E’ tipico di ogni rivoluzione dominare la lingua per avere un’uniformità di espressione che serva da veicolo all’ideologia dominante. In evidenza

E’ tipico di ogni rivoluzione dominare la lingua per avere un’uniformità di espressione che serva da veicolo all’ideologia dominante.

Un Esperanto.

Zapatero sostituì la madre con il "progenitore". Ora all’università si elimina anche la sessista "umanità".

di Giulio Meotti.

E’ tipico di ogni rivoluzione dominare la lingua per avere un’uniformità di espressione che serva da veicolo all’ideologia dominante. Si pensi alla Rivoluzione francese, ma anche a quella sovietica, con la teoria di Nicolaj Marr, secondo cui la lingua rifletteva, come sovrastruttura, i mutamenti della base economica. E George Orwell in "1984" immortalò la sostituzione dell’Archeolingua con la Neolingua. Quando il governo socialista di José Luis Rodríguez Zapatero varò la sua "rivoluzione famigliare", decise subito di vietare i tradizionali riferimenti di genere nei documenti legali relativi alla famiglia.
Sui certificati di matrimonio spagnoli parole come "marito" e "moglie" furono sostituite da "sposo A" e "sposo B". Nei certificati di nascita, "padre" e "madre" vennero invece rimpiazzati da due neologismi: "Progenitore A" e "Progenitore B". In Canada il termine "genitore naturale" fu sostituito con la dizione "genitore legale". Nel Massachusetts, nei certificati di nozze, "moglie" e "marito" lasciarono il posto a "parte A" e "parte B". Fu l’inizio di una vera e propria guerra al linguaggio, di cui oggi le università occidentali sono l’avanguardia nella creazione di un nuovo esperanto. E’ l’altra "post truth" di cui non si parla, non quella di Donald Trump, ma la maledizione che pesa sulle parole nell’epoca del politicamente corretto.
La Cardiff Metropolitan University, una delle maggiori del Regno Unito, nei giorni scorsi ha stilato una lista di 34 parole che docenti e studenti sono "invitati" a non usare più, sostituendole con altre non "sessiste". Via "chairman", a favore del neutro "chair"; "fireman", pompiere, è sostituito da "firefighter"; casalinga, "housewife", lascia il posto a "consumer"; uma- nità, "mankind", viene rimpiazzata da "humanity"; anche "homosexual" viene meno a favore di "same sex"; assistente, "right hand man", diventa invece "chief assistant". La neolingua è stata adottata nelle stesse ore dalla British Medical Association, che ha appena invitato i medici a non parlare più di "expectant mothers" ("mamme in attesa"), ma di un più generico "pregnant people" ("gente incinta"), per rispettare l’eventuale natività gay.
E’ una mania che divampa su ogni lato dell’Oceano atlantico. Succede in Belgio, dove l’Università di Lovanio ha creato un vero e proprio sillabo di "parole proibite" di natura sessista. La scuola elementare Yves Codou, nel comune francese di La Mole, celebra la "festa dei genitori" invece di quella della mamma, per non scontentare le coppie omosessuali. A Princeton, l’università ha bandito il termine "man" nei suoi vari utilizzi a favore di espressioni più "inclusive". Via così anche "he" e "she", a favore di "you" e "your". Anche l’Oberlin College ha regole draconiane: vietato usare "ragazze" o "ragazzi" quando ci si rivolge a un gruppo di persone.
A New York, la City University ha deciso che si doveva fare a meno di "Mr" e "Mrs": perché le donne dovrebbero dire se sono sposate? E che ne sarebbe dei trans? Intanto la Elon University eliminava la parola matricola, "freshman", per usare "first year". Harvard ha archiviato la parola "master", troppo in odore di schiavitù. La California State University ha sostituito termini commerciali come "businessman", "mailman", "manpower" e "salesman", per evitare anche solo di evocare il maschile "man". L’Università del Vermont è stata la prima in America a creare un nuovo pronome, "they", terzo genere "neutrale", né femminile né maschile, ma plurale senza genere: "They", loro. La Duke University ha eliminato l’espressione "man up", comportarsi da uomo, perché potevano prenderla male gli studenti gay. E perché non purgare anche il linguaggio religioso? Ci pensano le università teologiche più famose, come la Duke e la Vanderbilt, che hanno invitato i professori a utilizzare un linguaggio "inclusivo" quando ci si riferisce a Dio, perché i pronomi maschili sono "una pietra miliare del patriarcato". Ogni riferimento a "Lui" nella Bibbia potrebbe promuovere il sessismo. Nell’esperanto contemporaneo, Dio potrebbe essere femmina. E perché non trans?
(Da Il Foglio, 11/3/2017).

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