettazione globale ed anche possiede l'infrastruttura tecnica e organizzativa per fare quanto detto; mentre c'è anche ampia evidenza che probabilmente anche la Russia utilizzi un sistema simile, [ … omississ … ]


Relazione di minoranza "Turco"

(Originale in inglese qui: Relazioni di minoranza)

UN RAPPORTO FATTO DI AMNESIE, INCERTEZZE, FALSITÀ

IL RAPPORTO PRENDE PER SICURA L'ESISTENZA PROBABILE DEL SISTEMA ANGLOSASSONE E NASCONDE QUELLO CHE È CERTO SU GERMANIA E OLANDA; PARLA IN FAVORE DI UNA PRESUNTA INDUSTRIA "EUROPEA" MENTRE TAPPA LA BOCCA AL "CITTADINO EUROPEO".

Strasburgo, 5 luglio 2001 - Discorso di Maurizio Turco, Member of European Parliament, Presidente della Lista Bonino di MEP radicali, e membro dei Coordinatori del Comitato Echelon (si include il rapporto di minoranza che sarà allegato al rapporto finale):

"La maggioranza, da una parte ha scelto di enfatizzare la probabile se non certa, ma peraltro non documentata, esistenza del sistema anglosassone chiamato Echelon; d'altra parte ha censurato la circostanza che la Germania e l'Olanda possiedono ed usano la stessa tecnologia ("intercettazioni sistematiche e casuali filtrate da un motore di ricerca"). Una maggioranza che - sebbene certa dell'esistenza di Echelon - "dimentica" di sanzionare il Regno Unito accusato comunque di fare il doppio gioco coi suoi partner europei.

Una maggioranza che riecheggia una violazione presunta degli interessi economici dell'industria europea mentre "dimentica" che Stati Membri intercettano cittadini di altri Stati Membri nel disprezzo della "cittadinanza europea". Pertanto l'industria deve essere difesa dall'Europa, ed il cittadino, al contrario, deve essere lasciato nelle mani del suo proprio paese che, in nome della sicurezza nazionale, può intercettare liberamente cittadini di altro Stati Membri e può abbandonare i propri cittadini alla mercè dei servizi segreti dei partner europei '. [... omissis...]


Relazione di minoranza "Schroeder"

(Originale in inglese qui: Relazioni di minoranza)

Secondo rapporto di minoranza preparato da Ilka Schroeder MEP (Germania) e firmato dai MEP Alima Boumediene-Thiery (Francia) e Patricia McKenna (Irlanda)

Questo rapporto coglie un importante punto nell'enfatizzare che Echelon esiste. Ma non ne trae conclusioni politiche. È ipocrita per il Parlamento europeo criticare la pratica di intercettazione di Echelon mentre mette mano a piani per istituire un servizio segreto europeo.

Non esiste in tutto il mondo nessun meccanismo di controllo pubblico e efficace dei servizi segreti e delle loro pratiche antidemocratiche. È nella natura dei servizi segreti che non possano essere controllati. Devono essere quindi aboliti. Questo rapporto serve a legittimare un Servizio Segreto Europeo che infrangerà diritti essenziali - esattamente come Echelon.

Per la maggioranza del Parlamento, il punto focale è l'industria i cui interessi e profitti sono minacciati apparentemente dallo spionaggio industriale. Comunque il problema vitale è che nessuno può più comunicare nulla affidabilmente a lunga distanza. Lo spionaggio politico è una minaccia molto più grande dello spionaggio economico. [… omissis …]

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IL DATAGATE INFINITO: LA NSA PUÒ ENTRARE NELLE NOSTRE SIM CARD!


Il Datagate non ha più fine e le rivelazioni giungono ancora una volta da un documento diramato da Edward Snowden, la talpa che messo gli Stati Uniti ed altri Paesi nell’occhio del ciclone per lo scandalo intercettazioni, pubblicato on line da “The Intercept”.

Ad essere finiti nel mirino la U.S. Nationa Security Agency (NSA) e l’omologa GCHQ (Government Communications Headquarters) del Regno Unito che secondo le indiscrezioni diramate da Snowden erano in possesso delle chiavi per entrare in gran parte delle SIM Card esistenti al mondo.

Questi due organismi, secondo quanto riportato, avrebbero avuto indebito accesso nei sistemi della Gemalto, gruppo noto a livello internazionale per il dominio nella produzione di SIM Card, cui hanno sottratto le chiavi di accesso alle informazioni sulle SIM e, per logica estensione, a tutto il traffico veicolato. Stati Uniti e Regno Unito avevano così accesso alla gran parte delle utenze di tutto il mondo, senza che nessuno sospettasse nulla.

