L’inglese di oggi è una lingua impari, la cui universalità non è una universalità generata da sapere e cultura, come fu il latino, ma dalla potenza economica e militare di alcune nazioni. In evidenza

L’inglese di oggi è una lingua impari, la cui universalità non è  una universalità generata da sapere e cultura, come fu il latino, ma dalla potenza economica e militare di alcune nazioni.

Radar A Milano c’è un corso universitario solo in inglese. Ma non è una lingua universale come fu il latino.

Non si insegni solo in inglese: l’italiano è un tesoro culturale.

La discussione.

di Maurizio Boldrini.

La globalizzazione s’è fatta sentire, nel bene e nel male. Ha inciso nella vita di milioni di persone, sul modo con il quale si sono distribuite ricchezze e miserie, incidendo sui loro stili di vita, sui loro comportamenti sociali e antropologici. Sulle loro lingue d’origine. Man mano che la globalizzazione procedeva, ristrette élite finanziarie, economiche e politiche hanno avuto bisogno di parlarsi velocemente, di intendersi al volo. Avevano bisogno, come dicono i linguisti di «lingue veicolari». Che la scelta sia caduta sull’inglese è scontato, essendo la seconda lingua del mondo, parlata da un miliardo di persone sui sette che abitano il pianeta. Ne è scaturito un inglese medio che non è quello parlato dagli anglosassoni e dai nordamericani, ma una sorta di neo-lingua che ha contaminato tutti i codici linguistici. Anche da noi se n’è abusato. Inevitabile che alla fine diventasse un serio motivo di contendere.

Il corso contestato del Politecnico

Una vicenda, in queste ultime settimane, sta costringendo l’opinione pubblica - media compresi- a fare i conti con quest’abuso. Già colonne d’inchiostro sono state spese per commentare la decisione della Corte Costituzionale sui corsi che si tengono in alcune università. Il Politecnico di Milano è al centro di questa vicenda, avendo attivato un corso di laurea magistrale esclusivamente in inglese. Non tutti sono stati d’accordo. La decisione non è piaciuta, in particolare, a un gruppo di docenti che hanno fatto ricorso al Tar. Hanno avuto ragione. S’è innescato, poi, il solito complicato passaggio ai diversi gradi di giudizio, prima di arrivare ai responso finale. Il Politecnico e lo stesso Ministero dell’università hanno fatto ricorso al Consiglio di Stato il quale, a sua volta, ha girato la questione alla Corte Costituzionale. Questa, alla fine, ha stabilito che la lingua italiana deve avere il «primato» e che i singoli insegnamenti possono essere fatti in altre lingue ma che queste non possono essere utilizzate per interi corsi di studio.
La decisione è corsa veloce di sito in sito, e non solo in quelli che si occupano di vicende accademiche. Applausi e lamenti si sono alternati sulla decisione presa dalla Corte. Oggetto vero del contendere, mi pare, sia la risposta data a un quesito piuttosto semplice: è legittimo che professori italiani, in territorio italiano, insegnino a studenti italiani usando solo una lingua straniera? Proprio sull’uso corretto dell’italiano vi erano stati appelli e pronunciamenti; una lingua poco praticata e comunque mal scritta da moltissimi studenti; una lingua offesa in molti studi televisivi in nome di una sorta di sciatteria populista.
Dopo questa decisione la disputa s’è fatta più seria. Sul Foglio Sabino Cassese parla di «decisione contorta» della Corte, specie laddove rivendica il «primato» dell’italiano: non solo perché lederebbe la sacrosanta autonomia delle università ma perché rivelerebbe una sorta di rivincita dei nazionalismi. Sostiene Cassese: le università nascono come istituzioni non nazionali e non statali. E vi si parlava una sola lingua, il latino. Erano, diremmo oggi, istituzioni sovranazionali. Tra il ’700 e l ’800 gli Stati si misero a dettar leggi, orientando gli insegnamenti e ordinando le facoltà. Ma ancora nel XVIII secolo, alla Sorbona, l’insegnamento non si faceva in francese, italiano o in alemanno, cioè nella lingua degli studenti o in quelle del contesto nazionale, bensì, in latino.

Il latinista spiega le differenze

Roba del passato? Macché, sostiene ancora il giurista, oggi l’inglese sembra svolgere la stessa funzione che allora svolgeva il latino. Non ne possiamo fare a meno visti i processi d’integrazione europea e il nascere di comunità epistemiche che hanno bisogno di «lingue veicolari» con le quali intendersi. Questo processo appare irreversibile per quanto riguarda milioni di persone impegnate sui fronti della ricerca scientifica, dell’economia, delle innovazioni tecnologiche e della comunicazione globale. E che la scelta sia ricaduta sull’inglese sta come detto, nelle cose.
È possibile paragonare il latino delle nascenti università all’uso che, nelle stesse, si fa oggi dell’inglese? Per fugare questo dubbio mi sono messo alla ricerca di un latinista autorevole. «La differenza fra il latino del medioevo e l’inglese di oggi c’è, ed è forte- mi dice Maurizio Bettini- infatti nel medioevo, il latino era una lingua universale nel senso che era compresa da molti ma non apparteneva a nessun popolo come lingua viva. Era una lingua morta usata come lingua comune. Al contrario, l’inglese di oggi è una lingua che appartiene a popolazioni precise (inglesi, americani, australiani etc.) che la possiedono e la parlano come lingua viva: di conseguenza avvantaggiando tutti coloro che la possiedono in questo modo rispetto a chi la parla / apprende come secondo lingua. È una lingua impari, la cui universalità non è una universalità generata da sapere e cultura, come fu il latino, ma dalla potenza economica e militare di alcune nazioni».

«È un bene culturale come Verdi»

Si sta parlando, allora, non d’internazionalizzazione della cultura e della necessità, specie per i giovani, di parlare più lingue, ma di qualcos’altro; del fatto, cioè, che questo processo inevitabile non può andare a scapito della nostra lingua nazionale, della sua dignità sociale e culturale. Un altro giurista, Michele Ainis, ha colto nella decisione della Corte, «un pathos e un’enfasi speciale» perché la difesa della nostra lingua nazionale non è un retaggio del passato, bensì è uno strumento per la perdurante trasmissione del patrimonio storico e dell’identità della Repubblica: «L’italiano costituisce un bene culturale in sé, al pari delle sinfonie di Verdi o della Pietà di Michelangelo».
(Da L’Unità, 10/3/2017).

Ultima modifica ilDomenica, 12 Marzo 2017 13:21
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