Inattualità (indotta) delle lingue romanze. In evidenza

Inattualità (indotta) delle lingue romanze.

Inattualità delle lingue romanze.

di Lorenzo Tomasin.

Marcello Barbato, tra i pochi linguisti romanzi propriamente detti oggi attivi in Italia, ha pubblicato un eccellente “Profilo storico-comparativo” che suscita la provocatoria domanda con la quale potrebbe iniziare qualsiasi corso di Filologia romanza: “che senso ha studiare le lingue romanze oggi?” Avvertiamo subito, perché anche tra i lettori colti non è detto che il termine sia familiare, che le lingue romanze sono quelle che derivano dal latino (come il portoghese, lo spagnolo, il francese, l’italiano, il romancio, il rumeno, e una miriade di altre lingue e dialetti), e che la domanda non verte sullo studio puntuale di ciascuna di esse. È facile intuire i motivi per i quali si potrebbe voler studiare l’italiano, il francese o lo spagnolo di per sé, tipicamente per parlarli o per leggerli. La linguistica romanza, e in particolare quella “storico-comparativa” che occhieggia nel titolo del “Profilo” non si rivolge tanto all’apprendimento circoscritto di questa o quella lingua (pur presupposto, ovviamente, in chi vi s’interessa), ma allo studio complessivo dell’evoluzione che ha portato dal latino a quelle lingue e alle molte altre che non ho citato, attraverso una comparazione grammaticale. Col che si torna al punto: “che senso ha un simile studio, oggi?”
La linguistica romanza è sorta di fatto tra Sette e Ottocento in Germania, in un’epoca in cui si pensava che conoscere scientificamente una lingua e una cultura significhi in primo luogo nel conoscerne la storia: un po’ come si potrebbe pensare che conoscere davvero una persona significa apprenderne la vicenda biografica e familiare, e non solo la condizione presente e individuale. Pare ovvio, ma oggi non lo è affatto, persino per i linguisti, a molti dei quali anzi quest’idea sembra ormai superata.
Semplificando allo stremo, tra le idee di fondo della linguistica romanza c’è che l’accostamento delle lingue derivate dal latino al latino stesso (“storia”) e il confronto delle une con le altre (“comparazione”) consente di ripercorrere nei due sensi la vicenda che ha portato dalla sostanziale unità della lingua di Roma antica alla mirabile varietà dispiegata oggi in almeno tre continenti, se si considerano le espansioni coloniali. La linguistica romanza è nata, ovviamente, in un clima culturale in cui il latino aveva una centralità educativa – in Europa almeno – incomparabile rispetto alla marginalità odierna. Ora, non c’è nulla di più sorpassato in un panorama internazionale che non solo deprime le “Humanities” (dichiarando il primato delle cosiddette scienze dure su queste, e delle tecniche su tutte le scienze), ma salva al limite solo quelle più legate all’attualità e a un presente ossessivamente prioritario.
C’è di peggio. La linguistica romanza e la relativa filologia, che si rivolge ai testi prodotti in quelle lingue, hanno ricevuto un grande slancio durante il Novecento come supporto ideale del processo d’integrazione europea. Disegnata dalla cultura germanica (dalla quale è facile e quasi spontaneo guardare alle lingue neolatine nel loro complesso) e fiorente in Italia e in Francia, la Romanistica – come la chiamano appunto i tedeschi – fu una sorta di accompagnamento culturale al sorgere e allo svilupparsi post-bellico dell’afflato all’unificazione europea, grazie a figure come quella di Ernst Robert Curtius, Heinrich Lausberg o del più noto Erich Auerbach, giustamente considerati padri non solo della Romanistica, ma anche della cultura europeista. Nella disciplina-simbolo dell’interesse germanico per le culture “latine” e d’uno studio trasversale che tiene insieme almeno area iberica, francese e italiana, la storia a lungo condivisa e la comparazione sempre possibile parvero i movimenti ideali per dare sostanza a un nuovo e pacifico dialogo.
Nulla di più superato, si direbbe, in un’Europa che non solo politicamente e idealmente cade a pezzi, ma in cui il rapporto tra culture “germaniche” e culture “latine” ha ceduto ormai il passo a incontri – talora a scontri – che hanno geometrie ben diverse, corridoi nuovi e traiettorie incompatibili con quelli frequentate dalla Romanistica. Senza contare che rapporti e scambi tra le lingue interne all’alveo romanzo, decisivi nel Medioevo e poi ciclicamente riemersi, cedono oggi a geografie tutte nuove. Così ad esempio l’inglese (o peggio, l’informe “globish” della comunicazione mondiale) influenza spagnolo francese italiano più di quanto ciascuna di quelle lingue dialoghi “concretamente” con le altre. E poco importa che l’inglese abbia avuto, nei secoli, massicce iniezioni di latino e di francese: una cultura “romanza” oggi non esiste né nella percezione dei popoli – come mostra, ad esempio, il fatto che gl’italiani anche istruiti oscillano tra il sottovalutare e l’ignorare la possibilità di comprensione reciproca quasi totale tra loro e i parlanti (almeno colti) della seconda lingua più diffusa al mondo, lo spagnolo –, né nella produzione letteraria. Non esiste né nel comune sentire “mondializzato”, che assieme alle differenze sterilizza anche le affinità, le somiglianze e le storie comuni, né nella musica o nell’arte. Un approccio “romanistico” alla cultura è insomma, almeno in apparenza, privo di senso oggi.
Nulla di più inattuale. Ma perciò stesso, forse, nulla di più miracolosamente utile a sollevarsi almeno per un attimo da quello che chiamerei, con espressione forse un po’ forte, il “waterboarding” del presente: la percezione d’annegamento che può derivare dall’ossessiva riproposta, in tanta parte della cultura contemporanea, del presente e dei suoi assetti (linguistici, culturali, politici…) come unico orizzonte possibile. Non è evasione o svago, si badi bene: giacché a tal fine non si potrebbe che sconsigliare vivamente la lettura di questo o di qualsiasi consimile manuale, che quasi solo di grammatica parla, e nel modo più rigoroso possibile (“Vocalismo, Consonantismo, Morfologia, Morfosintassi...”). Piuttosto, scoperta di un modo diverso di leggere la realtà – e le lingue in cui parliamo e pensiamo – rispetto a prospettive e a gerarchie mentali radicatesi a tal punto da tradursi in gesti irriflessi persino nel vivere quotidiano: per cui istintivamente a un messicano, col quale potremmo comprenderci parlando ciascuno la propria lingua, ci rivolgiamo in inglese, cioè nella lingua di Trump. C’è poco da scherzare: la preziosa inattualità di una riscoperta “storica e comparativa” delle lingue romanze ci dice, forse, ben poco su quello che siamo (per fortuna, visto quello che siamo diventati). Molto ci dice, invece, su quello che siamo stati, e forse anche su quello che potremmo essere, se solo ci conoscessimo meglio.
.@lorenzotomasin
(Da ilsole24ore.com, 16/7/2017).

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