Il documento risale al 2010 e parla di un’attività di spionaggio sulle SIM con oltre 2 miliardi di utenze a disposizione dei servizi segreti, che potevano accedere a tutte le informazioni di cui avevano bisogno senza che l’utente nè la Gemalto potessero in alcun modo avere sentore di quello che avveniva. La produttrice di SIM Card dovrà rispondere delle falle dimostrate nella tutela delle proprie SIM, dei provider partner e dei clienti di questi ultimi. La sua prima reazione è stata di sconcerto e ha dichiarato un impegno reale per scoprire dove è stata la falla per evitare che in futuro simili azioni possano ripetersi.

Il Datagate non ha quindi mai fine, come abbiamo accennato all’inzio. A quando la prossima puntata?

 

http://www.lineaedp.it/news/16421/il-datagate-infinito-la-nsa-puo-entrare-nelle-nostre-sim-card/

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Obama rimprovera l’UE: Internet è americana. Ecco perché sbaglia.

“Gli Stati Uniti hanno creato, sviluppato e perfezionato Internet.” ha detto. Probabilmente è così, ma non dimentichiamo che la Rete appartiene a tutti.

Barack Obama negli ultimi giorni sta diventato estremamente popolare in Rete. Nel bene e nel male. Lo abbiamo visto nel video di BuzzFeed nella veste inaspettata di un Presidente che prova i discorsi davanti allo specchio o che utilizza l’ormai abusato bastone per fare una selfie. Ora sono le sue dichiarazioni riguardo Internet che fanno discutere. E sono dichiarazioni pesanti.

In una recente intervista rilasciata al sito Recode il Presidente degli Stati Uniti, parlando del burrascoso rapporto tra l’Unione Europea e società come Google o Facebook, è arrivato a ipotizzare che: “I Service Provider europei… che non possono competere con i nostri, stanno cercando di mettere i bastoni tra le ruote a società statunitensi per evitare che possano operare in modo efficace in Europa.”

Ma le dichiarazioni di Obama vanno al di là di semplice campanilismo a difesa delle imprese statunitensi, esprimendo concetti che posso far storcere il naso. “Siamo stati i proprietari di Internet, – spiega il numero uno della Casa Bianca, – Le nostre società lo hanno creato, espanso e perfezionato a livelli in cui le imprese europee non possono competere.” Si può non essere d’accordo ma è innegabile che un fondo di verità nelle parole del Presidente americano ci sia.

Da un lato la concorrenza europea a Google o Facebook è effettivamente poca cosa, anche se è altrettanto vero che sono le stesse società che dominano la Rete ad averla disegnata come meglio ritenevano. Alcune richieste e azioni intraprese dal Parlamento Europeo, quando si parla di Internet, possono essere interpretate come un tentativo di favorire le imprese del Vecchio Continente; ma quando si parla di rispettare privacy o di evitare benefici fiscali, per l’Unione Europea tutte le società che lavorano in Rete non hanno un Paese d’origine. Così come non dovrebbe averlo Internet.

“Difficile pensare che senza il contributo di miliardi di utenti sparsi per il mondo, i big della Rete potessero diventare quello che sono oggi, – ci spiega Tiziano Toniutti, giornalista di Repubblica, – Certo gli investimenti sono americani, così come le infrastrutture, molte delle quali però, ospitate in server sparsi ovunque nel mondo.“

Certo, Internet, leggi ArpaNet , è nato negli Stati Uniti, ma non dobbiamo dimenticare che il World Wide Web è nato invece in Svizzera. Insomma, la Rete è per antonomasia un mezzo per dare parola a chi non l’ha; un mezzo per sentirsi liberi; un mezzo che dovrebbe essere di tutti, senza padroni né Paese d’appartenenza.

Che Internet sia appartenuto agli Stati Uniti, così come dice Barack Obama, e che proprio le grandi società legate alla Rete lo abbiano creato, plasmato, reso quel che è oggi, è una verità più che probabile. Ma ora Internet è qualcosa di più, è da considerarsi un bene che appartiene a tutti, e proprio perché è di tutti l’ultima parola spetta proprio chi lo usa, non a chi lo ha creato. In definitiva, indipendentemente da chi abbia “costruito” Internet, è un sacrosanto diritto di chi lo utilizza porsi dubbi sul suo funzionamento e, nel caso in cui alcuni aspetti non piacciano, poterlo modificare.

“È prima di tutto l’idea di Internet a essere un pensiero globale, recepito da tutti i connessi del mondo come uno stato dell’arte. – ci dice ancora Toniutti, - Può essere inteso come il corpo della propria identità digitale, e di quella collettiva, senza alcuna linea di confine.” E volendo estendere alla Rete il diritto di usucapione, secondo il quale l’uso protratto di un bene nel tempo ne garantisce la proprietà, il giornalista chiude la nostra chiacchierata con un gioco di parole: “Internet è di chi la usa, così come di chi non la usa”.

 

http://www.wired.it/internet/web/2015/02/19/obama-internet-americana/

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Audiweb, ecco come le principali testate online gonfiano i dati di traffico.

Audiweb, ecco come le principali testate online gonfiano i dati di traffico

In attesa che vengano resi pubblici i dati di traffico dei singoli domini dei siti di news, dall'analisi delle affiliazioni emerge come fino ad oggi siano state attuate aggregazioni con siti che poco hanno a che fare con l'informazione. La Stampa, ad esempio, tra i partner annovera vialattea.it, cervinia.it e bardonecchiaski.com. Quotidiano.net aggrega i dati di Promoqui, Pronto Impresa e il dizionario online Dicios.com
Secondo quanto promesso nel dicembre scorso dal presidente Audiweb, Enrico Gasperini, il 2015 sarà l’anno in cui finalmente verranno resi pubblici i dati di traffico effettivi delle testate online, al netto degli accorpamenti fra brand che fino a questo momento hanno reso poco trasparente il mercato.
Alcuni editori, in pratica, in questi anni hanno stretto accordi con altre realtà editoriali (solitamente più piccole) per aggregare sotto il proprio brand i dati di traffico di altri siti, su cui non hanno alcun controllo o responsabilità del contenuti. Si tratta di un modo legale di “drogare” il mercato, che ha avuto come effetto quello di scontentare gli investitori pubblicitari che hanno chiesto, e alla fine ottenuto, maggiore trasparenza.
In vista di questo cambiamento nei dati Audiweb, c’è già chi sta cambiando strategia, mietendo alcune vittime. L’isola dei cassintegrati, ad esempio, ha annunciato in un post su Facebook che il sito non è più partner de L’Espresso. “Qualche settimana fa mi veniva comunicata la motivazione – spiega il fondatore Michele Azzu sul social network – ‘Le affiliazioni (con i siti web partner del settimanale) non saranno più conteggiate da Audiweb e ciò di fatto vanifica la collaborazione intrapresa con reciproca soddisfazione negli anni passati’”.
Prima che altre testate facciano lo stesso, abbiamo analizzato le partnership che fino a questo momento hanno sostenuto alcune corazzate generaliste dell’informazione online italiana, trovando apparentamenti “bizzarri” che ben poco hanno a che fare con il settore news.
La Stampa ad esempio, secondo il dettaglio fornito da NetView di Nielsen, ottiene una considerevole iniezione di traffico dal sito Medici Italia. Inoltre, si scopre essere un giornale “amante della montagna”, visto che tra i siti affiliati troviamo vialattea.it, cervinia.it e bardonecchiaski.com.
La medicina dà un grosso supporto anche a Il Messaggero, che ottiene un buon numero di utenti dal sito Dica33. Ma in questo caso a farla da padrone è la tecnologia con HdBlog. A questi si aggiungono il Gambero Rosso e Programmi-TV.
Emblematico è il caso di Quotidiano.net che, tra i domini che portano più traffico, ha www.promoqui.it, sito che pubblicizza volantini e coupon di sconti della grande distribuzione. A questi si aggiungono, tra gli altri, Pronto Impresa (il catalogo delle imprese) e il dizionario online it.dicios.com .
Il Post, dal canto suo, punta sul meteo (con i siti MeteoGiornale e Freddofili) e la finanza, con il sito SoldiOnline.
In misura minore, anche le due più grosse testate italiane hanno utilizzato fino ad ora gli accorpamenti con altri brand. Il Corriere con Abitare, Matrimonio.it e Amica. La Repubblica con il portale tecnologico Tom’sHardware, il sito dedicato gli animali domestici PetsParadise e LeMieNozze.

Erminia Guastella | Il Fatto Quotidiano | 5 febbraio 2015

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Lo studente austriaco che ha dichiarato guerra a Facebook

 

 

 

Privacy, lo studente austriaco che ha dichiarato guerra a Facebook
Max Schrems ha radunato decine di migliaia di sostenitori nella più grande class action made in Europe contro Facebook

di FRANCESCA DE BENEDETTI

CI SONO le social star, quelle che esibiscono il numero di follower come stelle sul petto. E poi c'è l'anti-social star, il giovane che da Vienna dà battaglia a Facebook, perché - dice - il gigante della Silicon Valley sta insistentemente violando le leggi europee sulla privacy. Lui si chiama Max Schrems, ha 26 anni e al posto dei follower ha radunato decine di migliaia di sostenitori nella più grande class action made in Europe contro Facebook. "Ho dovuto fermarmi a 25mila ricorrenti - ci racconta - perché solo soletto col mio personal computer non potevo gestirne di più. Ma in pochi giorni le richieste erano almeno il triplo".

C'ERA UNA VOLTA La trasformazione da studente sconosciuto a avversario di Zuckerberg comincia proprio nella tana del nemico, in California, tre anni fa: Max si trova lì per uno scambio universitario e ascolta un dirigente di Facebook mentre spiega le politiche aziendali sulla privacy. "Mi sono reso conto che anche se in Europa abbiamo leggi che formalmente ci tutelano, i big della Silicon Valley continuano a non rispettarle". Ed è così che il ragazzo inoffensivo esce dai cancelli di Facebook indignato e determinato. In mano ha le 1200 pagine di dati personali che Facebook ha tracciato sulla sua vita social. Individua la sede europea in Irlanda, e proprio all'authority irlandese per la protezione dei dati personali presenta oltre 20 reclami. Cosa ottiene? Concretamente, è grazie a lui se - per esempio - in Europa Facebook ha dovuto rinunciare a taggare in automatico le nostre foto sulla base del riconoscimento facciale. Ma Max ci risponde con schiettezza che molto di più andava fatto: "Dall'Irlanda non c'è stato un intervento efficace. Anche se in Europa abbiamo buone leggi, in pratica se non le facciamo valere rimangono deboli. I Paesi dove i colossi hanno la sede legale, come l'Irlanda appunto, o il Lussemburgo, sembrano più interessati ad attrarre da noi le aziende che ad ammonirle. Il rischio è che barattino i nostri diritti per dei presunti vantaggi economici. Ecco perché, anche se un individuo non può battere un monopolio, spetta a noi fare pressione perché la legge - che è dalla nostra parte - venga rispettata".

EUROPA VS FACEBOOK Arriviamo così al 2014. Max non demorde, anzi: niente più reclami, stavolta Schrems punta dritto al tribunale del suo Paese, l'Austria. Sul banco degli imputati vuole il colosso da oltre un miliardo di iscritti, ma ad accusarlo non c'è uno studente da solo: ci sono ora i 25mila che l'intraprendente austriaco riesce a radunare. In realtà ne raduna molti di più, sul sito fbclaim.com, ma si ferma a quei primi. E torna all'attacco più forte di prima: Facebook viola le leggi sulla privacy, partecipa al programma di spionaggio Prism, ha un sistema di raccolta dati pervasivo, insiste Schrems. Biondino, occhi azzurri, sorriso smagliante, sembra il ritratto perfetto del principe azzurro, se non fosse che nella fiaba tutta vera in gioco ci sono i diritti di tutti. E che l'antagonista non è un drago, ma semmai quel draghetto blu che compare ora nelle bacheche alla voce "impostazioni privacy".

Cosa ne pensa Schrems delle nuove policies fresche di bacheca? "Guarda, la schermata sarà anche più semplice e colorata, ma legalmente la sostanza è la stessa: raccogliere i nostri dati da ogni fonte possibile, e usarli". E spiega: "Molti non lo immaginano ma Facebook non usa solo i dati che crediamo di dargli con i post. Traccia anche tanto altro: metadati, pagine terze, plugin come il bottone like. Archivia informazioni che coinvolgono ogni sfera della nostra vita, fino alle preferenze politiche". Indignato sì, ma anche ottimista, Max Schrems ha fiducia nell'Europa: "il Parlamento europeo soprattutto, ma anche la Commissione, non sono indifferenti al tema dei dati personali. E dal diritto all'oblio alla più recente risoluzione su Google, ci sono motivi di speranza". Dice il ragazzo imberbe che mette l'Europa contro Facebook.

La Repubblica, 3.12.2014

 

 

 

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